La carica d'odio e il profondo senso di inadeguatezza del ministro Ben-Gvir
- Domenico Cravero
- 20 ore fa
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di Domenico Cravero

Le immagini dei maltrattamenti e delle derisioni da parte di Itamar Ben-Gvir (Ministro della Sicurezza Nazionale di Israele) rinforzate da quelle postate sui social dalla Ministra dei Trasporti Miri Regev, hanno suscitato una giusta e profonda indignazione. Deridere gli attivisti, costringerli a terra ammanettati e bendati, sono scene di un odio gratuito e insensato.
Per contrastare l’odio, per non rassegnarsi alla distruttività in atto, occorre comprenderne l’origine, per rispondere con scelte efficaci e ragionate sia a livello politico, sia nella pratica educativa quotidiana. Sappiamo che le dinamiche perverse e aggressive sono sempre circolari. L’odio e il disprezzo s’instaurano come loop invincibili e mortiferi. Grandi menti del passato hanno studiato l’odio come meccanismo di difesa per mascherare il senso profondo di inadeguatezza. Secondo lo psicologo Alfred Adler (La scienza del vivere, 1929 e Il senso della vita, 1933) l’arroganza trova origine nel sentimento di inferiorità che si cerca di compensare con l’ostentazione delle forza. Friedrich Nietzsche e Max Scheler considerarono l’azione distruttiva del risentimento. Erich Fromm cercò di capire come l'impotenza si trasformi in violenza e sadismo (Anatomia della distruttività umana, 1973). L’odio sposta il dolore interno verso l'esterno. L’aggressività diventa la ricerca paradossale di una superiorità esasperata e distorta. Si proiettano le proprie paure e difetti in persone ritenute più deboli. La violenza (fisica o psicologica) ripristina un'illusione di valore e di potere.
Il contributo forse più originale e utile per illustrare la nostra attuale emergenza può essere raccolto in un testo di Kurt Lewin (Self-Hatred among Jews, 1941). Il geniale iniziatore della psicologia sociale, ebreo, fu costretto a emigrare negli Stati Uniti per salvare la vita dall’odio razziale. L’autore utilizza i principi della sua Teoria del Campo per spiegare il concetto di "self-hatred (“odio di se stessi”) come fenomeno socio-psicologico legato alle dinamiche di gruppo e alle minoranze oppresse e indicare come l'ostilità di una maggioranza dominante possa essere interiorizzata dai membri di un gruppo minoritario.
Nello spazio sociale (il "campo"), il gruppo maggioritario detiene il potere e definisce gli standard di valore, status e moralità. Chi è in minoranza subisce una costante pressione sociale e assorbe, spesso inconsciamente, gli stereotipi negativi e il disprezzo che la maggioranza nutre verso il proprio gruppo, sviluppando un profondo senso di inferiorità e rifiuto per le proprie origini. Questa frustrazione genera una forte aggressività che viene reindirizzata anche verso l'interno, in contrapposizioni politiche arroganti e inconciliabili.
La mancanza di una solidità sociale (ground underone's feet) distrugge l'autostima e alimenta il disprezzo di sé che consolida ulteriormente il loop distruttivo verso gli altri e se stessi.
I movimenti d'odio (razzismo, xenofobia, misoginia) fanno leva sul senso di marginalizzazione e inferiorità sociale. Rispondere all’odio con altro odio non offre scampo. E, purtroppo, Itamar Ben-Gvir ne è una conferma. La soluzione va invece cercata nell'azione collettiva e nel cambiamento sociale. L'odio scompare gradualmente quando si ottiene una reale e concreta uguaglianza di diritti e di status sociale. Il senso di inferiorità si dissolve sviluppando un forte senso di appartenenza. È sempre utile tornare ai grandi maestri del passato per rinforzarci nell’unica soluzione ragionevole: costruire processi di intesa e di civiltà.
Questa strada di salvezza è percorribile quotidianamente da tutti e a tutti i livelli ed è l’educazione politica e popolare da perseguire oggi, risolutamente.












































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