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Il caso della Turingia: la minaccia di curare solo i vaccinati

di Emanuele Davide Ruffino|

Sicuramente trattasi di una provocazione che, in Italia, sarebbe subito bloccata dai giuristi, richiamando l’articolo 32 della Costituzione che impone di curare qualsivoglia “individuo”. Tecnicamente, il non curare una persona infetta, sottopone ad un rischio incalcolabile tutta la popolazione, ma il problema del rischio morale, già avanzato da tempo, esiste e va affrontato, prima che negli ospedali di mezza Europa si scatenino risse tra le fazioni dei vaccinati e dei non vaccinati (e violenze gratuite nei corridoi degli ospedali si erano già registrati anche prima dei lockdown). Dalla confusione alle provocazioni

Le difficoltà oggettive in cui si sono trovate le democrazie occidentali nell’affrontare la pandemia non ha ancora generato una soluzione globale e condivisa del problema, ma solo reazioni più attente a non perdere troppi consensi, che non ad affrontare la questione in un’ottica di lungo periodo. Ne consegue che in occasione della recrudescenza della virulenza, ritornano a fiorire le soluzioni più contradditorie. Bodo Ramelow, presidente della Land tedesco della Turingia, secondo il quotidiano Bild, ha esplicitamente minacciato di non curare più i non vaccinati negli ospedali, se dovesse ancora crescere la pressione sulle strutture sanitarie. La Germania, come tutti i Paese della MittelEuropa è oggi alle prese con la quarta ondata dell’epidemia, riportando alla consapevolezza che il problema non è ancora risolto. Sia pur con toni meno accesi, anche la Sassonia (in Germania la sanità è di competenza dei singoli Land) intende adottare misure drastiche: da lunedì, l’accesso a ristoranti, bar ed eventi culturali è riservato solo agli “immunizzati”, chi cioè risulta vaccinato o guarito dalla Covid (un Green pass rafforzato). Vengono così escluse le persone provviste di lasciapassare concesso dopo aver effettuato un tampone. A Vienna (dove si stanno superando tutti precedenti picchi) si sta pensando ad un lockdown limitato, rivolto a chi non si è voluto vaccinare e, forse per reazione, in tutta Europa aumentano le manifestazioni No vax, No Green Pass, No mask, etc. Entrambe le posizioni sembrano estremizzarsi di giorno in giorno. Il problema principale sembra diventare quello di disinnescare i contrasti, più che contrastare il virus. Il “moral hazard”, ossia il rischio morale

Quello sollevato in Turingia, si tratta di un’estremizzazione del “rischio morale”, coniato a suo tempo per evidenziare l’atteggiamento dei fruitori di fronte ad un servizio gratuito (offerto cioè a prezzo zero oppure ad un irrisorio prezzo politico). Il fruitore viene indotto a pensare che questo non abbia alcun costo reale e ciò provoca, di conseguenza, un consumo spesso irrazionale del servizio (anche oltre la soglia di un’utilità marginale pari a zero) o che la sua erogazione possa diventare una diritto la cui esecuzione possa essere estorta anche con la forza. Già altri paesi europei, Gran Bretagna e Spagna ad esempio, da anni hanno cominciato a rivedere l’impegno dello Stato per renderlo maggiormente etico, oltre che sostenibile, con un più diligente impiego delle risorse (attenzione che ovviamente dovrebbe accentuarsi in tempi di crisi). Economicamente il problema si pone in termini concreti, in quanto a fronte di spese elevate, non si rilevano contestualmente adeguati benefici. Uno degli esempi avanzati per spiegare i termini della questione è il fatto che il sistema deve sottostare all’obbligo di accettare un soggetto al Pronto soccorso o procedere ad un ricovero indipendentemente dal suo rispetto delle norme. Salvo poi non analizzare se il paziente segue coerentemente tutte le indicazioni tali da migliorare la sua condizione sanitaria e rendere più giustificato l’impegno finanziario adottato dallo Stato per i suoi cittadini. È il cosiddetto Moral Hazard (letteralmente “rischio morale”) che evidenzia la possibilità che i fruitori di un servizio (ancor più grave se offerto a prezzo zero oppure ad un irrisorio prezzo politico, quindi a carico della collettività) pensino che questo non abbia alcun costo reale o si possa attivare a proprio piacimento. Se però si tratta di una patologia infettiva, il calcolo esce dalla dimensione individuale per entrare in quella sociale, in quanto le conseguenze, sia in termini di salute che economico-organizzativi ricadono su tutta la società. Restringimento della libertà individuale per garantire la salute di tutti

Sotto un profilo meramente opportunistico, a preferire la massima libertà di scelta sono i pazienti ad basso rischio (in quanto si considerano esenti dai potenziali rischi), mentre le persone più esposte (comprese le persone che fumano, che non si sono prese cura di se stesse e non controllavano il loro peso), tendono a richiedere un impegno dello Stato a prescindere da qualsivoglia considerazione. Il problema, mutatis mutandis si ripresenta in occasione di crisi pandemiche, dove i servizi sanitari dei vari Paesi (o dei Land tedeschi), si trovano a dover garantire la salute collettiva, ma ciò non è più possibile se non risultano più sufficienti gli interventi strutturali, senza una condivisione degli obiettivi da parte della stragrande maggioranza della popolazione (quello che impropriamente viene chiamato gregge). A fronte di reazioni più o meno scomposte, si diffonde la sensazione che alcune persone si facciano carico del peso sociale di contrastare la patologia e si sentono travisati da chi non collabora. Chi si vaccina lo fa fondamentalmente per una protezione individuale, ma quando il problema diventa sociale, inevitabilmente comincia a chiedersi se si ha il diritto d’imporre lo stesso comportamento ad altri soggetti (così come questi si chiedono fino a che punto la maggioranza possa imporre la propria volontà). Non si tratta solo di un problema economico legato a chi dovrà pagare i costi (non solo sanitari) della pandemia, ma di una nuova fattispecie di “moral hazard” in quanto i fruitori di un servizio si fanno carico di un beneficio collettivo, ma poi rischiano di non vederne i risultati se gli ospedali vengono saturati da altri soggetti che non hanno adottato lo stesso comportamento. Si rischiano così di creare ulteriori tensioni che, di certo, non aiutano a contrastare la pandemia.

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