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I tanti volti della tregua nella Striscia di Gaza

di Maurizio Jacopo Lami

Nella Striscia di Gaza la tregua è cominciata. Hamas ha liberato 13 ostaggi israeliani e 12 thailandesi. Gli israeliani sono stati visitati dalla Croce Rossa e sembrano in buone condizioni.

La tregua è preziosa per tutti, ma per motivi diversi. I miliziani di Hamas hanno ora un po' di respiro, così cercheranno di trovarsi nuovi nascondigli. In cambio, mettono sul piatto della bilancia la liberazione di circa 150 prigionieri palestinesi, donne e minorenni (nessuno con condanne per fatti di sangue) e si intestano il cessate il fuoco come una loro vittoria politica.

Per il premier israeliano Benjamin Netanyahu vi sono diversi vantaggi: in primo luogo, centro il risultato richiesta a gran voce nel suo paese di salvare i suoi connazionali da un destino orribile; inoltre, si concede l'opportunità di allentare la pressione interna dei famigliari degli ostaggi e il pressing mediatico dell'opinione pubblica internazionale e diplomatico degli Stati Uniti. Non si tratta di un elemento secondario per chi è ancora convinto di poter cavalcare (e domare) la tigre del potere nonostante il disastro del 7 ottobre. Non a caso ripete già con estrema convinzione di aver ottenuto risultati concreti con la salvezza degli ostaggi. Comunque il ministro della difesa Galant ha sinistramente promesso: "Appena finirà la tregua, la guerra contro Hamas riprenderà". Nessuno nutriva dubbi, ma tutti sperano nel contrario. L'odore dei cadaveri di bambini palestinesi a cielo aperto forse non pesa sulla coscienza dei leader dello Stato di Israele, ma comincia ad essere difficile da accettare agli ebrei che credono nella convivenza civile tra i due popoli.

Chi tira un sia pur breve sospiro di sollievo sono i disgraziati civili palestinesi della Striscia di Gaza che hanno vissuto ininterrottamente per quaranta giorni sotto un diluvio di bombe che ha reso la loro vita un inferno; ora potranno tentare di riorganizzarsi. Ma la loro tragedia manterrà per sempre un sapore biblico, con il terribile spettacolo degli innocenti bambini morti a migliaia, sacrificati dalla condotta di entrambi le parti: Israele indifferente all'eccidio su scala industriale nell'ora della vendetta, Hamas altrettanto indifferente nell'usarli come scudi umani in nome di una Palestina islamica.


Caccia a Sinwar, "vivo o morto" per Israele

In proposito, le voci disperate di Gaza sussurrano piano con vero terrore un nome: quello del luciferino Yahia Sinwar, la vera anima nera di Hamas, 61 anni, spietato oltre ogni limite, su di lui si raccontano aneddoti crudeli, come quando gli portarono un "traditore", cioè una spia degli israeliani, e impose al fratello di seppellirlo vivo... Sinwar è l'ideatore della grande incursione del 7 ottobre e a chi gli diceva che era impossibile organizzare una cosa così grande rispondeva convinto "è impossibile solo perché noi palestinesi viviamo alla giornata senza organizzarci; se ci prepariamo in modo razionale possiamo ottenere grandi risultati"). Sinwar, che gli israeliani speravano ardentemente di catturare o uccidere nei tunnel sotto l'ospedale di Shifa, il principale di Gaza, è invece riuscito a sfuggire (ammesso che fosse davvero lì) e sembra ( ma a questo punto come si possono avere certezze?) che si sia rifugiato nel centro dove è nato, il campo di Khan Yunis, il più importante della parte sud della Striscia di Gaza, e da cui ha spiccato il volo nella gerarchia di Hamas. Del resto, nel campo profughi sa di essere invisibile, temuto e obbedito. Un perfetto latitante con la sua corte di pretoriani che impone ordini, ma distribuisce denaro ed aiuti.

Come tutti i capi di Hamas lucra in traffici leciti e illeciti. Secondo i suoi detrattori più accaniti ha imposto tangenti su ogni attività economica, soprattutto sul contrabbando, perché Gaza da anni è costretta a rifornirsi di tutto tramite contrabbando. Un'altra delle assurdità imposte dagli israeliani e soprattutto da Netanyahu che ha fatto crescere odio e risentimento di chi si sente oppresso. Ma, è altrettanto vero che Sinwar sa che gli altri capi di Hamas lo odiano e lo invidiano e non esiterebbero a tradirlo per evitarsi un supplemento di collera israeliana. In fondo, è il prezzo da pagare per il suo spettacolare successo che lo renderà immortale ai posteri. Da parte loro, gli israeliani loro sognano di eliminarlo per presentarlo come il colpo definitivo che taglia la testa al serpente Hamas. Un'illusione, perché dietro Hamas di Sinwar nascerebbe un'altra Hamas, indefinita nel nome del capo, quanto definita per il credito che continuerà a riscuotere se Israele non cambia la sua politica verso i palestinesi nella Striscia di Gaza come in Cisgiordania.

E allora cosa mai può sperare Sinwar per il proprio futuro, oltre alla gloria, sia pure sinistra, che si è conquistato sul campo?

Haaretz, uno dei più importanti giornata israeliano ha fatto un'ipotesi credibile: Sinwar "vuole mostrare al mondo il disastro delle tendopoli, gli ospedali da campo, l'enorme crisi umanitaria della zona sud della Striscia" in modo da costringere gli israeliani a fermarsi. Non è impossibile: ormai in quella zona disperatamente oppressa ci sono 1,7 milioni di palestinesi ai quali manca tutto. Se Sinwar riesce a reggere un lasso di tempo ragionevole, può sperare seriamente di riuscire a salvarsi.

Il Medio Oriente continua ad essere la terra delle grandi sorprese.



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