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GOVERNO MELONI: maschera caduta, si ripropone il volto dell'autoritarismo... per ora

di Giancarlo Rapetti*


Il Consiglio dei Ministri ha approvato il testo della Riforma Costituzionale da presentare al Parlamento. La riforma che va comunemente sotto il nome di premierato. Come esisteva il filone cinematografico degli spaghetti western a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, ora compare sulla scena il premierato all’italiana, una scelta che non si ritrova in nessuna democrazia occidentale. Prima di passare al merito, due considerazioni preliminari.

La prima. Questo governo eccelle nella capacità di propaganda e nella abilità manovriera tipica della politique politicienne. Anche in questo caso ha dato il meglio di sé: ha chiamato tutti, anche le opposizioni, al confronto sulle “riforme”, senza una proposta articolata, ottenendo due risultati: dimostrare (contro ogni evidenza) di essere aperto alle idee altrui, e incassare l’assenso di principio alla utilità delle riforme stesse. Quelli che hanno detto “va bene, discutiamo” ora sono in difficoltà a erigere un muro di sbarramento.

La seconda. Parlare di “riforme” costituzionali non è che non sia importante (non condivido la formula “ci sono altre priorità”), ma serve anche a distrarre da altri argomenti: mentre viene perseguito con determinazione ed efficacia lo smantellamento del Servizio Sanitario Nazionale quale servizio universale, l’attenzione si concentra sulla “stabilità” dell’azione di governo.


I cinque punti del disegno di Legge

E ora veniamo al merito della proposta del Governo. Il Consiglio dei Ministri ha approvato il testo del disegno di legge nella seduta del 3 novembre 2023. Il contenuto, in assenza del testo ufficiale completo (per ora) si ricava dai cinque punti illustrati nel comunicato stampa leggibile sul sito della Presidenza del Consiglio.

Punto 1): il Presidente del Consiglio dei ministri è eletto a suffragio universale con apposita votazione che si svolge contestualmente alle elezioni per le Camere, mediante una medesima scheda.

Punto 2): la durata dell’incarico del Presidente del Consiglio è di cinque anni (salvo quanto detto al punto 3).

Punto 3): il Presidente del Consiglio dei ministri in carica può essere sostituito solo da un parlamentare della maggioranza. L’eventuale cessazione del mandato del sostituto così individuato determina lo scioglimento delle Camere.

Punto 4): è affidata alla legge la determinazione di un sistema elettorale delle Camere che, attraverso un premio assegnato su base nazionale, assicuri al partito o alla coalizione di partiti collegati al Presidente del Consiglio il 55 per cento dei seggi parlamentari.

Punto 5): sono cancellati i senatori a vita di nomina del Presidente della Repubblica (precisando che i senatori a vita già nominati restano comunque in carica).[1]

Pur essendo chiaro l’obiettivo, ci sono anche pasticci e contraddizioni. Ma sarebbe sbagliato farsi fuorviare da questi, e non cogliere il punto essenziale: in un colpo solo vengono cancellati i ruoli di Parlamento e Presidente della Repubblica e, quindi, è abolita la distinzione tra potere esecutivo e potere legislativo (alla base delle democrazie moderne). Il Presidente del Consiglio (eletto con le liste collegate) è legittimato direttamente dal popolo e quindi insindacabile, diventa il conducator.[2] In realtà, se restasse il punto 3), il vero conducator sarebbe il sostituto, per far cadere il quale il Parlamento dovrebbe suicidarsi. Comunque sia, staffetta o no, la questione centrale non cambia: il Parlamento si piega al Capo 1 o al Capo 2, oppure va a casa. Non c’è neanche una grandezza nella tragedia: i dettagli sono miseramente pensati in relazione alle contingenze del momento, come il premio elettorale di maggioranza inserito in Costituzione, tagliato su misura per l’attuale coalizione di destra.


Mobilitazione democratica a difesa della Costituzione

Questa iniziativa del Governo merita solo una risposta: una mobilitazione democratica per dire “no”, per difendere la Costituzione Repubblicana e spiegare agli elettori il valore della posta in gioco. Non è il momento dei distinguo, delle controproposte, della discussione sui dettagli alla ricerca di un compromesso.

O meglio, una controproposta si potrebbe fare: non toccare la Costituzione e, per legge ordinaria, applicare l’art. 49 (sui partiti politici) e fare finalmente una legge elettorale dignitosa, che assicuri rappresentanza politica e territoriale (proporzionale di collegio, con collegi non troppo grandi, come descritto in un precedente articolo).[3]

Non è neanche il caso di sottovalutare e declassare il disegno di legge del Governo a pasticcio di incompetenti.

La maggioranza al governo ha messo in campo il suo obiettivo principale: occupare il potere e restarci il più a lungo possibile. Lo dichiara apertamente: l’obiettivo è la “stabilità” dell’esecutivo. Poco conta che gli esecutivi “instabili” abbiano ricostruito l’Italia, portandola dalle rovine della guerra al G7, abbiano sviluppato l’industria, tutelato i lavoratori, modernizzato il diritto di famiglia, adeguato il codice penale, avviato e sviluppato la legislazione ambientale, istituito il Servizio Sanitario Nazionale, esteso l’istruzione, ancorato saldamente il paese all’Occidente e all’Europa.

Invece (senza voler stabilire parallelismi impropri, sia chiaro) abbiamo un brillante esempio di governo stabile nell’Italia unita: è durato dal 28 ottobre 1922 al 25 luglio 1943, con un prolungamento al 25 aprile 1945. Sappiamo che cosa ha fatto e come è finita.


* Componente dell’Assemblea Nazionale di Azione


Note


[1] https://www.laportadivetro.com/post/oggi-cancellano-il-valore-dei-senatori-a-vita-domani-che-cos-altro

[2] Conducător ([ˌkondukəˈtor]) è un termine della lingua rumena, genericamente traducibile come "guida". Esso è noto soprattutto come l'appellativo adottato da due leader del paese, Ion Antonescu (19401944) e Nicolae Ceaușescu (19671989), nell'ambito di esperienze politiche ideologicamente contrapposte. Occasionalmente il titolo venne attribuito anche a re Carlo II durante il suo regno (1930-1940).



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