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Francia, la legge sulla sicurezza che reprime il dissenso

di Stefano Marengo|

È passata quasi inosservata dai media italiani l’approvazione, in Francia, della cosiddetta “loi sécurité globale”, fortemente voluta dal presidente Macron e dal governo. La norma, contestatissima, aumenta a dismisura i poteri della polizia, con l’introduzione, ad esempio, di sistemi di vigilanza tramite droni e riconoscimento facciale e della facoltà per gli agenti di portare armi anche fuori servizio in spazi pubblici. Ma il vero centro nevralgico della legge – il suo cuore politico – è l’articolo 24. Un articolo, a detta del governo, volto a garantire la sicurezza delle forze dell’ordine, ma che è fatto apposta per nascondere le violenze poliziesche e reprimere il dissenso. Così, almeno, la pensano milioni di cittadini che per mesi hanno manifestato contro la proposta di legge. Nella sua prima versione, l’articolo 24 vietava espressamente ogni realizzazione e diffusione di immagini delle forze dell’ordine al fine di salvaguardarle dal rischio di minacce e ritorsioni. Resisi conto di quanto tale formulazione fosse politicamente insostenibile, i promotori della legge hanno deciso di sfumare il concetto, così che, nella versione definitiva, l’articolo condanna ogni “provocazione all’identificazione” di un agente “allo scopo di attentare alla sua integrità fisica o psichica”. È chiaro che, al di là dei bizantinismi, la sostanza non cambia: infatti, è piuttosto difficile immaginare che tale identificazione possa avvenire senza fare ricorso a fotografie e filmati; reciprocamente, quindi, ogni immagine capace di identificare un poliziotto costituirebbe un primo passo per “attentare alla sua integrità”. Chi lo fotografa o lo filma, di conseguenza, sarebbe per definizione incriminabile. La piroetta retorica ci riporta al punto di partenza: è vietato realizzare e diffondere immagini della polizia. La svolta “securitaria” non è una novità per l’Europa. Meno che mai lo è per la Francia, che in questi anni è stata il laboratorio di forme più intense e invasive di controllo e repressione del dissenso. In particolare la brutalità poliziesca, con abusi che molto spesso vanno al di là dell’immaginabile, è andata via via intensificandosi a partire dal 2016, quando l’intero paese fu paralizzato dalle contestazioni contro la “loi travail” (una legge, sia detto per inciso, promossa proprio da Emmanuel Macron, allora ministro dell’economia e dell’industria del governo Valls). Quello a cui si è assistito successivamente è stato un vero e proprio climax della violenza di stato. A mero titolo esemplificativo si può ricordare che, tra il 2018 e il 2019, in occasione delle proteste dei gilet gialli, 23 manifestanti persero un occhio e altri 5 una mano a seguito di azioni della polizia, mentre una donna estranea ai disordini fu uccisa dal lancio di un lacrimogeno. Sempre al 2018 risale un video shock che ritrae un centinaio di studenti della periferia parigina arrestati e costretti a stare in ginocchio con le mani dietro alla nuca per aver tentato di occupare la scuola: “Ecco una classe che si comporta bene”, è il sadico commento fuori campo di un poliziotto. Tra tutti gli esempi che si potrebbero menzionare, l’immagine simbolo della violenza rimane però quella di un’infermeria malmenata dai poliziotti nel corso di una manifestazione del personale sanitario nel giugno 2020. La donna compare in un video con il volto insanguinato, in preda a un attacco di panico; la si sente chiedere un farmaco contro l’asma mentre un poliziotto la trascina per i capelli, la fa inginocchiare e la ammanetta. Proprio quest’ultima immagine, che provocò un’ondata di sdegno in tutta la Francia, è sintomaticamente all’origine della nuova legge sulla “sicurezza globale”. Infatti, quasi tutte le violenze perpetrate dalla polizia in questi anni sono state portate all’attenzione dell’opinione pubblica grazie a filmati o fotografie scattate dagli stessi manifestanti coinvolti negli scontri. Ancora di più, fotografie e filmati sembrano ormai diventati per molti cittadini il principale strumento di autodifesa dalla brutalità poliziesca. Esattamente come accade negli Stati Uniti per il caso Floyd. Il che è vero soprattutto nel contesto delle periferie urbane, in quelle banlieues che da decenni sono diventate “pattumiere sociali” prive di servizi e di prospettive, sempre più povere e in preda a un disagio che sempre più spesso diventa disperazione. È in questi luoghi oscuri che filmati e fotografie hanno reso possibile, ogni tanto, portare alla ribalta della cronaca una quotidianità costellata di fenomeni di repressione e abusi delle forze dell’ordine. Una possibilità che oggi, con la “loi sécurité globale”, Macron e il governo francese intendono annullare. Ciò che è evidente, in ogni caso, è che la nuova legge sulla sicurezza non è soltanto un tentativo di garantire l’impunità degli apparati polizieschi. Essa è, prima di tutto, uno strumento per nascondere un disagio montante in ampi settori della società francese. Che si tratti di mercato del lavoro o di pensioni, di disoccupazione o di povertà, la nuova norma chiarisce perfettamente che Macron e il suo governo non solo non intendono affrontare l’esplosiva questione sociale che cova nel ventre del paese, ma sono disposti a ricorrere ai mezzi più drastici per metterla a tacere.

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