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L’Italia che celebra gli eroi e smaltisce le competenze come "rifiuti speciali"

di Savino Pezzotta


Succede sempre così: l’Italia si ricorda dei suoi servitori solo quando il loro corpo diventa un simbolo. Quando c’è un feretro avvolto nel tricolore, quando le sirene tagliano l’aria, quando la folla si stringe attorno a un dolore che non sa più nominare. È successo con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, con gli uomini delle scorte, nell'arco di 57 giorni dal 23 maggio al 19 luglio 1992, e con tutti quelli che hanno pagato con la vita la scelta di stare dalla parte dello Stato. In quei giorni il Paese sembra svegliarsi, sembra capire. Poi, lentamente, richiude gli occhi.

È in quella zona grigia — dopo le lacrime, dopo le promesse, dopo i minuti di silenzio — che si vede davvero chi siamo. Perché l’Italia è bravissima a piangere i suoi eroi, molto meno a usare ciò che quegli eroi hanno lasciato: metodi, intuizioni, reti, competenze, visioni. È come se la memoria fosse un altare, non un attrezzo da lavoro. Come se sapessimo solo commemorare i morti e ignorare i vivi.

Questa amnesia non riguarda solo la lotta alla mafia. È una malattia più ampia, più sottile, più trasversale: la sindrome della memoria corta. Colpisce tutti quelli che hanno servito lo Stato nei luoghi dove il margine d’errore è zero: ambasciate, missioni internazionali, territori fragili, frontiere politiche e culturali che richiedono più ascolto che proclami, come ha ricordato nel suo articolo Alberto Scafella.[1] Li cerchiamo quando ci servono, li dimentichiamo quando tornano. Li celebriamo se muoiono, li ignoriamo se restano vivi.

L’Italia è un Paese che ama le medaglie più delle competenze, le celebrazioni più delle strategie, i convegni più dei risultati. Parliamo di Africa come se bastasse nominarla: Piano Mattei, cooperazione, partenariati, visioni. Ma quando si tratta di ascoltare chi in Africa ci ha vissuto davvero, chi ha costruito relazioni, chi conosce i codici culturali e politici meglio di qualsiasi consulente improvvisato, allora cala il silenzio.

È un tratto identitario: preferiamo la prossimità al potere alla conoscenza dei problemi. Preferiamo la rete al merito, la familiarità alla competenza. È un’abitudine che non nasce oggi: è sedimentata, strutturale, quasi antropologica.

Il paradosso è evidente. Abbiamo persone che hanno servito lo Stato per quarant’anni, che hanno rappresentato l’Italia in contesti dove sbagliare non era un’opzione, che hanno ottenuto riconoscimenti da governi stranieri. Persone che possiedono un capitale relazionale e cognitivo che non si compra, non si improvvisa, non si replica. Eppure, una volta fuori dal perimetro istituzionale, diventano scarti di sistema. Non perché abbiano fallito. Non perché qualcuno abbia contestato il loro operato. Semplicemente perché non servono più alla narrazione del momento.

La domanda vera è un’altra: quanto ci costa questa indifferenza?  Perché il punto non è l’orgoglio ferito di chi viene dimenticato. Il punto è il patrimonio che il Paese butta via. È la rinuncia sistemica a competenze che altrove verrebbero custodite come infrastrutture strategiche. È la perdita di una memoria operativa che dovrebbe essere messa a disposizione delle nuove generazioni, non archiviata come un faldone inutile.

Uno Stato serio distingue tra ricambio e spreco. Tra rinnovare e cancellare. Tra ringraziare e utilizzare.

Noi no. Noi confondiamo tutto. E quando chi ha servito lo Stato capisce che lo Stato non ha più alcun interesse a servirsi della sua esperienza, succede ciò che succede sempre: alcuni si ritirano, altri si incattiviscono, altri ancora cercano interlocutori altrove. E altrove, spesso, significa fuori dai circuiti istituzionali, talvolta in contrapposizione aperta con quelle stesse istituzioni che hanno difeso per una vita.

È in quel vuoto che si infilano i professionisti del rumore. Gli imprenditori del risentimento. Le figure mediatiche che trasformano il disagio in spettacolo. Il caso Vannacci non è una risposta: è un sintomo. È ciò che accade quando il Paese smette di ascoltare chi ha competenze reali e preferisce chi urla più forte. Quando l’esperienza viene trattata come un costo e il merito come un fastidio.

Non è una questione di destra o sinistra. È una questione di qualità della classe dirigente. Uno Stato maturo non teme l’esperienza: la usa. Uno Stato intelligente non archivia le competenze: le integra. Uno Stato lungimirante non si limita a consegnare una medaglia: continua a dare valore a chi ha dimostrato di saper reggere il peso del Paese nei momenti più difficili.

La vera anomalia italiana non è che alcuni servitori dello Stato vengano dimenticati. La vera anomalia è che nessuno sembri accorgersi di quanto ci costi dimenticarli. E che continuiamo a chiamarla normalità.


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