top of page

La Repubblica che celebra gli eroi e dimentica (e spreca) le competenze

di Alberto Scafella


C’è una strana malattia che affligge l’Italia. Una malattia che non compare nei rapporti del Ministero della Salute e che non viene studiata dagli epidemiologi. È la sindrome della memoria corta. Funziona così. Quando il Paese ha bisogno di uomini da mandare all’estero, in contesti difficili, complessi, talvolta pericolosi, li cerca con attenzione. Vuole esperienza, coraggio, affidabilità, capacità di rappresentare l’Italia dove una parola sbagliata può compromettere anni di relazioni diplomatiche. Poi, quando quegli uomini tornano, li dimentica. Se non ritornano, perché accade anche questo, allora li celebra senza risparmio, almeno di parole.

L’Italia è un Paese curioso. Ama le celebrazioni, le medaglie, le commemorazioni, i discorsi solenni. Ama raccontare gli eroi. Molto meno utilizzarne l’esperienza. Ci riempiamo la bocca di Piano Mattei, di Africa, di cooperazione strategica, di partenariati con Paesi che rappresentano il futuro energetico ed economico del continente. Organizziamo convegni, tavole rotonde, conferenze internazionali. Ma poi ignoriamo chi in Africa ci ha vissuto, lavorato e costruito relazioni per anni. È un paradosso tipicamente italiano.

Da una parte si proclama la necessità di rafforzare la presenza nazionale nel continente africano. Dall’altra si lasciano ai margini persone che conoscono quei Paesi, i loro governi, le loro istituzioni e le loro dinamiche meglio di qualsiasi consulente improvvisato. Non è una questione personale. È una questione culturale. In Italia si tende a considerare l’esperienza come un costo anziché come una risorsa. Si preferisce spesso la vicinanza ai centri di potere alla conoscenza dei problemi. Si privilegia la rete rispetto al merito, la familiarità rispetto alla competenza. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Abbiamo uomini che hanno servito lo Stato per quarant’anni, che hanno rappresentato il Paese all’estero, che hanno ricevuto riconoscimenti da governi stranieri, che possiedono una rete di relazioni costruita in decenni di lavoro. Eppure, una volta usciti dal perimetro istituzionale, diventano invisibili. Non perché abbiano sbagliato. Non perché qualcuno abbia contestato il loro operato. Semplicemente perché il sistema ha deciso di guardare altrove. Ed è qui che emerge la vera domanda. Quanto costa all’Italia questa indifferenza? Perché il problema non è l’orgoglio ferito di chi viene dimenticato. Il problema è il patrimonio di conoscenze che il Paese lascia inutilizzato. Il problema è la rinuncia a competenze che altre nazioni valorizzerebbero fino all’ultimo giorno.

Le istituzioni hanno il diritto di cambiare uomini e ruoli. Nessuno è indispensabile. Ma uno Stato serio dovrebbe distinguere tra il ricambio e lo spreco.

Perché esiste una differenza enorme tra sostituire una persona e buttare via la sua esperienza. E c’è un’ultima domanda che la politica dovrebbe avere il coraggio di porsi. Che cosa accade quando uomini che hanno servito lo Stato per una vita si accorgono che lo Stato non ha più alcun interesse a servirsi della loro esperienza? Accade che alcuni si ritirino nel silenzio. Altri si rifugino nell’amarezza. Altri ancora cerchino interlocutori diversi, fuori dai circuiti tradizionali, talvolta persino in aperta contrapposizione con quelle stesse istituzioni che hanno servito per decenni. Ed è qui che nasce il problema.

Perché quando la politica smette di valorizzare il merito e l’esperienza, il vuoto non rimane mai vuoto. Viene occupato da figure mediatiche, da imprenditori del risentimento, da professionisti della provocazione. Il successo di Roberto Vannacci non rappresenta una soluzione. È un effetto, non una risposta. È il sintomo di un sistema che, quando smette di ascoltare le competenze, finisce per amplificare il rumore. Quando esperienze reali, conoscenze strategiche e professionalità maturate sul campo vengono ignorate, il dibattito pubblico si sposta inevitabilmente verso chi semplifica tutto, chi alza i toni, chi trasforma il disagio in spettacolo.

Non è un problema di destra o di sinistra. È un problema di qualità della classe dirigente. Uno Stato maturo non teme l’esperienza. La ascolta. Uno Stato intelligente non archivia le competenze. Le utilizza. Uno Stato lungimirante sa che il rispetto non consiste soltanto nel consegnare una medaglia. Consiste nel continuare a dare valore a chi ha dimostrato di saper servire il Paese quando era più difficile farlo. Perché la vera anomalia italiana non è che alcuni servitori dello Stato vengano dimenticati. La vera anomalia è che nessuno sembri accorgersi di quanto costi al Paese dimenticarli.

Commenti


L'associazione

Montagne

Approfondisci la 

nostra storia

#laportadivetro

Posts Archive

ISCRIVITI
ALLA
NEWSLETTER

Thanks for submitting!

Nel rispetto dell'obbligo di informativa per enti senza scopo di lucro e imprese, relativo ai contributi pubblici di valore complessivo pari o superiore a 10.000,00, l'Associazione la Porta di Vetro APS dichiara di avere ricevuto nell’anno 2024 dal Consiglio Regionale del Piemonte un'erogazione-contributo pari a 13mila euro per la realizzazione della Mostra Fotografica "Ivo Saglietti - Lo sguardo nomade", ospitata presso il Museo del Risorgimento.

© 2022 by La Porta di Vetro

Proudly created by Steeme Comunication snc

LOGO STEEME COMUNICATION.PNG
bottom of page