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Addio al Cardinale Ruini da Sassuolo alla Cei, una vita dentro la Chiesa e il mondo

La sua lunga stagione ha segnato un'epoca di contraddizioni

di Luca Rolandi


Il cardinale Ruini con Benedetto XVI  in Wikipedia @Giuseppe Ruggieri - photo taken by a friend
Il cardinale Ruini con Benedetto XVI in Wikipedia @Giuseppe Ruggieri - photo taken by a friend

Bisogna partire dal fondo della sua lunga vita terminata a 95 anni e quel suo libro sull’aldilà poco diffuso, ma che dice come la domanda di senso è quella sulla vita e sulla morte in un’ottica cristiana. Il mistero e la speranza. Perché Ruini l’uomo delle certezze e della fermezza si interrogasse su questo tema al tramonto della vita, dice anche della sua finezza teologica, del suo pensiero acuto e mai banale, anche se controverso e combattuto. Troppo superficiali sono le classificazioni di queste ore, il teologo del conservatorismo ante litteram con il sostegno della destra berlusconiana e salviniana oppure la volontà e la necessità di guidare la politica da remoto, senza più i partiti della prima Repubblica spazzati via da Tangentopoli. La sua biografia è più lunga e profonda per comprendere il suo percorso di vita.

Nato a Sassuolo, in provincia di Modena, il 19 febbraio 1931, dopo gli studi liceali Camillo Ruini ha compiuto presso la Pontificia Università Gregoriana gli studi filosofici e teologici in qualità di alunno dell’Almo Collegio Capranica, conseguendo la licenza in filosofia e la laurea in teologia. È stato ordinato sacerdote l’8 dicembre 1954 proprio nella cappella dell’Almo Collegio Capranica di Roma dal vescovo Luigi Traglia, vicegerente della diocesi di Roma. Il ventitreenne “don Camillo” era allora studente nella Pontificia Università Gregoriana. Nella città natale di Sassuolo presiedeva la prima messa la mattina della domenica 12 dicembre nella collegiata di San Giorgio Martire.

Conclusi gli studi a Roma e rientrato definitivamente in diocesi nel 1957, durante l’episcopato del vescovo Beniamino Socche, è divenuto docente di filosofia nel Seminario diocesano, inaugurato da tre anni. Dal 1958 al 1966 ha ricoperto l’incarico di assistente dei Laureati cattolici e successivamente del Movimento ecclesiale di impegno culturale. Nel 1966 il vescovo Gilberto Baroni lo ha nominato delegato vescovile per l’Azione Cattolica, incarico che ha ricoperto sino al 1970. Nel 1968, istituito a Reggio Emilia lo Studio teologico interdiocesano ne è divenuto docente di Teologia dogmatica e contemporaneamente preside, formando generazioni di sacerdoti e di laici. Lo stesso anno il vescovo Baroni gli affidava l’incarico di vicario episcopale per l’apostolato dei laici, ufficio che ha ricoperto sino al 1986. Sempre nel 1968 mons. Baroni lo nominava presidente del Centro Giovanni XXIII – “il Giovanni” come era abitualmente chiamato, con sede in via Prevostura 4 – istituzione culturale che ha guidato con saggezza e ricchezza di attività. Il 1° novembre 1975 sempre il vescovo Baroni lo nominava presidente della Consulta diocesana, poi interdiocesana, per la pastorale scolastica.

Ha avuto parte attiva nell’ organizzazione e nella conduzione del Sinodo diocesano sull’evangelizzazione in terra reggiana e guastallese. La nomina ad ausiliare era solo il primo gradino di un “cursus honorum” che ha portato “don Camillo” a responsabilità sempre più alte, sino alla presidenza della Cei e a ricoprire per la diocesi di Roma l’incarico di vicario di due Papi, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, nonché alla porpora cardinalizia. Il 28 giugno 1986 Giovanni Paolo lo nominava segretario generale della Conferenza episcopale italiana; il 17 gennaio 1991 Papa Woytjla lo elevava alla dignità di arcivescovo e lo eleggeva suo provicario per la diocesi di Roma e il 7 marzo 1991 lo voleva presidente della Cei, e lo creava cardinale nel Concistoro del 28 giugno 1991, del titolo di Sant’Agnese fuori le mura. Il successivo 1° luglio fu nominato vicario generale di Sua Santità per la diocesi di Roma. Papa Woytjla lo riconfermò per due quinquenni presidente della Conferenza episcopale italiana: il 7 marzo 1996 e il 6 marzo 2001, incarico mantenuto sino al 2008.

Particolarmente attese e oggetto di ampia riflessione anche per il mondo politico sono state le sue prolusioni alle riunioni dei vescovi italiani, così come i suoi puntuali interventi su tematiche ecclesiali, etiche e concernenti la politica nel suo senso più alto. Il Cardinal Ruini, fu anche una figura di rilievo sia nel governo della Chiesa sia nella riflessione teologica. Da presidente della CEI, ne rafforzò le strutture e la coesione, promuovendo dal 1997 il “Progetto culturale cristianamente orientato”, nato per favorire una maggiore presenza dei cattolici nei luoghi della cultura e della formazione dell’opinione pubblica. Celebre il suo motto: «Meglio contestati che irrilevanti».

Sul piano teologico sostenne il Concilio Vaticano II secondo una lettura di continuità, pur ritenendo che alcune questioni, come il modernismo, non fossero ancora del tutto risolte. Certo è che l’idea della “reconquista” ruiniana non è stata raggiunta e il progetto culturale è naufragato nonostante i buoni propositi. Certamente quello che preoccupava il cardinale era prima di tutto un declino culturale e spirituale. È l’aver dimenticato l’anima, il cuore, la consapevolezza di sé dell’umanità. Il tempo lungo e complesso di Ruini alla Cei ha anche determinato, e non fu certamente una responsabilità solo del porporato, il tramonto e il ridimensionamento dell’associazionismo cattolico, le difficoltà dei movimenti, in un tempo che parafrasando Michel De Certeau il cristianesimo come sistema sociale è andato in frantumi, ma lasciando praterie al messaggio evangelico in un mondo secolarizzato.

Il cardinale Ruini aveva una intelligenza superiore, una formazione teologica robusta, era partito dai movimenti intellettuali cattolici come giovane prete, amico e celebrante del matrimonio di Flavia e Romano Prodi, con il quale ebbe epici scontri contestando l’idea dei cattolici adulti del leader dell’Ulivo. Governare la modernità, ridare fiato ai valori dell’Occidente cristiano partendo dal magistero di Giovanni Paolo II e soprattutto Benedetto XVI, i suoi orizzonti. I cattolici della mediazione o quelli della presenza che ebbero un tempo di grande conflitto negli anni Ottanta dal convegno ecclesiale di Loreto, che fu salvato dalla sapienza carmelitana del cardinale Anastasio Ballestrero, arcivescovo di Torino dal 1977 al 1989, erano già lontani quando Ruini prendeva “il comando” del cattolicesimo italiano, ponendosi come alternativa alla visione del cardinale Carlo Maria Martini.

I referendum del 2005 (quattro quesiti abrogativi sulla Legge 40/2004 che regola Procreazione Medicalmente Assistita) furono una vittoria di Pirro in una società italiana ed europea senza più bussole e travolta della fine delle ideologie del Novecento. Negli anni Novanta del secolo breve noi giovani della Fuci partecipavamo a riunioni infinite, verbose, a tratti dure. Preghiera in apertura, poi molta politica come hanno ricordato molti amici. Ruini non è mai stato bergogliano, mentre intravedeva buone prospettive con Leone. Ora che ha lasciato questo mondo avrà avuto le risposte alle domande di senso che ha espresso in modo anche spigoloso e a volte in contrasto con ecclesiologie più aperte ad un confronto con la laicità e le altre religioni. Ha segnato un’epoca da approfondire e studiare a fondo, contraddittoria, ma anche piena di questioni che restano apertissime nella vita della Chiesa cattolica e del mondo di oggi.

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