Due giovani e una città vietata: il costo umano delle misure cautelari raccontato da un sindacalista di polizia
- Nicola Rossiello
- 16 ore fa
- Tempo di lettura: 4 min
di Nicola Rossiello

Sui due giovani suicidi, in precedenza denunciati nell’ambito dei procedimenti seguiti alle manifestazioni per la Palestina a Torino, scrivo con cautela. Non perché ci sia poco da dire, al contrario, perché c’è troppo, e quasi tutto rischia di essere detto male o peggio male interpretato in questo clima di accesa contrapposizione politica.
Da sindacalista di polizia rappresento donne e uomini che in quelle piazze ci stanno per mestiere, dentro le file dei reparti, con i caschi e i manganelli e tutto il peso di un ruolo che non scelgono di volta in volta. Eppure proprio da quella posizione, e non malgrado quella posizione, sento il dovere di fermarmi su una domanda che il garantismo dovrebbe porre prima di chiunque altro. Che cosa significa, per un ragazzo di venticinque o ventisei anni, subire un provvedimento che gli vieta di mettere piede nella città in cui vive, studia, lavora, ha gli amici e forse anche l’unica idea di sé che è riuscito a costruirsi?
Una misura cautelare non è una condanna. Lo ripetiamo, lo ripetono i manuali, lo ripete il codice. Però la distinzione, che regge nelle aule, fuori dalle aule pesa in un altro modo. Il divieto di dimora a Torino, applicato a uno solo del gruppo, mentre per gli altri scattava l’obbligo, è un provvedimento che incide sulla libertà geografica di una vita prima ancora che sul suo merito penale, toglie il quartiere, toglie le aule, i bar, le case dei compagni, l’abitudine di girare l’angolo. Toglie quella cosa indistinta che chiamiamo appartenenza e che a quell’età è tutto, o quasi.
Lo sappiamo, la misura in sé è legittima, ma ha un costo umano che la motivazione di un tribunale non sempre riesce a misurare e a prevedere nei suoi effetti. Chi la applica ha il dovere e l'onestà di prenderla in considerazione. Sul piano puramente giuridico, la magistratura opera nell'alveo delle sue prerogative e della legalità formale, mossa dall'esigenza tecnica di valutare i presupposti di legge. La nostra critica, dunque, non si muove sul terreno della legittimità dell'atto, che spetta unicamente agli organi di controllo competenti valutare, bensì su quello dell'opportunità e dell'impatto sociale.
Sul secondo giovane il quadro è meno chiaro, e mi guardo bene dal forzarlo. Resta il fatto che due percorsi distinti, accomunati da una stagione di procedimenti, si sono interrotti in quel modo. Tenerli separati nella ricostruzione non vuol dire trattarli come se non si parlassero.
C’è una cosa che vorrei dire ai colleghi e che vorrei dire anche a chi, nelle piazze, ci legge sempre come una controparte. La polizia democratica non ha interesse a una giustizia che spaventa più di quanto accerti. Non ha interesse all’uso seriale del divieto di dimora, del foglio di via, del Daspo urbano come arredamento ordinario della gestione del dissenso. Questi strumenti nascono per casi gravi, circoscritti. Quando diventano la trama quotidiana del controllo, la fiducia nelle istituzioni si logora dalle due parti, anche dalla nostra. E si finisce per chiedere agli operatori di reggere sulle proprie spalle il peso di scelte politiche che non hanno fatto loro.
Sul piano etico e costituzionale, l'ordinamento ci impone il rispetto del principio di proporzionalità e di offensività. Ogni misura restrittiva, pur se adottata nel pieno rispetto delle norme, deve fare i conti con la precondizione della dignità umana e con la salvaguardia dei legami sociali minimi, specie quando applicata a soggetti in piena formazione accademica e personale. Il rischio, altrimenti, è che l'isolamento coatto produca un effetto distruttivo non proporzionato alle finalità cautelari perseguite.
Resta poi la questione che nessuno ha voglia di guardare in faccia. Un giovane che si toglie la vita dopo un provvedimento giudiziario non è necessariamente una vittima di quel provvedimento, e dirlo sarebbe un esercizio facile, retorico. Però è qualcuno che in quel provvedimento ha visto qualcosa che altri adulti, magistrati, poliziotti, sindacalisti, commentatori, dovremmo riuscire a vedere meglio: ovvero la sproporzione tra il gesto contestato e l’effetto sulla biografia, l’assenza, intorno, di una mediazione che attutisca, la solitudine in cui si arriva ad attribuire a una carta giudiziaria il proprio destino.
Riconoscere questa complessità è uno dei precisi compiti a cui la Magistratura è chiamata. È questo il gravoso compito che le è affidato: bilanciare la sicurezza pubblica con i diritti civili in contesti di forte tensione. Siamo chiamati, perciò, ad aprire una riflessione comune sulla necessità di strumenti di mediazione che evitino di lasciare il cittadino in una condizione di totale isolamento burocratico.
Non si chiedono indulgenze e neanche amnistie. Abbiamo il dovere di curare i nostri giovani e il loro futuro. E queste due morti, tra le righe, ci dicono che chi firma queste misure deve fermarsi in minuto in più prima di renderle operative, e il dibattito pubblico smetta di esultare a ogni stretta come se la sicurezza fosse una gara di durezza. Anche perché la vera forza della legalità e della sicurezza è data dal pensare "un minuto in più" il provvedimento che si sta per prendere, nella speranza di dare alla fermezza, la forza del cambiare stile di vita senza spegnere o soffocare la voglia di vivere.
Per i due ragazzi, purtroppo, non c’è più niente da fare, resta da riflettere sulle responsabilità politiche e sulla generale consapevolezza del tema. Per quelli dopo, qualcosa da dire, da fare e da cambiare, si.













































Commenti