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I black out elettrici a Torino, anatomia di una crisi annunciata

Le interruzioni non sono un incidente, ma il sintomo dell'ingresso in una nuova era energetica


di Vito Rosiello


Sotto la Mole sta succedendo qualcosa che fino a pochi anni fa sembrava impensabile. Ogni estate il copione si ripete, inesorabilmente, puntualmente: quartieri senza elettricità, ascensori bloccati, semafori spenti, negozi costretti a interrompere l'attività e migliaia di cittadini che restano senza aria condizionata proprio nelle ore più calde della giornata. La spiegazione più immediata è semplice: il caldo. Ma questa risposta, sappiamo bene, è insufficiente. Il caldo non è la causa del problema. È il detonatore di una fragilità molto più profonda e complessa. Torino sta vivendo la collisione tra tre fenomeni che stanno trasformando tutte le grandi città europee: il cambiamento climatico; la rapida elettrificazione dei consumi; l'invecchiamento delle infrastrutture.

I blackout non sono quindi un'emergenza passeggera, ma il sintomo di una trasformazione storica.


Una rete del Novecento applicata al XXI secolo

Gran parte della rete elettrica torinese è stata costruita tra gli anni Sessanta e Ottanta del secolo scorso per una metropoli diversa. La città era il cuore industriale italiano e i consumi energetici erano relativamente prevedibili: grandi fabbriche, uffici, illuminazione pubblica e consumi domestici contenuti in famiglie in maggioranza occupate e demograficamente giovani. Oggi il quadro è completamente cambiato. L'elettricità alimenta climatizzatori, pompe di calore, elettrodomestici, server e infrastrutture digitali, sistemi di mobilità elettrica, dispositivi elettronici sempre connessi. La domanda di energia non è soltanto aumentata: è diventata più distribuita e simultanea.


Il nemico invisibile: il calore nel sottosuolo

Il Piemonte si sta riscaldando rapidamente, secondo i dati di Arpa Piemonte, le temperature massime giornaliere sono aumentate di circa 2 °C negli ultimi sessant'anni, con un'accelerazione particolarmente evidente negli ultimi 35 anni. Le notti tropicali sono sempre più frequenti e il terreno non riesce più a disperdere il calore accumulato durante il giorno.

A differenza di molti altri agglomerati urbani, Torino possiede una rete elettrica fortemente interrata; i cavi sono protetti dalle intemperie, ma soffrono un problema diverso: il surriscaldamento. Quando migliaia di condizionatori vengono accesi contemporaneamente, aumenta la corrente che attraversa i cavi, aumenta il calore prodotto, il terreno già caldo non riesce a dissipare il calore, i componenti più delicati entrano in sofferenza. Il punto più vulnerabile sono i giunti elettrici, cioè le connessioni tra diverse tratte dei cavi. È qui che si verificano gran parte dei guasti.

 

Perché i blackout colpiscono solo alcuni quartieri?

Molti cittadini si chiedono perché un quartiere rimanga senza corrente mentre quello accanto continui a funzionare normalmente. La risposta è tecnica. Torino non possiede un'unica rete omogenea; la città è suddivisa in molteplici porzioni alimentate da cabine primarie, cabine secondarie, linee di distribuzione, cavi di età diverse. Ogni area possiede livelli differenti di usura e capacità di sopportare i picchi di domanda, per questo i blackout si verificano «a macchia di leopardo».


La transizione energetica corre più veloce delle infrastrutture

L'Europa sta elettrificando ogni aspetto della vita quotidiana, è una scelta necessaria per ridurre le emissioni di CO₂. Il problema è che le infrastrutture si aggiornano molto più lentamente rispetto ai cambiamenti nei consumi. Una cabina elettrica richiede anni di progettazione e realizzazione, un climatizzatore richiede una giornata. Il risultato è uno squilibrio crescente.

Quando si parla dei blackout, il nome che ricorre più spesso è Ireti, la società del Gruppo Iren, di cui il Comune di Torino è diventato azionista di maggioranza, che gestisce la distribuzione dell'energia elettrica, del gas e di altri servizi infrastrutturali in diversi territori del Nord Italia, tra cui Torino.


Il suo compito non è produrre energia, ma trasportarla attraverso la rete di distribuzione e garantire che l'elettricità arrivi in modo continuo e sicuro a case, negozi, uffici e servizi pubblici. In altre parole, Ireti è il soggetto responsabile della manutenzione, dell'ammodernamento e del potenziamento della rete elettrica cittadina. Tuttavia, sarebbe riduttivo attribuire a un singolo gestore tutte le responsabilità. Il problema è il risultato di decenni di sottoinvestimenti infrastrutturali, di una pianificazione che non aveva previsto l'accelerazione del cambiamento climatico e di una domanda energetica cresciuta molto più rapidamente delle capacità di adeguamento della rete.

Ireti ha annunciato un piano di investimenti da circa 515 milioni di euro fino al 2030 per rafforzare la rete torinese, gli interventi previsti comprendono nuove stazioni di trasformazione, sostituzione dei cavi più vecchi, rinnovo dei giunti, digitalizzazione della rete, sistemi di monitoraggio in tempo reale. Anche se nel 2026 è stata inaugurata la nuova Stazione Nord, costata circa 25 milioni di euro e progettata proprio per ridurre i blackout estivi, tuttavia, gli stessi responsabili hanno ammesso che il problema non sparirà nell'immediato.

Quello che sta accadendo a Torino non è un caso isolato, la città sta semplicemente affrontando in anticipo una sfida che interesserà tutte le metropoli europee: come alimentare una società sempre più elettrificata con infrastrutture nate per il secolo scorso?

I blackout sono il primo campanello d'allarme e potrebbero essere il fenomeno che ci costringerà a ripensare il concetto stesso di infrastruttura urbana.  La domanda non è più perché salta la corrente? La domanda è, quanto rapidamente riusciremo a costruire la rete elettrica del futuro?  Torino non sta vivendo un'emergenza estiva, ma sta vivendo l'inizio di una nuova epoca energetica.


Non è il fallimento della transizione ecologica

Sarebbe però un errore interpretare i blackout come una dimostrazione del fallimento della transizione ecologica.  Al contrario, i blackout dimostrano quanto la transizione sia ormai inevitabile e quanto sia urgente governarla meglio. La crisi energetica di Torino non è stata causata dai condizionatori, dalle auto elettriche o dalle pompe di calore. Questi strumenti rappresentano una parte della soluzione alla crisi climatica. Il vero problema è che la politica, a livello locale e nazionale, ha investito troppo lentamente nell'ammodernamento delle infrastrutture che avrebbero dovuto accompagnare questo cambiamento.

Per molti anni il dibattito pubblico si è concentrato sulla riduzione delle emissioni senza affrontare con la stessa determinazione il tema delle reti energetiche, considerate un elemento tecnico e poco visibile. Eppure saranno proprio le reti a determinare il successo o il fallimento della transizione ecologica. Una città sostenibile non è semplicemente una città con più piste ciclabili o più auto elettriche. È una città capace di garantire infrastrutture resilienti, adattate alle nuove condizioni climatiche e in grado di sostenere una domanda energetica sempre più elevata.

Il cambiamento climatico non è una minaccia futura: è già incorporato nelle nostre infrastrutture, nei nostri consumi e nella vita quotidiana delle persone. I blackout quotidiani ci ricordano che la lotta alla crisi climatica non si vince soltanto producendo energia pulita, ma costruendo una rete elettrica pubblica, moderna, intelligente e capace di resistere alle condizioni estreme che diventeranno sempre più frequenti.

La vera sfida politica dei prossimi decenni non sarà scegliere se fare la transizione ecologica, ma decidere quanto rapidamente saremo in grado di costruire le infrastrutture necessarie per sostenerla. Torino non è una città in emergenza, ma è una città che sta entrando per prima nel futuro. La domanda è se le istituzioni saranno in grado di arrivarci insieme ai suoi cittadini.

 

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