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ELEZIONI 2022 - Lettera aperta a una sinistra da ritrovare

di Andrea Surbone

Astensionismo stratosferico e affermazione di un populismo presentatosi come alternativa al governo uscente mi fanno pensare che ci sia qualcosa che non funziona nel profondo.

Se in questi ultimi anni ho denunciato la situazione delle regole di base da cambiare, fornendo, peraltro, una proposta operativa (non solo un’invettiva, quindi), oggi sento che sia urgente e prioritario occuparsi anche di politica.


Qualche premessa lessicale.

Populismo. Inteso come il rivolgersi nel modo più accessibile e semplice possibile all’elettorato. M’è occorso di leggere, per esempio, le risposte della Meloni alle questioni ambientali: corrette affermazioni ma vuote d’ogni possibile presa di posizione; in altre parole, un ottimo programma che ci fa sentire d’essere cittadini attenti ma senza proporre alcunché, dunque senza scomodarci.

Politica. Intesa qui come partitica; anzi, meglio: come programmi e ideali che i partiti sventolano, alcuni con continuità (e sono gli ideali), altri in campagna elettorale (e sono i programmi; tanto si sa, non vengono mai rispettati).

Alternativa al governo uscente. La grande intuizione di FdI: non entrare nel governo Draghi. Potendone, quindi, prendere le distanze a proprio piacere.


Cos’è, allora, questo senso profondo di qualcosa che non funzioni? E come mai è così trasversale?

Come tutti noi, pure io sono in ben 2 gruppi su whatsapp, dei quali, oltre alla funzione di socialità a distanza, scorro i messaggi come Giovanni Drogo, il protagonista de Il Deserto dei tartari di Dino Buzzati (non il Khal, potente signore della guerra ne Il Trono di Spade) ti scrutava l’orizzonte immobile per capire se qualcosa si muovesse, come si muovesse, e verso quale obiettivo. Ne ho tratto l’idea che tutti critichino l’attuale situazione, da tutte le parti – sinistra, centro, destra –, mentre il problema si pone allorché si cerca d’individuarne la meta. Siamo confusi, non abbiamo un orizzonte ideale cui tendere e, di conseguenza, percepiamo con recondito senso di fastidio ideali e programmi.


E questo senso di fastidio è diverso dall’ormai consueto tanto sono tutti uguali. Ho l’impressione che, seppur ancora in modo confuso, oscuro e inconscio, il nostro sentire – purtroppo assolutamente corretto – sia tanto la società rimane la stessa. A che pro, allora, impegnarmi in una scelta – elettorale, in questo caso – per rimanere comunque all’interno d’un recinto – la società – continuamente criticato ma immutato e immutabile?

Anche a destra, oggi vincente ed esultante, da domani si tornerà al mugugno, ai finti Snoopy e Mafalda, allo scoramento.


Dunque, che fare? La mia personalissima idea, che ho tramutato in proposta sociale, è quella di ricominciare a pensare in grande; nel senso di alzare lo sguardo oltre l’urgenza quotidiana per inserire questa in un quadro di riferimento ideale, nella speranza di una società migliore. Per la quale valga la pena di battersi, perfino elettoralmente.

Così facendo, lo stesso battibecco sull’urgenza quotidiana può divenire come le lucine di cortesia, quelle che ci indicano la via per l’uscita dal buio del cinema, spinti dalla pellicola avvilente cui si sta assistendo: verso l’accecante sole che riluce nel pieno giorno.


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