La Stanza del pensiero critico. Sospendere l'ETS equivale a precludersi il futuro
- Savino Pezzotta
- 6 giorni fa
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La Confindustria "mette all'indice" il sistema europeo di scambio delle emissioni
di Savino Pezzotta

Ci sono momenti in cui le parole di un Paese raccontano più delle intenzioni ufficiali. La richiesta di Confindustria di sospendere l’ETS, il sistema europeo di scambio delle emissioni, non è uno di quei tecnicismi che passano inosservati. È un gesto politico, un tentativo di spostare l’asse della transizione ecologica, di riscrivere le priorità tra sviluppo industriale, responsabilità ambientale e giustizia sociale.
La narrazione del peso insostenibile
Secondo questa lettura, l’ETS sarebbe un freno alla produzione, un ostacolo alla competitività, un costo che mette a rischio la manifattura italiana. Ma dietro questa retorica si nasconde qualcosa di più profondo: l’idea che le difficoltà di alcuni settori industriali possano giustificare il rinvio della transizione. È come dire che la crisi climatica è un lusso, un problema rimandabile a quando il costo sarà più sopportabile.
La realtà è opposta: la crisi climatica è già una crisi sociale. Alluvioni, siccità, ondate di caldo e bollette in aumento colpiscono prima di tutto i cittadini, i lavoratori e i territori. Ignorare questo significa non capire la portata del problema. L’ambiente e la società non possono più essere separati: difendere il lavoro oggi significa costruire un sistema produttivo pronto a un futuro sostenibile, capace di innovare e ridurre l’impatto sull’ambiente.
Chi paga davvero il prezzo dell'inquinamento
Il sistema ETS funziona così: chi inquina paga, chi investe in tecnologia pulita viene premiato, chi resta fermo è stimolato a cambiare. Non è perfetto, ma è uno strumento concreto per orientare l’economia verso la sostenibilità. Sospenderlo significherebbe congelare la transizione ogni volta che costa, considerarla negoziabile e rimandabile, togliendo pressione a chi deve innovare e scaricando il peso sui cittadini, sui lavoratori e sulle generazioni future.
Quando chi inquina non paga, il costo non sparisce: ricade su tutti gli altri. I cittadini affrontano bollette più alte e servizi pubblici più deboli, i lavoratori pagano con imprese meno innovative e meno competitive, i territori soffrono eventi climatici sempre più estremi, e le generazioni future erediteranno un debito ambientale difficile da colmare.
Il ruolo decisivo del sindacato
Difendere i lavoratori non significa opporsi alla transizione ecologica. Significa accompagnarla, guidarla, proteggerla. Investire nella formazione, sviluppare competenze tecnologiche e garantire tutele per chi affronta la riconversione industriale. Bloccare la transizione oggi significherebbe esporre il lavoro a rischi maggiori domani. La sfida non è fermare il cambiamento, ma governarlo con responsabilità e visione.
La transizione ecologica non è un costo da contenere, ma un’opportunità per modernizzare l’industria, creare nuovi posti di lavoro e rafforzare l’autonomia energetica del Paese. Farne un vincolo burocratico significherebbe perdere questa prospettiva. È il momento di vedere nella sostenibilità un motore di crescita e non un ostacolo da evitare.
La scelta è chiara: continuare a difendere assetti produttivi ormai superati, o investire in innovazione, sostenibilità e lavoro di qualità. Questa decisione non riguarda solo la politica climatica, ma l’idea stessa di sviluppo economico e sociale. E su questo terreno si gioca una parte decisiva del futuro industriale e democratico del Paese. Il futuro non si attende: si costruisce. E scegliere di difendere l’ETS oggi significa scegliere di non sacrificare il domani sull’altare del margine trimestrale.













































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