Per passione, non solo musica e parole...
- a cura del Baccelliere
- 17 mar
- Tempo di lettura: 3 min
Diffidenze e pregiudizi verso le avanguardie musicali contemporanee
a cura del Baccelliere

C’è una specie di pregiudizio pop sulla musica contemporanea che vale la pena non sottovalutare. All’inizio degli anni ‘80, Franco Battiato sentenziava “la musica contemporanea mi butta giù”[1]. Non è dato sapere se davvero la pensasse così o fosse solo una provocazione. Prendendo per buona la provocazione, possiamo provare a capire perché Battiato, che aveva praticato l’ambiente fino a vincere il Premio Stockhausen nel 1978 del Festival pianistico internazionale di Brescia e Bergamo con L'Egitto prima delle sabbie, si esprimesse in questo modo.
La musica contemporanea nasce nel ‘900, grazie a figure di rottura come Arnold Schoenberg. Il termine è usato tuttora in maniera un po’ paradossale. Il concetto di contemporaneità dovrebbe cambiare con il passare del tempo o per lo meno dovrebbe farlo il suo oggetto. Ma in questo caso il concetto si è dilatato. Esiste una contemporaneità storica, per così dire. E ne esiste una quotidiana. Abbiamo un’idea precisa di quella storica ma risulta difficile dire dove vada quella quotidiana. I compositori viventi sono poco eseguiti e anche gli appassionati li guardano con una certa diffidenza.
Il processo che ci ha portati fin qui è lungo e tortuoso. La musica colta occidentale nella prima metà del secolo scorso si è caratterizzata per un progressivo abbandono della tonalità. I compositori andavano alla ricerca di un suono nuovo attraverso la pratica di nuove tecniche compositive. Nella seconda metà del secolo, si è assistito ad una frattura con i destinatari - il pubblico - determinata da più fattori. L’affezione e la dimestichezza degli ascoltatori con il repertorio storico - dal barocco al romanticismo - da un lato e la progressiva acquisizione di elementi sperimentali e teorici della nuova musica dall’altro rendevano più facile trovare rifugio nei porti sicuri di Bach e Beethoven che affrontare le tempeste della dodecafonia. Il che contribuiva a trasformare la nuova musica in qualcosa di arduo a prescindere, quasi da iniziati.
Va detto che sempre le innovazioni hanno destato diffidenza. The rite of spring di Stravinsky fu accolta malissimo, la critica ne parlò come un’opera scandalosa. Oggi è entrata nel repertorio delle sale da concerto. Cosa che è avvenuta in maniera limitata per compositori successivi.
Il Novecento è stato un secolo tragico e ricco di fermenti culturali. Difficile comprenderlo senza riflettere sul concetto di avanguardia. Si tratta di un fenomeno comune alle arti figurative - si pensi a Picasso - alla letteratura - il monumentale Ulisse di Joyce - e da cui non è immune la musica. Gli artisti si ponevano l’obiettivo di guidare il pubblico anziché andare a rimorchio dei suoi gusti. Territori nuovi, in cui l’ostico percorso a cui era costretto il fruitore non rappresentava un problema ma conseguenza naturale della ricerca condotta. Diverso però l’approccio all’avanguardia nelle arti figurative e nella musica. Guardare un quadro di Pollock e ascoltare il Wozzeck di Berg sono esperienze distanti. Diversi il tempo da dedicare, il coinvolgimento richiesto, la fatica intellettuale. Posso fermarmi a guardare un quadro, tornare indietro, dedicargli pochi secondi o un pomeriggio intero. La musica impone il proprio tempo. Il Wozzeck dura un’ora e mezza. Per apprezzarne il senso bisogna attraversarlo tutto. Questo spiega la minore accettazione delle avanguardie musicali rispetto a quelle di altre forme d’arte. La musica è un’arte performativa. L’esperienza estetica è contingentata.
Il secondo dopoguerra ha visto inoltre il parallelo affermarsi di musiche nuove. Il rock e il jazz, per semplificare i Beatles e Miles Davis, sono assurti a musiche d’arte. L’innovazione culturale non era più appannaggio esclusivo della musica colta ma si apriva anche alla musica popolare. E con la musica popolare il pubblico, attratto da un codice accessibile, si rendeva disponibile a nuove raffinatezze. E questo non faceva che allontanarlo dalla musica colta.
Rinunciare alla musica contemporanea o relegarla in pochi ambiti vuol dire perdere il rapporto con il presente. La questione non è solo estetica, ma anche sociale e culturale, ha a che fare con il rapporto tra gli artisti, le istituzioni e il pubblico. Senza pregiudizi, abbiamo gli strumenti per superare questa divisione. Aprire le orecchie serve anche ad aprire le menti. La musica è un messaggio di solidarietà. Per ascoltare bisogna avere la disponibilità a capire. Sapere ciò che sta dietro il lavoro di un compositore non ha il potere di renderci più intelligenti ma allarga i nostri orizzonti e in ultima analisi accresce il piacere dell’ascolto[2]. E tutto questo ci tira su, checché ne dicesse l’amato Battiato[3].
Note
[2]Luciano Berio potrebbe costituire un meraviglioso esempio https://youtu.be/yeMAQZJdew4?si=0VYNzSJMFs3YuV17













































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