top of page

Dalla privacy al dossieraggio, usi e abusi del made in Italy

di Emanuele Davide Ruffino

 


Le notizie su un ampio uso delle pratiche investigative con finalità dubbie, su cui la Procura di Perugia ha aperto l'inchiesta che sta creando un maremoto di indignazioni nel mondo e non solo della politica, risveglia le fantasie più originali di complotti, trame oscure e conflitti di potere, elementi di grande utilità per le prossime esperienze letterarie e cinematografiche. Ma nel cittadino, quadro e cornice del nuovo scandalo - non nuovo nella storia tormentata della Repubblica italiana, se pensiamo alle schedature del Sifar (servizio segreto militare) guidato dal generale De Lorenzo a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, e a quelle più di ambito locale della Fiat sollevato negli anni Settanta dall'allora pretore Raffaele Guariniello - non può che muovere ulteriore risentimento per come sono "usate" le risorse pubbliche, per sostenere le spese di questi strani dossieraggi. Specie se il medesimo cittadino si sente sempre più vessato da una infinità di lacci e lacciuoli ben presenti nella vita quotidiana e di come le norme che lo riguardano e la macchina statale non siano del tutto imparziali.

Se da un lato è già partita la bagarre delle polemiche, ma ormai la nostra società, in carenza di contenuti elevati, ogni episodio è utile per rilanciare lo scontro, dall’altro, diventa necessario riflettere sui comportamenti che la nostra società assume non solo di fronte al singolo episodio, ma come interrelazione tra i diversi comportamenti troppo spesso ieratici e contradditori.

Probabilmente il “dossieraggio”, stante il polverone che si sta alzando, finirà in uno sterile dibattito tra innocentisti e colpevolisti, ma lascerà un graffio profondo nella credibilità delle istituzioni e del modo di fare giornalismo, sempre più orientato a mettere in evidenza solo quella parte di verità che fa comodo.

La prima domanda che sorge spontanea è come mai, al cittadino viene chiesto di firmare un’infinità di documenti riconducibili alla tutela della privacy e al consenso informato (principi assolutamente fondamentali per definire una convivenza civile, ma che rischiano di essere percepiti solo come appesantimenti burocratici), ma poi gli stessi principi vengono sistematicamente ignorati da organi dello Stato.

 

L’efficienza delle leggi

Se da un lato le norme devono inequivocabilmente rispondere a principi etici, così come, per dirla alla Giuseppe Toniolo (forse il più grande economista italiano) deve esistere un primato dell’etica anche in economia, dall’altro non si può non valutare l’irrazionalità nel mantenere in essere provvedimenti sistematicamente ignorati e non funzionali al sistema. Anzi. proprio per garantire l’eticità di una norma, questa deve essere correlata alla sua efficacia affinché non risulti solo un esercizio giuridico intelletualpopulistico.

I legislatori, oltre a sfornare un’infinità di norme, che nessun individuo può oggettivamente conoscere (o anche solo leggere), sono sempre più chiamati a verificare l’effettiva utilità delle medesime e la loro aderenza allo spirito con cui sono state emanate. Ad attualizzare questo requisito è sovente la stessa evoluzione della giurisprudenza che, in alcuni casi, stravolgere il significato originario di alcune norme, ma a preoccupare è sempre più l’uso che si fa delle Istituzioni pubbliche, spesso sostenute per garantire interessi particolari, ma di scarsa utilità per il sistema.

Vittima di questo decadimento sono anche alcune articolazioni dell’ONU, il più bel sogno dell’umanità, ma che è stato pizzicato a finanziare uffici che assorbono più risorse di quante ne riescono a distribuire ed oggi si trovano coinvolte in atti di sostegno e fiancheggiamento di fatti ignominiosi accaduti il 7 ottobre in Israele. L’errore di pochi soggetti non può inficiare la validità di un’Istituzione, ma l’analisi di come vengono utilizzati i fondi, al di la del “diplomatismo” che queste istituzioni sono in grado di creare, diventa un requisito per la loro stessa sopravvivenza. E la questione Nazioni Unite è soltanto la punta dell'iceberg.

Nel ricercare le motivazioni di un utilizzo sempre più disinvolto del potere in mano a certi uffici, dall’ONU a settori della nostra Pubblica Amministrazione, induce a riflettere sull’uso che si fa delle Istituzioni e delle norme che queste emanano. Se infatti sui principi generali vi è in Occidente una generale condivisione, su come questi si estrinsecano nella vita quotidiana, lo scontro si fa contemporaneamente violento e inconcludente. 

Un’Istituzione o una legge può definirsi efficiente quando riesce a raggiungere i suoi obiettivi in modo ottimale, minimizzando gli sprechi di risorse (per definizione sempre limitate) e massimizzando i benefici per la società: argomenti scomodi e, di conseguenza, trascurati.

 

Libertà minacciate

Per la verità, ad essere messa in discussione non è tanto la libertà, ma come questa viene minacciata da troppi elementi non più controllati. Per evitare un’ulteriore fase di decadenza morale e organizzativa (dove il rispetto di una norma o la possibilità che questa sia utilizzata in modo iniquo, prevale sulla ricerca di razionalità) occorre ricondurre l’azione sociale a criteri chiari e comprensibili per tutti, evitando ambiguità e interpretazioni multiple: il “dossieraggio” mette in luce proprio come si possano indirizzare le informazioni in funzione di obiettivi di parte.

Ogni giorno infinite informazioni su “operazioni sospette” vengono rilevate dagli impiegati di banca al fine di supportare le operazioni di intelligence nella lotta alla criminalità (e il cittadino comune si sente rassicurato da questo monitoraggio capillare): ma se poi qualcuno risponde a qualche lobby di potere anziché alla Politica quale massima espressione della volontà popolare, si crea un pericoloso clima di confusione (probabilmente voluto da qualcun altro). Se si rileva che le indagini riguardano soprattutto una parte, mentre un'altra viene opportunamente e sistematicamente trascurata (ma la cosiddetta Prima Repubblica ammonisce su come i pericoli maggiori arrivavano dall’interno degli stessi partiti, più che dagli avversari) ad essere messa in dubbio è la credibilità e funzionalità del sistema.

Il cittadino, che ogni giorno deve firmare clausole scritte in caratteri piccolissimi (o peggio, l’anziano malconcio che, dopo l’ennesima firma, avverte segni di stanchezza, per cui l’accompagnatore, mosso da pietas e con l’accondiscendenza del funzionario che, in quel momento, si gira dall’altra parte, si sostituisce nell’apporre uno scarabocchio) e che vede la giustizia rallentata nel perseguire reati particolari gravi, non capisce, se non per garantire alcuni stipendi, l’ossessione per alcune norme con carattere di marginalità e, tanto meno, non capisce come alcune istituzioni possano perseguire interessi privati o di parte in forme del tutto plateali ed indisturbate.

Per superare l’impasse, occorre spostare l’attenzione sull’efficacia, efficienza ed appropriatezza nell’applicazione delle norme. Si dovrebbe introdurre un principio per cui gli organi legiferanti, ad ogni emanazione di una nuova norma, dedichino altrettanto tempo ad esaminare se, quelle esistenti, rispondono ancora a qualche utilità e se i benefici finanziari, sociali e ambientali, superano i costi, nei tempi congrui per affrontare le sfide contingenti.

La non facile mediazione tra teoria e prassi deve considerare il significato dei conflitti e delle controversie nel contesto giuridico e sociale al fine di rendere credibile ed affidabile il sistema e, così facendo, ridurre l’astensionismo che alla lunga, rischia di minare le fondamenta della democrazia.

 

139 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti

コメント