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Un ricordo di Nino Battaglia

Aggiornamento: 26 mar 2023

di Maria Grazia Cavallo


La notizia si è diffusa ieri mattina e i più sono rimasti increduli nell'apprendere la morte repentina di Nino Battaglia, uno dei giornalisti della Tgr Piemonte, il cui volto è ancora stampato, impresso, nella mente dei telespettatori, nonostante fosse da alcuni anni in pensione. Nino Battaglia aveva 71 anni, ma l'immagine era rimasta nel tempo quella dell'eterno ragazzo, con i capelli soltanto un po' imbiancati, ma rigorosamente pettinati con la riga in mezzo, uno stile che gli restituiva un'aria gradevole da dandy, estremamente signorile.

Come il suo stile nella conduzione del Tg regionale che affidava anche a una gestualità fuori del comune e nei suoi servizi per le testate nazionali, televisive e radiofoniche. E una di queste, Radio Tre, lo ha ricordato ieri sera nella trasmissione "Hollywood party". Una citazione sincera, non di circostanza, particolarmente sentita nel perlustrare le sue partecipazioni a "Torino film festival" con interventi e interviste. Un'emozione.

Sì, perché Nino Battaglia, che si occupava soprattutto di politica e di costume, era un appassionato cinefilo. Ed era, infatti, un piacere ascoltarlo alla radio, al Giornale radio del Piemonte, la domenica a mezzogiorno con la sua rubrica dedicata alla settima arte, con cui annunciava e raccontava le prime cinematografiche. Amava il cinema e grazie al cinema rinverdiva il suo "primo" amore giornalistico, quello della carta stampata, da cui proveniva e che ritrovava nelle cronache del Festival di Cannes, che aveva seguito per anni con la passione della scoperta e dello stupore che restano forze inossidabili dell'essere giornalisti.

Michele Ruggiero



Eppure, di persona, non l’ho mai incontrato. Parlo quindi da semplice spettatrice che fa parte di quella “comunità rituale” – “una comunità dell’ascolto e dell’appartenenza”, come direbbe il filosofo Byung-Chul-Han – di persone che deliberatamente scelgono ogni giorno di continuare ad “incontrarsi “ e di “riconoscersi”: non in presenza, ma simbolicamente, attraverso il “rito” dell’ascolto del telegiornale.

Non a caso parlo di “rito”. Attendere l’ora, accendere il video, sedersi o anche soltanto fermarsi a guardare, ascoltare e riflettere; e farlo sapendo che torneremo a ripetere questi gesti possibilmente ogni giorno. È questa la struttura e, per così dire, la “magia”- di questo specifico rito. Tanto più significativo di questi tempi, così prepotentemente accelerati dalla tecnologia.

L’algoritmo - che impone, prescrive, esige, detta i modi e le tempistiche - ha stravolto anche il mondo della comunicazione. Sventagliate di notizie ci arrivano continuamente dal web, dalle rassegne stampa in continuo aggiornamento, ad ogni accensione di cellulare, ad ogni “apertura” di P.C. dall’alba alla notte e dalla notte all’alba. Ma noi - che amiamo farlo - ben sappiamo che “guardare“ il nostro telegiornale e seguire i “nostri” giornalisti è “un’altra cosa”.

Ognuno ha il ”proprio” telegiornale di riferimento , i propri giornalisti preferiti. Il “rituale” si può articolare nei modi più diversi: ad esempio stando a tavola coi familiari e commentando; oppure accarezzando il gatto o stando in trattoria con gli amici, e in tanti altri modi ancora. I modi non importano. Quello che conta è, invece, la sensazione di accasamento, di stabilizzazione delle emozioni, di liberazione dal contingente – sempre citando il filosofo coreano – che ci consente di fermarci e prendere, per così dire, una pausa di respiro e di riflessione. Perché lo sentiamo e lo sappiamo che “i riti stabilizzano la vita”: ti fanno sentire a casa”.

Anche l’appuntamento quotidiano di ciascuno di noi con il “proprio” telegiornale costituisce un “rituale di accasamento”.

Che sta diventando sempre più prezioso oggi, quando una comunicazione prodotta da impulsi sempre più incessanti, invadenti e pervadenti rischia di destrutturare il rapporto stesso fra comunicazione e comunità. Rischia di trasformare“la comunità rituale” - quella“comunità dell’ascolto e dell’appartenenza collettiva” di cui abbiamo parlato ed a cui fortunatamente ancora apparteniamo – in una “comunicazione senza comunità”.

Per questo, ritengo prezioso il rapporto il seguire i “nostri“ TG ed i nostri giornalisti di elezione, quelli che apprezziamo e che ci siamo scelti come riferimento. E, che pur non avendo conosciuto personalmente Nino Battaglia, lo ringrazio, e penso di farlo a nome dei tantissimi che lo hanno seguito come giornalista di riferimento. Un giornalista che, pur scevro da rapporti personali, era capace di farsi percepire come uno di famiglia, entrando nelle case con garbo, empatia, gentilezza, equilibrio. II suo modo di porgere era un invito a riflettere. Qualità che noi spettatori percepivamo come sincere e solide: non formali, non semplicemente dovute al suo ruolo professionale. E ciò non è poco, non è sempre scontato. Si capiva che tali qualità emanavano dal suo essere "persona", ben prima che dal suo essere "comunicatore e giornalista".


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