Un libro per voi. Nel ricordo di Borsellino: "Lo Stato illegale"
- Vice
- 17 lug 2025
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di Vice

Ancora 24 ore, in quel 18 luglio del 1993. Ma non era la riproposizione di un famoso film americano. Erano le ore di vita che restavano a Paolo Borsellino e ai giovani agenti della scorta, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. La morte li stava attendendo via D'Amelio, davanti al numero civico 19, singolare coincidenza, sotto forma di una Fiat 126 "caricata" a tritolo. Nessuna proroga di tempo era stata prevista da Cosa Nostra. Borsellino doveva morire, come il giudice Falcone. Anzi, più rapidamente del suo amico, aveva sentenziato Totò Riina.
In questi giorni, in avvicinamento al 19 luglio, La Porta di Vetro ha recensito un libro che direttamente o indirettamente racconta quei fatti di mafia.[1] Alla vigilia della ricorrenza, è la volta de "Lo Stato illegale, mafia e politica da Portella della Ginestra a oggi", di Gian Carlo Caselli e Guido Lo Forte.
"Questo duplice attacco al cuore della democrazia - che Andrea Camilleri ha paragonato in quanto a potenza simbolica all'abbattimento delle Twin Tower - aveva naturalmente come obiettivo l'uccisione di due pilastri dell'antimafia come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Fu tuttavia chiaro fin da subito (in un caso e nell'altro) che la ferocia criminale rispondeva anche a un disegno politico di Cosa nostra. Disegno che trovò ancora più evidente realizzazione con le stragi che seguirono nel 1993 a Firenze, Milano e Roma".
Con questo incipit Gian Carlo Caselli e Guido Lo Forte, di cui è noto il grande impegno professionale e civico con la toga di magistrati, introducono il lettore a Lo Stato illegale (Ed. Laterza, 2020). Un titolo che, probabilmente, rimontando una recensione del giornalista Attilio Bolzoni, sarebbe stato difficile trovare più semplice e definitivo, potremmo aggiungere consono, per smontare i luoghi comuni che resistono, nonostante le grandi tragedie nazionali. Tragedie che non sono di ieri e neppure dell'altro ieri, come raccontano gli autori in più passaggi della ricca introduzione i cui sottotitoli, da Alcune (incredibili) storie del passato a Uno "statuto" della mafia e Il primo grande pentito, per citare i primi in ordine di apparizione, contribuiscono a dare concretezza alle ombre mafiose che dall'unità risorgimentale in avanti hanno inquinato la vita del nostro Paese, con la complicità diretta e non di altri soggetti, anche istituzionali, e organizzazioni, non solo nazionali, il cui scopo primario è stato quello di destabilizzare lo Stato, per renderlo appunto illegale.
Uno Stato non sempre legale, al quale si è opposto, ricordano Caselli e Lo Forte, fin dal Secondo dopoguerra una reazione etica, morale e politica, circondata però dal sospetto di essere vicina e alimentata dal Partito comunista italiano, contro il quale la mafia ha prontamente agito in Sicilia fin dalle prime libere elezioni regionali del 1947, figlia di un comune sentire che dagli anni Ottanta ha preso il nome di antimafia.
Cuore pulsante del libro, destinato ad incrociare anche da più angoli di osservazione le traiettorie professionali e drammatiche di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e su cui si impiantano le vicende successive che hanno visto protagonisti entrambi i magistrati a Palermo, è la ricostruzione dei numerosi processi politici - Andreotti, Mancino, Dell'Utri, cui si associa quello al giudice "ammazza sentenze" Corrado Carnevale. Processi rivelatori di uno spaccato fedele del connubio tra criminalità-politica-affari che il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, neo prefetto di Palermo, definì in un colloquio con l'allora presidente del Consiglio Giovanni Spadolini, siamo nell'estate del 1982, "una specie di poli-partito della mafia".
Del "poli-partito della mafia", Caselli e Lo Forte ne disegnano una rappresentazione prismatica che sovrappone figure ed episodi tra di loro legati all'ascesa del gruppo dei corleonesi, alla presa di potere di Totò Riina e Bernardo Provenzano, i quali scioccati dal maxi processo di Palermo e dalla mancata e abituale "riforma" delle sentenze, scatenano la loro vendetta su magistrati nemici e politici amici considerati inaffidabili, per proseguire con una sanguinosa guerra contro lo Stato dove l'arma d'ordinanza è il tritolo.
Ma non ci sono soltanto le autobombe a uccidere e a sollevare crateri nelle strade, e a distruggere monumenti: la stagione del terrore di quel lontano 1993 è integrata da una campagna di delegittimazione che passa da un "fuoco di sbarramento" preventivo, ricordano ancora gli autori, non appena delicate inchieste si concretizzano nel rinvio a giudizio.
Di quel lontano passato, abbandonato lo stragismo, rimane intatta, se non in crescita, la pervasività delle mafie; un universo che agisce su livelli più sofisticati rispetto al passato e che si è dato, per usare il pensiero degli autori, una "struttura intelligente" che si pone al servizio trasversale delle diverse organizzazioni, accogliendone le disponibilità finanziarie per valorizzarle e accrescerle attraverso modalità dall'apparenza lecita. Mafie disseminate sul globo che agiscono di concerto contro cui, concludono Caselli e Lo Forte, diventa cruciale "contare su una strategia globale di contrasto, armonizzata a livello internazionale".
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