Un libro per voi: "Missione Arcobaleno, 25 anni dopo"
- Alberto Ballerino
- 20 ore fa
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Volontariato e guerra nei Balcani
a cura di Alberto Ballerino

Negli anni Novanta la guerra arrivava nel cuore dell’Europa con la disintegrazione della Jugoslavia. Una lunga tragedia che ebbe il suo dramma finale con il conflitto del Kosovo. Pagine di orrore rimaste nella memoria, accanto alle quali però bisogna ricordare anche il coraggio di chi volle impegnarsi in operazioni di solidarietà per aiutare le vittime di questa follia esplosa praticamente davanti alla nostra porta di casa. Questo aspetto umanitario viene ricordato ora nel libro Missione Arcobaleno 25 anni dopo di Dante Paolo Ferraris, che partecipò come funzionario responsabile della Protezione Civile di Alessandria. La presentazione si terrà sabato 23 maggio alle ore 10,30 nella sede della Croce Verde di Alessandria in via Boves 5. L’autore si confronterà con Franco Pasargiklian, direttore della rivista ‘La Protezione Civile Italiana’.
“Questo libro – dice Dante Paolo Ferraris - nasce dopo cinque lustri, quando con diversi volontari ci siamo ritrovati per ricordare chi di noi aveva partecipato alla Missione Arcobaleno. Si è pensato di raccogliere tutto e di realizzare una pubblicazione con molte fotografie per ricordare l’impegno e la partecipazione dei volontari piemontesi a questa importante missione. Ci abbiamo messo un po’ di tempo perché le immagini del 1999 non erano certamente digitali: andavano raccolte, censite, scelte. Non è stato un lavoro facile”.
La Missione Arcobaleno nacque in relazione agli ultimi atti della guerra dei Balcani. “Il punto di partenza avviene quando anche il Kosovo chiede l’indipendenza dallo Stato Federale di Jugoslavia. Di fronte alla repressione si sviluppa un grande esodo di popolazione di lingua albanese soprattutto verso l’Albania, che però non ha la forza di soccorrere una massa 250mila persone. L’Italia decide di aiutare questo profughi, viene concluso un accordo e il nostro paese entra a pieno titolo nell’élite umanitaria, a fianco delle Nazioni Unite e di altre organizzazioni, nel fronteggiare questo immane esodo, riguardante soprattutto donne, anziani e bambini.

La maggioranza dei giovani erano rimasti e combattere in Kosovo. Per affrontare questo impegno, l’Italia chiede aiuto a tutte le regioni, che rispondono positivamente. Nasce così un campo a Valona che viene chiamato proprio ‘Campo delle regioni’. Ognuna si prese come incarico l’allestimento di una tendopoli e il suo mantenimento per cinquecento persone, numero che sarà poi ampiamente superato in tutte. Il campo di Valone era stato realizzato in un vecchio aeroporto militare italiano, diventato sostanzialmente un’ampia discarica. Così anche il Piemonte si attiva, costituendo una missione ad hoc. Io vengo chiamato a organizzarla. Sarà gestita sotto l’aspetto operativo da Marco Bologna e altri funzionari regionali, uomini di tantissime associazioni e anche delle aziende municipalizzate del Torinese. Si tratta della prima colonna mobile piemontese di Protezione Civile creata per aiutare questi profughi. Siamo nel 1999 e coinvolge centinaia di volontari e dipendenti che si prodigarono per mesi per il campo di Valona”.

Tantissimi i ricordi. “Vengono proprio dalle foto perché il tempo tende un po’ ad offuscarli. Ci sono i momenti in cui vedevi i bambini sporchi, affamati e scalzi o con scarpe di diversa misura, che dopo qualche giorno erano rivestiti, rifocillati e potevano giocare a pallone o a pallacanestro tra di loro e insieme ai volontari. Questa è stata già una cosa bellissima. I loro disegni rappresentavano carri armati, bombe, aerei. Oppure ricordo la nascita dei primi bambini grazie alla collaborazione del personale del 118. Sono momenti in cui ti rendi conto che la sofferenza di un popolo trova una risposta importante grazie all’amicizia e alla solidarietà. Ricordo gli anziani che ti raccontavano la morte dei loro figli in guerra, le rappresaglie di truppe irregolari, la sparizione di donne giovani per essere avviate all’attività di prostituzione”.

I bilanci di questa missione, dopo tanti anni, sono diversi. “Fu il primo momento in cui la sanità regionale piemontese si rese conto dell’importanza della collaborazione con i volontari. Questo lavorare insieme pose la basi di uno sviluppo successivo molto utile anche per quello che avverrà poi in Italia. Altro aspetto fu il vedere la Regione attivarsi per creare una colonna mobile, fatta non solo da uomini e camion ma da risorse umane: personale sanitario, chi si occupava della logistica, chi faceva da mangiare, chi puliva il campo, chi faceva attività socio assistenziale. Quindi composta di pura assistenza. Consideriamo che nel 1999 il volontariato piemontese era in fase di sviluppo. Il grande volontariato in Piemonte era nato nel 1994 e si muovevano le prime associazioni. Per esempio, partecipava per Alessandria a questa missione, oltre al gruppo comunale di Piovera, anche l’associazione Due Fiumi. Quindi la Regione raccolse quello che stava nascendo sul territorio, fu una grande prova di capacità organizzativa".













































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