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Un libro per voi: "La sponda oltre l’inferno"

a cura di Piera Egidi Bouchard


“Il mare è un mostro. E’ malvagio. Un polipo con tentacoli senza fine. Un’affascinante bestia mitologica con la pelle liscia e morbida come la seta. Ti avvolge dolcemente, ma ti divora quando è arrabbiata. E’ un essere senza pietà.” Così inizia La sponda oltre l’inferno, [1] l’ultimo, bellissimo romanzo di Younis Tawfik, quanto mai attuale d'estate, stagione in cui si intensificano gli sbarchi, i naufragi, i soccorsi, i morti, i bambini dispersi nel mare: le tragedie dell’immigrazione a cui assistiamo impotenti, un giorno dietro l’altro.

Ed è proprio la tragedia, anzi più tragedie personali, a far da sfondo al romanzo in cui, a differenza dell'esordio de La straniera, con cui Tawfik vinse nel 2000 il premio Grinzane Cavour, a prevalere non è la penna leggera che racconta un impossibile amore, ma una penna che s’intinge di angoscia. Non a caso, avverte l'autore, “Ogni riferimento a fatti, cose, persone reali non è casuale”. E’ la storia di cinque diversi personaggi, cinque superstiti da diverse parti dell’Africa, cinque attraversamenti di dolore, come solo uno scrittore può fare, immergendosi con profondità, empaticamente nella storia di ciascuno. Sono cinque superstiti di un naufragio al largo della Libia, che si erano incontrati in un centro di detenzione presso Tripoli, e che dopo infinite traversie si  ritrovano ora, a Lampedusa, seduti in cerchio sotto la luna, cinque sopravvissuti ai propri cari, ad amici e parenti, che vengono descritti a raccontarsi la propria storia, identità, sofferenze.

Sono quattro uomini e una donna: Hamid, un avvocato libico, Muhammad, che viene dalla Guinea, Marwan, un siriano cristiano, Hassan, sudanese, e Fran, eritrea, l’unica donna: “La magnifica femmina scolpita nell’ebano, simile a quelle statuine di dei pagani che vendono per strada. Mi domando come la chiamerei, - pensa un protagonista - se non conoscessi il suo nome. La risposta è ‘Orgoglio’. Fnan. Un nome elegante perché lei è elegante. Un nome forte, perché è forte. Un nome fiero, perché è fiera. Un nome da donna, perché l’Orgoglio è donna. Oh, sì! Quanto orgoglio c’è nelle donne!”

Fnan è colei che, pur fuggita con mille sofferenze da un “paese di soldati”, obbligata a portare le armi, decide di disertare: - “Fuggire, lontano, senza guardarmi indietro. Attraversare il mare, oppure morire”- .Venduta, picchiata, ripetutamente violentata, non smarrisce la sua identità e la sua lucidità di giudizio: “Nell’atto di prendere una donna con la violenza, contro il suo volere, c’è un atavico e cancrenoso desiderio maschile di umiliare, svilire, far sentire inferiore quella donna, e al tempo stesso il disperato tentativo di illudersi di essere potenti. Uno stupro è, in realtà, una confessione di palese inferiorità da parte di chi lo esegue.”

Cinque storie diversamente drammatiche, storie di sofferenze e di morte, ma chi alla fine riesce a dire una parola forte agli altri “amici del viaggio” è proprio lei, “Fnan:  una macchina non da guerra, ma da vita.”

E’ lei che riesce a dire una parola che conforta e dà un’ipotesi di futuro a ciascuno: all’avvocato libico, che ha perso moglie e figlia adorate nei flutti: “Tu, Hamid, hai studiato, conosciuto una donna che liberamente ti ha sposato. Vi siete amati e ne è nata una bellissima bambina. (...) Poi tutto è esploso, è vero, ma hai vissuto. Hai amato.” 

E rivolgendosi al siriano: “E anche tu, Marwan. Tu sei stato addirittura felice. Eri il padrone del mondo là, nella tua fattoria, con la tua famiglia. Nel tuo paese si muore, è diventato l’inferno. (...) Ma  tu tanto hai amato e tanto lo sei stato.”

Al giovane sudanese, che aveva perso ogni cosa nell’incendio della sua casa, Hassan: “Hai un animo gentile e delicato, quasi da femmina: (...) Possiedi la forza di un amore immenso. Abbine cura. Fanne un tesoro. Non lasciare che si perda nella nebbia, soprattutto in quella della mente.”

E all’amico della Guinea: “ Tu, Muhammad. Tu l’amore puro, sincero, l’hai conosciuto e goduto in quel cucciolo al quale tuo padre, quell’ubriaco lurido, ha strappato la vita. Hai visto poi colui che era diventato tuo fratello, con il quale ti sei trascinato e sostenuto nel deserto, diventare un gioco, un sadico bersaglio. E allora hai fatto del tuo corpo uno scudo, e ti sei chiuso, per conservare e proteggere dagli indiscreti del mondo questi grandi amori. Ma li hai, sono intimamente tuoi. Nessuno, nessuna cosa può portarteli via dal cuore.”

Fnan che “non smette mai di sorridere”, che “non si gira mai indietro” sembra indicare a ciascuno la via della rinascita, attraverso l’amore: “I ricordi devono diventare solo racconti. Nulla più. Vi sembra poco quello che vi è rimasto di bello? O proprio non riuscite a scorgerne neppure una briciola? Qualcosa vi impedisce di guardare al domani? Non importa. Tagliate le radici del passato. Esse sono marce. Come si può vedere il bello se si resta attaccati al marcio?”.

In questo percorso, additato dopo infinite perdite e dolori è il cuore dell’osare, ancora, la vita: “Nessuno di noi ha più la testa chinata e le spalle curve. Sembra quasi che Fnan ci stia passando, a dosi, un po' del suo prezioso orgoglio”.


Note

Younis Tawfik, La sponda oltre l’inferno”,Oligo Editore, 2021, Mantova.

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