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Trieste, dietro la notizia del salvataggio la formazione degli ufficiali dell'Esercito

Ieri, domenica 12 luglio, attorno a mezzogiorno, un'auto con un uomo alla guida è precipitata in mare, a poca distanza dal Molo Audace.


di Alberto Scafella


Pochi istanti, il tempo di comprendere il pericolo, poi l’acqua invade l’abitacolo. A evitare l’ennesima tragedia sono stati alcuni giovani ufficiali dell’Esercito Italiano che, senza esitazione, si sono immersi nelle acque del porto riuscendo a portare in salvo il conducente.

Molti parleranno di eroismo. È vero. Ma il coraggio, da solo, non basta. Dietro quel gesto c’erano preparazione, tecnica, sangue freddo e una formazione che non si improvvisa.

Quegli ufficiali avevano frequentato il corso di Nuoto Operativo presso la Scuola Ufficiali dell’Esercito, un percorso formativo unico nel panorama nazionale, concepito per preparare i futuri comandanti ad affrontare situazioni di emergenza in ambiente acquatico. Non semplici nuotatori, ma militari capaci di operare in sicurezza, di soccorrere una persona in difficoltà, di gestire il panico e di intervenire quando ogni secondo può decidere tra la vita e la morte.

Un corso costruito con competenza e passione dagli istruttori-professori Marco e Barbara, che negli anni hanno formato centinaia di giovani ufficiali, trasmettendo non soltanto tecniche di nuoto, ma una vera cultura del soccorso, della leadership e della gestione del rischio.

E non è un riconoscimento rimasto confinato alle parole di circostanza. Dopo l’episodio di Trieste, sia i protagonisti del salvataggio sia altri colleghi che avevano frequentato il corso hanno scritto a Marco e Barbara per ringraziarli, ricordando di essere stati formati e preparati da loro e di aver imparato, grazie a quel percorso, a essere veri comandanti e seri professionisti. Un ringraziamento che vale più di molte celebrazioni ufficiali, perché nasce dall’esperienza concreta e dalla consapevolezza che quella formazione fa e ha fatto la differenza.

L’episodio di Trieste rappresenta la dimostrazione più concreta del valore di quella preparazione. Non un’esercitazione, non una simulazione, ma una situazione reale nella quale ciò che era stato insegnato in piscina si è trasformato in una vita salvata.

Oggi gli scenari operativi richiedono militari sempre più preparati ad affrontare l’ambiente acquatico. Le missioni internazionali, le operazioni anfibie, le alluvioni, gli interventi di protezione civile e il soccorso alla popolazione rendono l’acqua un ambiente operativo sempre più frequente. Preparare un comandante a operare in queste condizioni significa investire nella sicurezza dei cittadini e nella credibilità dello strumento militare.

Proprio per questo desta preoccupazione l’ipotesi che l’Esercito possa non continuare a investire in questa eccellenza formativa. Sarebbe difficile comprendere la rinuncia a una capacità che ha dimostrato, con i fatti e non con le parole, la propria utilità operativa. Le competenze non si costruiscono nel momento dell’emergenza: si costruiscono anni prima, con istruttori qualificati, addestramento costante e una visione lungimirante.

Se ciò dovesse accadere, il Nuoto Operativo non scomparirà. Continuerà a vivere attraverso corsi specialistici esterni alla Scuola Ufficiali, aperti a militari, appartenenti alle Forze di Polizia, operatori del soccorso, professionisti e a tutti coloro che desiderano acquisire competenze avanzate per operare con efficacia e sicurezza in ambiente acquatico.

Trieste ha consegnato una lezione semplice, ma difficile da ignorare: una vita è stata salvata perché qualcuno, anni prima, aveva creduto che addestrare un giovane ufficiale a intervenire in acqua fosse un investimento e non un costo.

Le istituzioni dovrebbero ricordarselo. Perché le capacità che sembrano superflue nei bilanci sono spesso quelle che diventano indispensabili quando una vita umana aspetta qualcuno disposto e capace di entrare in acqua per salvarla.



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