La cecità degli italiani: cresce il patrimonio privato, ma aumenta il debito pubblico...
- Rocco Artifoni
- 1 giorno fa
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Aggiornamento: 17 ore fa
E così si allargano le distanze tra ricchi e poveri. I dati della Banca d'Italia
di Rocco Artifoni

La patrimoniale in Italia è un passatempo. Per qualche giorno il dibattito politico si è incentrato su una eventuale imposta patrimoniale, poi tutto è finito nel dimenticatoio. È come il sudoku o le parole crociate, che si utilizzano nel periodo delle vacanze per poi rimetterli nel cassetto insieme alla matita.
Eppure, guardando gli ultimi dati resi noti dalla Federazione Autonoma Bancari Italiani (FABI) sul patrimonio finanziario dei cittadini italiani, ci sarebbe molto da riflettere, discutere e decidere sulle imposte patrimoniali. I dati sono forniti dalla Banca d’Italia e mostrano negli ultimi anni un forte aumento della ricchezza liquida (quindi senza considerare le proprietà immobiliari) delle famiglie italiane. Nel 2020 si trattava di 4.800 miliardi di euro, che nel 2025 sono diventati 6.488 miliardi, con un incremento in sei anni di 1.688 miliardi (+35,17%).
È interessante mettere a confronto questi dati con l’aumento del debito pubblico italiano. Nel 2020 era di 2.573 miliardi di euro e nel 2025 è salito a 3.096 miliardi, con un aumento di 523 miliardi (+20,33%).
Pertanto, mentre lo Stato (cioè la cassa comune) continuava si indebitarsi, le casse private si riempivano con un ritmo ben superiore. Un osservatore ingenuo potrebbe concludere che sarebbe stato ragionevole utilizzare i 523 miliardi dell’incremento della ricchezza privata per evitare l’aumento del debito comune. Ai cittadini italiani, considerati complessivamente, sarebbe comunque rimasto un aumento del patrimonio pari a 1.165 miliardi di euro.
Ma quando si tratta delle proprie tasche non esistono ingenui. Resta però il fatto che mentre i conti pubblici peggiorano i cittadini si arricchiscono: non tutti, ovviamente, ma soltanto quelli che hanno avuto la possibilità di incrementare il proprio patrimonio.
Spesso si sente proporre dai politici di diversi partiti la possibilità o la necessità di tassare i cosiddetti “extra profitti” di banche e società energetiche. E perché non si dovrebbero tassare gli “extra aumenti” patrimoniali?
In questo caso si potrebbe considerare la cifra di 523 miliardi di euro, da utilizzare per evitare l’aumento del debito pubblico oppure per migliorare in modo significativo i servizi per i cittadini: scuola, sanità, ambiente, asili nido, trasporti pubblici, ecc. Sarebbe una misura di buon senso, che recupererebbe soltanto un terzo dell’incremento dei patrimoni negli ultimi sei anni, cioè 87 miliardi di euro l’anno.
È appena il caso di ricordare che l’ultima legge di bilancio ammontava a circa 22 miliardi di euro. Quindi, un’eventuale imposta sull’incremento dei patrimoni parametrata sull’invarianza del debito pubblico, equivarrebbe a quattro leggi finanziarie.
Nel panorama politico attuale sembra una proposta impossibile, ma sarebbe almeno il caso di smetterla con l’atteggiamento ipocrita di chi contro ogni imposta patrimoniale evoca l’esproprio, il comunismo o lo stato totalitario.
A costoro occorre ricordare che nella Costituzione della Repubblica italiana si stabilisce che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva” e che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.
Un’imposta patrimoniale sull’aumento delle ricchezze dovrebbe essere osteggiata soltanto da un’esigua minoranza. In teoria la stragrande maggioranza dei contribuenti dovrebbe essere pienamente favorevole.
Per questo tornano alla mente le parole di Alberto Moravia: “Curiosamente, gli elettori non si sentono responsabili per i fallimenti del governo che hanno votato”.













































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