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Tra fede e desiderio di salvezza

di Stefano Capello


Venerdì scorso, 14 giugno, l'Università della Terza Età di Chivasso, ha avuto la meritevole idea di organizzare nella locale Sala dell'Oratorio un incontro con don Ermis Segatti, teologo ed insegnante, che ha posto al centro il tema della fede, o meglio "la scomparsa della fede" in un mondo sempre più secolarizzato, soprattutto in Occidente. Sarò franco: anche se ho accettato con entusiasmo di scrivere un intervento, quando mi è stato chiesto, allo stesso tempo ho avvertito tutta la difficoltà di affrontare il dialogo a distanza con i lettori, credenti e non, con cristiani e non, in una società il cui mutamento dei costumi è stata rapidissimo e in alcuni casi tumultuoso, e negli ultimi anni flagellata e contagiata da una mentalità di guerra come mai lo era stata dal 1945 in avanti. In breve, ho superato l'ostacolo affidandomi al Vangelo di Luca ( Lc. 17, 11-19 ), nel passaggio che racconta l'incontro dei 10 lebbrosi con Gesù.

Essi vedendolo da lontano, pur restando ovviamente a debita distanza gli gridano a gran voce: ”Gesù, Maestro, abbi pietà di noi” . Lui li guarda e dice loro di presentarsi al sacerdote. Nell’andare vengono tutti e dieci guariti. Uno solo, ironia della sorte, lo straniero, il samaritano, vedendosi guarito torna indietro lodando Dio. Gesù vedendolo lo congeda dicendogli:” la tua fede ti ha salvato” ed intanto si chiede:” non ne sono stati guariti dieci? E gli altri nove dove sono?” Non li aspettava per ricevere elogi o ringraziamenti, bensì per dar loro qualcosa di più della guarigione: la salvezza, che si ottiene per mezzo della fede.

La fede del nostro tempo è forse ben rappresentata da questo racconto. Tutti siamo feriti e sentiamo il desiderio di essere guariti. L’inquietudine e la liquidità del nostro tempo ci fanno vivere scissi e a dispetto dei social per nulla in socialità, quanto piuttosto in isolamento, proprio come i lebbrosi del racconto evangelico. Isolati, auto-centrati, diventiamo incapaci di riconoscere il bisogno di essere salvati e non semplicemente guariti.

La guarigione dalla lebbra fa tornare la pelle liscia e gradevole, consente di riprendere posto in società, permette di riprendere il controllo della propria vita con l’autonomia dettata dall’egoismo e dalla convinzione di bastare a se stessi. La fede si scopre e si vive invece nel comprendere che non è cosi, che la guarigione dalla lebbra non basta non è sufficiente. Allora il samaritano escluso dalla società non solo perché lebbroso, ma anche perché  samaritano, straniero, diverso, quando si vede guarito percepisce che dietro questa guarigione c’è di più e torna da quell’uomo che lo ha guardato come nessun altro prima. Non sa perché torna, non sente di dover ringraziare, perché percepisce la gratuità del dono ricevuto che gli permette di scoprire un orizzonte di salvezza.

In questo ha fede, torna solo per fede, torna perché la fede in quell’Uomo apre al trascendente, all’altro alla fede appunto. In quel secondo incontro con Gesù lo scoprirà… "la tua fede ti ha salvato" si sente dire e lo sperimenterà non solo nel corpo ma anche soprattutto nello spirito, si sentirà guarito perché salvato e non salvato perché guarito. Non accontentiamoci di guarire, dobbiamo salvarci!

Oggi la scomparsa della fede è ben espressa dall’immagine di uno che torna e nove che non lo fanno, l’1 per cento dicendolo con i numeri. Io credo invece che Gesù sia lì ad  aspettare gli altri nove, il 100 per cento dicendolo con la fede. E’ scomparsa la fede? Forse.

L’importante che non scompaia mai il desiderio di salvezza, in modo da potersi chiedere con stupore: “Dove sono gli altri nove , non sono stati guariti tutti e dieci?” E rispondersi con fede: "Stanno arrivando!".

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