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TACCUINO MEDIORIENTALE. In attesa del nuovo round di colloqui Iran-Usa

Aggiornamento: 3 ore fa

IRAN. Ancora sotto la cappa dell'incertezza la ripresa dei negoziati a Islamabad, capitale del Pakistan, tra Iran e Usa, questi ultimi rappresentati dal vicepresidente James David Vance. Il presidente dell'Assemblea consultiva islamica, il parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf (1961), personaggio controverso, al centro di uno scandalo nel 2022, è stato esplicito: “Non accettiamo negoziati sotto minaccia”. Sintesi di una lunga intervista televisiva del 18 aprile scorso e ripresa dal quotidiano Tehran Times. Il riferimento naturalmente è alle sempre attuali dichiarazioni del presidente Usa Donald Trump, che sul social Truth ha confermato il blocco dello Stretto di Hormuz e un ritorno di bombardamenti in grande stile se l'Iran non accetterà le sue condizioni, mentre il primo ministro israeliano Netanyahu rincara la dose avvertendo che "il lavoro in Iran non è finito".

Una strada che Mohammad Bagher Qalibaf, capo delegazione negoziale iraniana a Islamabad, ha giudicato perdente, almeno per gli Usa, nel corso dell'intervista sopra richiamata, intervista che alterna toni trionfalistici e propagandistici a prospettive politiche.

Secondo Qalibaf, la vittoria iraniana è spiegata dal mancato raggiungimento degli obiettivi che Trump si era prefissato. Nella guerra di 12 giorni [nel giugno 2025], è l'ulteriore commento di Qalibaf, "c'è stato un ritardo di 14 ore nella nostra reazione. Ma nella terza guerra imposta, nonostante il martirio del comandante in capo [delle forze armate, l'Ayatollah Seyyed Ali Kamenei], si è registrata una reazione rapida e precisa". Risultato di una guerra asimmetrica in cui Usa e Israele sono stati respinti e che ha visto Trump sospendere gli attacchi e trasmettere attraverso intermediari pakistani, in particolare il Primo Ministro e il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito una proposta di cessate il fuoco.

Osserva ancora Qalibaf: "La negoziazione è semplicemente un'altra forma di lotta. Non ci sarà compromesso nella diplomazia. In proposito "abbiamo informato il Pakistan: se gli Stati Uniti vogliono un cessate il fuoco, Trump deve annunciare la richiesta sul suo account [Truth Social]. Questo garantisce che tutti sappiano che la richiesta è stata originaria da loro. Questa è la diplomazia dell'autorità". E sulla situazione nello Stretto di Hormuz, la risposta è agli antipodi a Trump: "Le Forze Armate iraniane controllano lo Stretto di Hormuz. La nostra intenzione è che coloro che non si sono allineati con il nemico passino senza difficoltà. Non desideriamo aumentare l'insicurezza. Non ora, né mai". Ancora: "Se gli Stati Uniti si rifiutano di revocare il loro blocco, lo Stretto di Hormuz sarà limitato. Se ci viene impedito di passare, allora faremo in modo che nessuno [collegato agli avversari] passi.[1]

Le dichiarazioni di Qalibaf riecheggiano anche su IRNA, l'Agenzia nazionale di stampa iraniana, con la sottolineatura che "il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta cercando di trasformare la diplomazia in capitolazione". In un messaggio pubblicato oggi sulla piattaforma social X, Ghalibaf scende nel merito, affermando che "Trump, imponendo un blocco e violando il cessate il fuoco, cerca, nella sua immaginazione, di trasformare il tavolo delle trattative in un tavolo di resa o di giustificare un rinnovato guerrafondaio."[2]

Per contrasto, la presa di posizione del presidente americano trova spazio sui media occidentali senza sfumature, secondo il suo stile. Ci limitiamo ai quotidiani oltre Manica. Il titolo di Financial Times: Crisi mediorientale: altamente improbabile la proroga del cessate il fuoco iraniano se non verrà siglato un accordo, afferma Trump". Il Guardian invece sposta l'attenzione sull'uranio iraniano difficile da recuperare, ha spiegato Donald Trump sulla sua piattaforma Truth social, a seguito dei bombardamenti statunitensi contro le strutture nucleari iraniane lo scorso anno. "L'Operazione Midnight Hammer è stata una completa e totale distruzione dei siti Nuclear Dust in Iran, pertanto, scavarla sarà un processo lungo e difficile." Ma le affermazioni di Trump, sull'annientamento del programma nucleare iraniano, ricorda il quotidiano britannico, è stato messo in discussione, poiché le bombe avevano causato danni sì estesi, ma siti sotterranei profondi – scavati sotto montagne in due siti in particolare, Isfahan e Natanz – non sono stati distrutti".[3]


LIBANO. Si prepara a Washington, al Dipartimento di Stato, un secondo incontro tra gli ambasciatori di Israele e Libano per una proroga della tregua, anche se il termine sembra surreale dinanzi alle azioni ininterrotte al confine di Tel Aviv. Le foto descrivano in maniera eloquente le distruzioni provocate dall'IDF a Tiro, la storica città costiera ad 80 chilometri da Beirut, Patrimonio dell'Umanità UNESCO, nota per le sue vaste rovine romane e fenicie. Chi è ritornato, nella speranza di una tregua, non ha però più una casa. Espressione inequivocabile e "migliore" della politica di Netanyahu di distruggere insieme alle cose anche la vita dei libanesi.

Sui colloqui a Washington, il presidente libanese Joseph Aoun è stato costretto a puntualizzare, proprio per disinnescare eventuali obiezioni di Tel Aviv e prendere le distanze sul piano interno da Hezbollah, che "nessuna parte prenderà il posto del Libano" nelle negoziazioni, e che esse saranno "separate da qualsiasi altro processo", scrive l'Orient- le Jour nella sua edizione on line[4]. La riunione, spiega il quotidiano, "si concentrerà sulla valutazione di un'estensione del cessate il fuoco di 10 giorni (entrato in vigore il 16 aprile), che potrebbe essere esteso a 20 giorni o a un mese. Nel frattempo, il Libano si sta preparando a formare la sua delegazione negoziale, guidata dall'ambasciatore Simon Karam, che dovrebbe includere una figura militare oltre a un civile con competenze tecniche".


Da parte israeliane non si registrano particolari commenti. In Israele è il Giorno della Memoria in onore dei suoi soldati caduti e di coloro che sono stati uccisi negli attacchi terroristici. La cerimonia è iniziata ad Har Herzl, il cimitero militare centrale a Gerusalemme, alla presenza del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, del Presidente Isaac Herzog e del Capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa, Tenente Generale Eyal Zamir. E come riporta il Jerusalem Post, il discorso di Netanyahu è caduto sul fratello Yoni, morto ad Entebbe, lo specchio davanti al quale il primo ministro è costretto a guardarsi da tempo nell'impossibilità di essere un eroe, ma soltanto un uomo destinato a crearne, anche a costo di migliaia di vittime innocenti, come dimostra il genocidio a Gaza.

Non a caso, il premier cui spetta il record di più "nemici" uccisi nella storia di Israele ha ricordato che "su questa montagna sacra, il Monte Herzl, [insieme con generazioni di eroi ed eroine] è sepolto "mio fratello Yoni, è caduto 50 anni fa. All'epoca ero uno studente israeliano negli Stati Uniti. Mio fratello Ido mi chiamò e mi disse che il nostro fratello maggiore era caduto in battaglia. Il mio mondo è crollato. Il momento in cui ho dato ai miei genitori l'amara notizia della caduta di Yoni è stato il momento più difficile della mia vita. Sono passati cinquant'anni da allora, e non c'è giorno in cui non pensi a te, Yoni."[5]

Un pensiero che evidentemente segue Netanyahu anche nell'annientamento dei bambini palestinesi in Cisgiordania che pretendono di andare a scuola, mentre i coloni in nome dello slogan "la terra è nostra e ce la prendiamo" continuano a combattere gli adulti. E ciò nonostante le dichiarazioni di facciata dei vertici militari che a parole condannano le incursioni e le violenze dei coloni, ma nei fatti le assecondano.


GAZA. La "rinascita" di Gaza passa da un incontro nella sede a Dubai del DP World con i rappresentanti legati al cosiddetto "Board of Peace" di Donald Trump, sulla gestione delle catene di approvvigionamento e dei progetti infrastrutturali a Gaza. I colloqui , leggiamo su Al Jazeera, che a sua volta riporta un articolo di Financial Times, avrebbero esplorato le possibilità per supervisionare la logistica degli aiuti umanitari e dei beni commerciali che entrano nell'enclave palestinese assediata. Questo includerebbe magazzini, sistemi di tracciamento del carico e disposizioni di sicurezza, secondo il rapporto. Altre proposte discusse avrebbero incluso la costruzione di un nuovo porto a Gaza o sulla vicina costa mediterranea egiziana, oltre alla creazione di una zona di libero scambio all'interno del territorio devastato dalla guerra.

Le discussioni - si legge ancora - fanno parte di proposte di lunga data da parte dei funzionari statunitensi di privatizzare gran parte dei servizi e delle infrastrutture del territorio palestinese come parte dei loro piani per una "nuova Gaza".

Ma i critici hanno accusato tali piani di mettere da parte i palestinesi, di bypassare le istituzioni internazionali, comprese le Nazioni Unite, e di rischiare la legittimazione dello sfollamento forzato dei palestinesi dalle loro terre. Il rapporto arriva mentre i progressi verso la pace a Gaza si sono bloccati. Israele continua a occupare vaste aree dell'enclave, mentre l'accesso agli aiuti rimane fortemente limitato nonostante un "cessate il fuoco" mediato dagli Stati Uniti annunciato lo scorso ottobre. Da allora, gli attacchi israeliani hanno ucciso più di 700 persone e ferito circa 2.000, secondo il Ministero della Salute palestinese.[6]


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