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Polemiche frustranti, mentre il cinema è in stato comatoso

di Marcello Croce


In un mio precedente intervento, col titolo Referendum giustizia: quando un "no" diventa un "sì"[1] ho cercato di mostrare la differenza che corre tra due concetti solo apparentemente analoghi, in realtà quasi opposti tra loro: società e comunità. La distanza di significato sta nel fatto di intendere la società come un antecedente ideale all’esistenza dello Stato. Per questo affermavo che, a ben guardare, il concetto storico di società contiene un senso virtuale di guerra civile, poiché vorrebbe riferirsi a una libertà di natura, ancora non regolata e frenata dalle leggi. La forma di libertà di natura può venir intesa in molti modi, tutti però riassumibili in forma di interessi contrapposti tra singoli individui o gruppi che di volta in volta occupano la fortezza dello Stato e ne spadroneggiano. Allora lo Stato, visto in questa luce, non diventa altro che il rifugio e lo strumento di quegli interessi particolari.


L'indebolimento del senso di comunità

A me sembra chiaro, perciò, che il dominio della società sullo Stato è una condizione di guerra civile permanente, benché virtuale – nel senso che la democrazia diviene una lotta per il potere, a partire dal fatto che la società è una lotta per il potere, di tutti contro tutti. Appunto, libertà di natura. Si può solo obiettare che questa è la regola, il gioco dell’alternanza. Destra o Sinistra.

Ma così lo Stato cede al potere di maggioranze sempre meno rappresentative del popolo che sono chiamate a governare. La conseguenza di questo è il forte astensionismo, cioè l’indebolirsi del senso di comunità, di quel senso di appartenenza che costituisce la vera natura dello Stato.

In cosa consiste, infatti, la comunità? A differenza della società, la comunità esprime il tutto e non la parte. La comunità è lo stesso principio di relazione che alberga nell’intimo di ognuno, in quanto uomo. Esso è illimitato o per meglio dire ha un limite solo, che è quello della storia, poiché si nasce nella storia, c’è una storicità che accompagna il primo affacciarsi di ognuno alla vita, e consiste nel qui e ora esistenziali di un luogo e di un tempo; nel qui e ora dei volti che incontra per primi e gli conferiscono il primo degli infiniti riconoscimenti. Lì è comunità, lì nasce lo Stato. La famiglia, la scuola, i luoghi di incontro e di ritrovo non sono né prima, né dopo lo Stato, poiché sono lo Stato come tutto di cui ciascuno, nella propria persona vivente, è il centro.


Tra Regeni e D'Annunzio...

Questi pensieri ha suscitato in me un intervento del quotidiano Il manifesto dell’8 aprile, dedicato alla polemica avanzata da alcuni ambienti della cinematografia e della politica nazionale per l’esclusione di un documentario, dedicato a Giulio Regeni, dalla campagna di finanziamenti governativi promossa dal Ministero della cultura. Il giornale critica le commissioni: “Nessuna procedura trasparente. Nessuna analisi comparativa dei curricula. Discrezionalità pura: nel gergo amministrativo, si chiama «intuitu personae». Tradotto in italiano: «io ministro nomino chi più mi aggrada»”!

Col titolo “Nuovo cinema destra” (sic, parafrasando Tornatore), La Stampa di Torino del 7 aprile occupa a sua volta un’intera pagina semiseria dedicata alla composizione delle commissioni e in particolare a quella “incriminata” per aver preferito un film dedicato all’impresa dannunziana di Fiume a Tutto il male del mondo (appunto il documentario su Regeni prodotto da Fandango), quasi fossero in gara tra loro come a Sanremo. Con un elenco di cinque film destinatari di contributi si parla di “nuovo cinema meloni” come di una sterzata politica vera e propria, a suon di euro (“Alcune delle case di produzione sono sconosciute o nate da pochi mesi” recita uno dei sottotitoli). E così via, con PD sulle barricate. E attacca: “Tradita, della Mattia’s Film, ha beneficiato di 800 mila euro, contraddicendo i bellicosi propositi di Meloni che aveva assicurato non avrebbe più permesso la «filmopoli del PD» con finanziamenti «in odore di amichettismo a pellicole senza spettatori in sala». Un nome, quello di Federico Mollicone.


Fondo cinema ridotto

Ma intanto il Sole 24 Ore di mercoledì 8 aprile fa un resoconto desolato sul decreto ministeriale che “segna il passaggio da un sistema sostanzialmente “aperto” a un modello a budget chiuso”, al seguito della Legge di Bilancio che ”ha ridotto la dotazione del Fondo Cinema e audiovisivo  da 700 a 610 milioni per il 2026 e, soprattutto, ha introdotto per la prima volta un tetto massimo ai crediti d’imposta per la produzione”.

Il taglio ha investito in pieno la “riforma Franceschini” che risale al 2016 (all’epoca, governi di Renzi e poi di Gentiloni). Significa, in lingua accessibile a tutti, che il budget annuale che lo Stato destina al settore cinema–audiovisivo viene diminuito di quasi un terzo e in pratica ci saranno meno soldi pubblici complessivi per contributi selettivi, contributi automatici, sostegni alle sale, sviluppo, distribuzione, promozione, ecc.

Ma quel che è peggio, dato che il credito d’imposta (tax credit) era il principale incentivo fiscale per produrre nuovi film in Italia (soprattutto con incoraggiamento di nuovi talenti nel campo creativo), con la riforma, invece, viene introdotto un limite massimo annuale alla quantità totale di crediti d’imposta che lo Stato può concedere. Finora non esisteva un limite complessivo: se un produttore rispettava i requisiti, otteneva il credito d’imposta previsto (per es. 40% dei costi eleggibili). Ora invece un giovane autore, anche quando un film ha diritto al tax credit, potrebbe non ottenerlo o ottenerlo solo parzialmente, perché il “plafond” nazionale potrebbe essere già esaurito.


Scelte culturali sulla base di tornaconti elettorali

Per quale motivo ho fatto riferimento alla passione del giovane cinema italiano, ora finito al centro di tali polemiche? Perché mi sembra un esempio tipico di quanto cercavo di esporre nell’introduzione. Le polemiche di questi giorni intorno ai finanziamenti pubblici del cinema italiano (non si dimentichi, che da anni c’è una grave crisi di pubblico, e quindi di introiti, nell’intero settore), mettono a nudo una verità. Destra e Sinistra in alternanza sembrano operare esclusivamente tramite ribaltamenti e rovesciamenti di direzione, spesso sulla base di semplici tornaconti elettorali.

Non condivido, e a me pare un artificio puramente retorico l’insinuazione che si sia scartato il documentario su Regeni per preferirgli “politicamente” il film sull’impresa di Fiume. I due casi non sono collegati, poiché la decisione sul primo risale a un gruppo ristretto di esperti diverso da quello coinvolto in altri progetti.

D’altra parte, però, c’è seriamente da domandarsi, se i tagli operati dal governo sul Fondo-cinema italiano non abbiano seguito la logica di ridurre la portata di una legge precedentemente avanzata da governi di Sinistra. In questo caso, resterebbe solo l’amaro di una sconfitta della cultura e basta. Lo Stato, e qui voglio evocare il principio di sussidiarietà, è per sua stessa natura il garante della formazione culturale generale, a  partire dalla scuola pubblica e dal mondo delle arti e delle scienze. Occorrerebbe semmai incentivare e non indebolire la produzione di progetti culturali destinati alla popolazione.

Si tratta del rispetto del significato comunitario dello Stato: cosa che però né Destra né Sinistra sembrano oggi disposti a tentare. Dicevo che lo Stato è l’impedimento a una guerra civile, che si accelera quando si disfa il senso di appartenenza comune. Guerra civile, sia chiaro, non è solo il conflitto armato: lo è anche un’interpretazione della democrazia, che muova da un presupposto di parte, se questa dimentica che quando governa rappresenta l’intera nazione e non solo sé stessa o chi l’ha votata.


Note

 [1]https://www.laportadivetro.com/post/referendum-giustizia-quando-un-no-diventa-un                                                                                         

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