PIANETA SICUREZZA. Sindacati di polizia: il gioco di specchi che oscura i diritti
- Nicola Rossiello
- 16 ore fa
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di Nicola Rossiello

C’è una contraddizione che attraversa da quasi tre decenni il sindacalismo di polizia italiano, e che raramente viene richiamata con la chiarezza che meriterebbe. I sindacati di categoria hanno la funzione di tutelare i lavoratori nei confronti del datore di lavoro. Nel caso della polizia, quel datore di lavoro è lo Stato nella sua incarnazione più concreta: il Ministero dell'Interno, la catena di comando, l'Amministrazione. Ebbene, per i sindacati di polizia, piuttosto che su una necessaria divergenza, l'identità pare essersi cristallizzata su una visione spesso speculare a quella dell'Amministrazione, in un gioco di specchi che rende difficile distinguere il contrappeso dal prolungamento dell'autorità. Il risultato del processo di sindacalizzazione giunto fino ad oggi ha prodotto un soggetto che somiglia più a una camera di compensazione istituzionale che a uno strumento di tutela reale, un orientamento ampiamente documentato nel dibattito pubblico e in rete, dove si trovano facilmente testimonianze che pongono l'accento proprio su questa peculiare deriva.
Una categoria autoreferenziale
La prima anomalia è la più evidente. I sindacati di polizia ragionano per categoria chiusa, impermeabile, autoreferenziale. Il poliziotto viene tutelato non in quanto lavoratore che condivide interessi con altri lavoratori, ma come componente di un corpo separato, con regole proprie, cultura propria, e una pretesa di specialità che giustifica ogni deroga al diritto comune. È questa la cultura organizzativa imposta dall’Amministrazione che condiziona profondamente gli operatori e di riflesso anche l'azione delle rappresentanze, spingendo entrambi i soggetti a modellarsi sull'immagine del comando piuttosto che sulle necessità del subordinato, e trasformando la specificità della funzione in una sorta di recinto logico entro il quale l'indipendenza sindacale finisce per smarrire la propria spinta propulsiva. Il risultato è un fronte pressoché indifferenziato di sigle che si mobilitano su questioni di privilegio corporativo, di carriere, di indennità e persino di dotazioni, restando originalmente silenziose su tutto ciò che riguarda i diritti fondamentali delle lavoratrici e dei lavoratori, tra cui la libertà di espressione, la tutela dal mobbing gerarchico, la conciliazione lavoro-famiglia, il benessere psicologico e la prevenzione, la trasparenza operativa, il superamento della logica castrense, la protezione di chi denuncia abusi interni, la perequazione retributiva e degli straordinari, il riallineamento al costo della vita.
Il numero delle sigle sindacali nel panorama della Polizia di Stato è senza paragoni, a causa della frammentazione storica e delle frequenti fusioni o scissioni tra le varie organizzazioni. Attualmente, si contano circa 25-30 sigle attive, sebbene solo una parte di esse detenga la rappresentatività necessaria. Nella Polizia di Stato il livello di sindacalizzazione è elevato come in nessun altro comparto, circa il 70-80 per cento, grazie alla possibilità di iscrizione a più sindacati contemporaneamente.
"Il noi contro il mondo esterno"
Oggi la realtà del sindacalismo di polizia si esprime attraverso un corporativismo smaccato che non è solo un difetto organizzativo, ma una scelta politica, quella di definire l'interesse collettivo in modo talmente ristretto da escludere qualsiasi solidarietà orizzontale con il resto del mondo del lavoro, e qualsiasi tensione verticale con il potere che si dovrebbe contrastare.
Ma c'è un secondo livello di perversione, più sottile e più grave che è costituito da una generale tendenza a prender le difese dell’Amministrazione, della controparte naturale. La difesa dell’appartenenza sovrasta persino la missione dell’organizzazione. Ad ogni evento di rilevanza corrisponde una corsa alla difesa d’ufficio dell’Istituzione. Questo accade perché molti dirigenti sindacali hanno interiorizzato l'idea di essere parte dell'istituzione, non lavoratori che la abitano e la attraversano. Quella che è qualificata come “appartenenza al corpo”, retorica dell'”identità aziendale”, del noi contro il mondo esterno, viene replicata anche in sede sindacale, producendo l'effetto paradossale di un soggetto che rappresenta il prolungamento della logica istituzionale, anziché il suo contrappeso. Certi dirigenti di polziia arrivano a pretendere e ottenere collaborazione dai quadri e dagli iscritti verso l'Amministrazione, come se il ruolo del sindacato fosse facilitare il funzionamento della catena di comando piuttosto che proteggere chi ne è subordinato. Accade, infatti, che i datori di lavoro pretendano di essere informati sulle iniziative intraprese e di rappresentanze che le condividono persino spontaneamente.
I sindacati di polizia italiani hanno mostrato nel tempo una tendenza sistematica a cercare una sintonia privilegiata con l'autorità politica vigente, assecondando quelle forze che in campagna elettorale promettono un incremento dei poteri e dei mezzi, talvolta suggerendo una riduzione dei controlli sulla condotta operativa. Queste forze politiche, però, si rivelano il più delle volte, interessate non alla dignità professionale dei poliziotti, ma alla loro disponibilità. Perché le forze politiche che corteggiano la polizia lo fanno perché hanno bisogno di una forza pubblica leale, non troppo incline a interrogarsi sull'uso che se ne fa.
Le limitazioni normative che impediscono la piena qualificazione delle rappresentanze, negando l’adesione alle sigle confederali, sono solo una frazione dell’abuso operato su cittadini che svolgono il lavoro di operatori di polizia. Il sindacato che insegue la sintonia con il Governo in carica non tutela i propri iscritti, ma li consegna a chi ha tutto l'interesse a strumentalizzarne il lavoro per fini che nulla hanno a che fare con la sicurezza pubblica. È uno scambio in cui il sindacato ottiene visibilità e piccole facilitazioni, cedendo in cambio ciò a cui non si dovrebbe rinunciare: l'indipendenza dal potere politico.
Ispirarsi a valori democratici
Una polizia democratica dovrebbe essere autonoma dal potere politico che la governa, non per sottrarsi alla responsabilità, ma nel senso di essere retta da valori e culture professionali proprie, che resistano alle pressioni di chi è al governo. È il modello a cui aspira la magistratura, con tutti i suoi limiti: un corpo la cui funzione non deve dipendere dall'orientamento del governo in carica. I sindacati di polizia avrebbero dovuto battersi per questo principio. Avrebbero dovuto costruire una cultura professionale fondata sull'indipendenza di giudizio, sulla tutela di chi si oppone agli ordini illegittimi e sulla formazione ai diritti fondamentali. Invece hanno rinunciato a tutto questo per accostarsi ai governi, soprattutto a quelli conservatori la cui dipendenza confortante e fedeltà istituzionale sono preferiti all'autonomia professionale.
Nel 1981 la polizia italiana viene smilitarizzata con una riforma storica favorita esclusivamente dalle forze progressiste, trasformando gli agenti da militari in lavoratori civili, riconoscendo loro il diritto di organizzarsi sindacalmente e introducendo principi di diritto comune in un corpo dello Stato che fino ad allora funzionava secondo logiche castrensi. Doveva essere un punto di partenza, non di arrivo. Quella riforma è rimasta incompiuta. I diritti civili degli appartenenti alle forze dell'ordine, come la libertà di espressione, la tutela del dissenso e la protezione da ritorsioni gerarchiche, non hanno mai trovato una traduzione legislativa adeguata. E il G8 di Genova del 2001 ha rappresentato non solo un trauma collettivo per le vittime delle violenze documentate, ma un momento di regressione culturale per l'intera Istituzione: quegli eventi hanno mostrato quanto la catena di comando potesse travolgere qualsiasi principio di responsabilità individuale, e quanto il sindacato fosse impreparato, o non disposto, a trarne le conseguenze.
Vale la pena, a questo proposito, di citare uno dei dirigenti sindacali più rappresentativi e qualificati del tempo, Paolo Masia, il quale, a distanza di un quarto di secolo, sostiene che “venticinque anni non bastano a cancellare quella che Amnesty International definì la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale. Parlare del G8 di Genova non significa attaccare le forze dell'ordine a prescindere, ma pretendere che chi indossa una divisa risponda sempre alla Costituzione e mai a una fazione politica. Quando la catena di comando salta e la "macelleria messicana" prende il posto della legge, a perdere non sono solo i manifestanti della Diaz o i torturati a Bolzaneto, ma è l'intero Stato.
La vera dignità della Polizia risiede nel coraggio dell'autocritica e nell'introduzione di strumenti di trasparenza. Senza memoria e responsabilità, la democrazia resta un guscio fragile. In quella circostanza, la coesione morale dell'istituzione fu subordinata a logiche di opportunità, riflettendo una dirigenza più attenta al consenso dei vertici politici che alla tutela dei valori costituzionali. Genova resta un monito sulla necessità di una riforma che metta al centro la responsabilità individuale e la trasparenza, per evitare che l'agire di pochi oscuri il valore del corpo. Davanti alla scuola Diaz, si dovrebbe porre una lapide con la quale dichiarare solennemente che in quel luogo lo Stato ha il dovere di onorare la verità e la dignità perduta della Polizia di Stato, affinché la memoria diventi garanzia di civiltà e rispetto dei diritti umani”.
E all’indomani dei fatti di Rogoredo, ci si ritrova in un deserto intellettuale, poiché sono rare le organizzazioni sindacali che si sono votate alla promozione della cultura del diritto e della giustizia, del poliziotto che segnala gli abusi, che si rifiuta di coprire i colleghi e che colloca la legge al di sopra della solidarietà di corpo come valore da proteggere, anziché come minaccia da neutralizzare.
Ma, oggi più che mai è doveroso stare dalla parte di chi lavora. In un paese che si vuole davvero democratico, le forze di polizia meritano un sindacalismo progressista, autonomo e coraggioso. Alla base della sicurezza per i cittadini c’é anche il coerente funzionamento delle forze di polizia.













































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