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"Rimpatri: basta propaganda, ora servono risultati concreti"

di Michele Sabatino


In Italia gli irregolari sono stimati in oltre mezzo milione. E nel 2025 i rimpatri volontari assistiti sono stati appena 675. Non è una politica: è irrilevanza. E dirlo non è il solito leit-motiv antigovernativo, ma un dato di realtà.

Nel resto d’Europa i numeri sui rimpatri sono ben diversi: Germania circa 16mila, Svezia 9mila, Belgio 3mila, Spagna circa 2mila (dati riportati dalla stampa su fonti europee). Da noi invece si vendono slogan come fossero risultati.

Nel frattempo, i cittadini fanno i conti con problemi reali: sicurezza, degrado urbano, spaccio. E la risposta del governo qual è? Un bonus agli avvocati che, nella migliore delle ipotesi, produrrà un centinaio di rimpatri in più all’anno. Ma questa non è una politica strutturale: è una misura simbolica spacciata per svolta. E solleva anche un problema serio: trasformare il diritto alla difesa in una leva economica, scelta discutibile per uno Stato di diritto.

La verità è semplice, ma la soluzione è complessa,: senza rimpatri forzati efficaci - nel pieno rispetto della Costituzione - politiche di integrazione legate al lavoro e una visione non ideologica del fenomeno, i numeri non cambiano. Ma tutto questo richiede capacità politica, risorse, accordi internazionali e credibilità diplomatica - elementi che, al di là delle battute ad effetto, per la serie “Prima gli italiani” o “Padroni a casa nostra”, non si rintracciano dai risultati.

Infatti, secondo quanto riportato da diversi organi di stampa su dati ufficiali, le espulsioni sotto il governo Meloni risultano inferiori a quelle dei governi Conte, Gentiloni e Renzi - gli stessi accusati per anni di essere complici dell’“invasione”.

Quindi no, non è “linea dura”. È marketing politico. Stop making a noise, direbbero gli inglesi, smettiamola di fare rumore, non è così che si ottengono fatti concreti. E i fatti, a differenza degli slogan, restano e, non secondario, costringerebbero anche l’opposizione a misurarsi.

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