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Garbo: «Non c’è più nulla da dire» e nel caos, giovani senza sogni

di Rosanna Caraci


Cinquant’anni di carriera, dalla Berlino immaginata degli anni ’70 fino al presente. Tra musica, tecnologia e visioni, Garbo porta sul palcoscenico dello Ziggy club di Torino il suo live “Sulle cose che cambiano” con Eugene, eclettico e visionario musicista al piano, voce e macchine, e riflette a margine del soundcheck su un tempo senza movimenti e su una creatività che rischia di svuotarsi.

“Che giorno è?” È una domanda che dal testo del suo primo successo “A Berlino va bene” ritorna, ciclica, quasi ossessiva. Non solo il titolo di uno dei brani più iconici di Garbo, ma una lente attraverso cui osservare il presente.

«Erano gli anni ’70, ero un ragazzino», racconta. «Berlino mi affascinava: una città al confine tra mondi diversi, simbolo della contrapposizione tra Occidente e Oriente, ma anche capace di trasmettere un senso di atemporalità. Forse unica al mondo in quel momento». Il brano nasce proprio da questa suggestione, intorno al 1978, prima ancora di essere pubblicato. «Per me rappresentava un modo diverso di essere collocati nello spazio-tempo».

Dallo spazio-tempo alla musica

Quella percezione non è scomparsa, ma si è trasformata. «Le sensazioni si evolvono, non sono mai prevedibili. Negli ultimi anni mi sono dilatato nello spazio-tempo», spiega. Una ricerca che trova forma nel suo ultimo album di inediti, Nel Vuoto (2023): «Ho cercato una mia curvatura spazio-temporale. Qualcosa che possa essere collocato trent’anni fa come fra trent’anni». Il corpo ha limiti, ma non la mente: «Non possiamo superare la velocità della luce, ma la mente sì. Può diventare atemporale».

La fine dei “movimenti”

Se lo sguardo si allarga al presente, il quadro cambia. Oggi, secondo Garbo, viviamo in una realtà fatta di “non luoghi”, spazi senza identità e senza memoria. «Dagli anni ’90 in poi è diventato quasi impossibile entrare nella storia come artista», osserva. La sua generazione aveva avuto un’altra possibilità: fatta di incontri e confronto. «Viaggiavo con Battiato all’inizio, parlavamo di queste cose. C’era un modo di crescere insieme che oggi non esiste più». Il nodo, però, è più profondo: «È caduto il concetto di movimento. C’è molto “branco”, ma non è la stessa cosa. Sono morte le ideologie e le prese di posizione. E senza confronto tra le parti, tutto si appiattisce».

Tecnologia e vuoto comunicativo

In questo scenario, la tecnologia ha un ruolo centrale. «I ragazzi non si parlano più fisicamente, comunicano solo attraverso strumenti tecnologici. Il risultato è che tutti parlano lo stesso linguaggio  o forse nessun linguaggio». Da qui nasce una riflessione netta, quasi spiazzante: «Oggi non c’è niente da comunicare». Una frase che non vuole essere provocatoria, ma lucida: «Sono tre anni che non pubblico materiale nuovo, perché non ho niente da dire. Quello che dovevo esprimere l’ho già fatto».

Giovani senza sogni

Eppure la musica non si ferma. Il palco resta centrale. «Sul palco non rappresento nulla se non me stesso. Porto le mie fragilità, le mie convinzioni, la mia emotività». È lì che avviene ancora qualcosa di reale: «Mi accorgo che le persone ne hanno bisogno. È uno scambio molto potente». Il passaggio più critico riguarda le nuove generazioni. Non è una questione di talento — «sono certo che esistano ragazzi geniali» — ma di condizioni e soprattutto di visione. «Oggi i ragazzi non hanno più il sogno. Hanno il desiderio di notorietà e ricchezza, ma non importa facendo cosa».

Un cambiamento radicale rispetto al passato: «Io sognavo di fare il musicista. Non pensavo ai soldi o al successo. Il sogno era fondamentale». Oggi, invece, sembra contare solo il risultato finale: «“Voglio diventare famoso”. Sì, ma facendo cosa? Non importa».

Anche il sistema è cambiato. «Io non ho mai bussato a una casa discografica: sono stato chiamato. Oggi i ragazzi arrivano a 18 anni con due avvocati, ma senza provini». Eppure il talento, secondo Garbo, esiste ancora: «Sono convinto che ci siano persone con grande potenziale. Magari vivranno nell’anonimato, ma ci sono». Il problema è che, oggi, difficilmente emergono.

Il bisogno di sognare

Nel caos contemporaneo, tra iperconnessione e omologazione, resta una questione centrale: il sogno. Senza una visione, senza una tensione verso qualcosa, anche la musica, e più in generale la comunicazione, rischia di svuotarsi. E allora quella domanda iniziale torna, ancora una volta: che giorno è? Forse è proprio questo il punto: in un tempo che scorre velocissimo ma sembra fermo, senza sogni diventa sempre più difficile trovare una risposta.

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