Per passione, non solo musica e parole...
- a cura del Baccelliere
- 7 apr
- Tempo di lettura: 3 min
Il ritorno pasquale degli U2
a cura del Baccelliere

Gente di Dublino di James Joyce delinea una mappa dei caratteri della capitale irlandese. Joyce descrive una serie di tipi umani ordinari, imprigionati in una sorta di immobilismo rassegnato. L’abitudine, la religione, la famiglia sono il substrato di quel controllo sociale che li trattiene cristallizzandone le azioni. Anche gli U2 sono di Dublino. Pur essendo profondamente irlandesi, sono diversi dai personaggi di Joyce. La loro musica cerca i contrasti. Inquieta, spirituale e politica.
Il venerdì santo gli U2 hanno pubblicato un EP intitolato Easter Lily. Si tratta della seconda pubblicazione per così dire “pasquale” della band, che il mercoledì delle ceneri aveva pubblicato un altro EP, Days of ash. Gli U2 sono al lavoro per un nuovo album. Non si sa bene quando vedrà la luce. Intanto Bono e compagni pubblicano frammenti non ancora compiuti che non sono anticipazioni dell’album.
Pensare agli U2 ci fa ritornare agli anni ‘80. Quelli che le trasmissioni di Arbore avevano bollato come anni dell’edonismo reaganiano per la band di Dublino furono anni di impegno, il che non è in contraddizione con la loro essenza pienamente calata in quel periodo. Gli U2 hanno incarnato il versante più problematico degli anni ‘80, portando nel mainstream una tensione etica e trascendente che contrastava con l’immaginario dominante.
Questa forza che animava i quattro nel secolo scorso - fa un certo effetto dirlo ma di questo si tratta - pare essersi affievolita a partire dagli anni ‘10 del nuovo millennio. Gli U2, il cui livello è comunque rimasto alto, sembrano aver smesso di essere una forza di rottura. Si sono attestati sull’essere una realtà “istituzionale” che tende a riprodurre il proprio linguaggio. Il rischio che accettavano producendo album come The Unforgettable Fire[1], The Joshua Tree[2] o Achtung Baby[3] sembra venire meno. Tornare a quel livello di creatività oggi sarebbe impossibile, anche perché negli ultimi lustri il rock ha perso centralità a favore di altre espressioni - il rap, l’hip hop - così come il disco in quanto prodotto ha ceduto il passo allo streaming.
Verrebbe da chiedersi se gli U2 siano invecchiati - in ossequio al detto “too young to die, too old to rock & roll”. La spiegazione ha un fondo di verità anche se il pericolo della normalizzazione è in agguato a tutte le età. Breve è il passo fra un presente da rivoluzionari e la rinuncia alla sperimentazione a favore di forme più “classiche”.
Nel caso degli U2 vi è poi un fattore. Bono si è impegnato in battaglie di grande impatto sociale. il suo impegno civile non ha tolto tempo alla musica, ma ne ha cambiato il centro di gravità: da spazio di ricerca a strumento di un discorso più ampio.
In questo quadro frastagliato si pongono i due lavori pubblicati agli estremi del periodo quaresimale. In Days of ash la band sembra riprendere il filo di un discorso politico, la guerra, le proteste. In Easter Lily la dimensione spirituale e il rapporto con la religione si fanno a loro volta politica. Quasi una risposta alla paventata involuzione degli ultimi decenni.
Torniamo allora a Joyce. Il parallelo potrebbe apparire strampalato ma non lo è poi così tanto. L’atteggiamento è diverso. Quello che in Joyce immobilizza negli U2 ferisce. I personaggi di Joyce, raggiunto il limite, si fermano. Gli U2 hanno cercato dí oltrepassarlo. Poter dire loro “bentornati” sarebbe un bellissimo regalo.
Un ultimo piccolo cameo. Easter Lily si apre con un omaggio ad Hal Willner, produttore geniale e alchimista musicale ucciso dal Covid 19 proprio sei anni fa. Anche per questo ricordo dobbiamo qualcosa a Bono e compagni[4].
Note













































Commenti