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- a cura del Baccelliere
- 23 giu 2025
- Tempo di lettura: 2 min
Aggiornamento: 24 giu 2025
La poetica del prigioniero di guerra Olivier Messiaen
a cura del Baccelliere

È inutile girarci intorno. La guerra incombe e i focolai, anziché diminuire, aumentano. Ce ne sono state altre nell’illusorio dopoguerra del Novecento, dalla cui onda lunga proveniamo. Ora però è molto vicina.
La guerra ha un brutto effetto. Ottunde i sentimenti, le coscienze e l’etica. Invece occorre ribadirli, i sentimenti, la coscienza e soprattutto l’etica.
Olivier Messiaen, compositore francese nato nel 1908 ad Avignone, nel 1939, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale fu richiamato dall’esercito francese. L’anno dopo, a Nancy, fu fatto prigioniero e internato nel campo di concentramento di Görlitz, Slesia, campo VIII A, baracca 27B.
Qui, anche grazie all’incontro con altri musicisti, compose il Quatuor pour la fin du temps, le cui note risuonarono il 15 gennaio del 1941. Benché composta durante l’evento bellico, l’opera non è ispirata alla guerra. Il lavoro ha un soggetto religioso, tratto dall’Apocalisse, materializzazione della metafora della fine del tempo. Fine del tempo che è rappresentata attraverso una serie di visioni, in cui la rivelazione, in prospettiva apocalittica, è la verificazione di un mondo di pace e di amore.
Musicalmente si tratta di un’opera complessa, costruita su otto movimenti, per un organico che comprende clarinetto, violino, violoncello e pianoforte. La caratterizzano originalità ritmica e armonie non convenzionali.
Dicevamo di un’opera che dalla guerra non è stata ispirata. Tuttavia, la condizione in cui si trovava il compositore, l’innovatività e la spiritualità sottesa alla composizione ne fanno un esempio di come l’umanità possa opporsi alla barbarie.
La prima esecuzione avvenne il 15 gennaio 1941, in campo di concentramento ad opera di prigionieri – musicisti non professionisti – Henri Akoka al clarinetto, Jean le Boulaire al violino ed Étienne Pasquier al violoncello, oltre allo stesso Messiaen al pianoforte. Si dice che il violoncello di Pasquier avesse solo tre corde, ma forse fu una voce messa in circolo dallo stesso Messiaen per sottolineare la precarietà del tutto.
Il Quatuor pour la fin du temps ora come più di ottant’anni è un antidoto contro la ferocia. Mentre scriviamo, il presidente degli Stati Uniti[1] si compiace in diretta mondiale delle distruzioni che le sue forze armate hanno provocato; mentre si pubblica, lo stesso presidente di compiace di avere imposto il cessate il fuoco, con uno sdoppiamento della personalità su cui riflettere, se non altro perché si tratta dell'uomo alla guida della nazione più potente del mondo. In un contesto simile, Olivier Messiaen costruiva una prospettiva attraverso un’opera che sarebbe stata degna di essere eseguita anche una volta finito l’orrore[2].
Note
[1] Da qualcuno definito “uomo di pace”.











































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