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Nei luoghi storici del confine orientale: “Le memorie del museo di Caporetto”/7

di Marco Travaglini|

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Il Kobariški muzej, il museo di Caporetto si trova al numero 10 di Gregorčičeva ulica a Kobarid, in Slovenia, nello stesso edificio che ospitava la sede del tribunale militare italiano durante la Grande guerra. Nelle sue sale si può visitare la mostra permanente corredata di carte geografiche che rappresentano i fronti aperti in Europa durante la prima guerra mondiale e le modifiche dei confini politici apportate a guerra finita. Ci sono le bandiere, i ritratti di combattenti delle diverse nazionalità, persino le pietre tombali recuperate nei cimiteri militari dell’Alto Isonzo.

Caporetto, circa quattromila abitanti, sorto all’incrocio delle due vallate dell’Isonzo e del Natisone che mettono in comunicazione il Friuli con la Carinzia, proprio per questa sua posizione fu teatro di molteplici scontri. Nella sua piazza, durante l’ultimo secolo, vennero issate dieci bandiere diverse. Caporetto (Kobarid in sloveno, Cjaurêt in friulano, Karfreit in tedesco), oggi è territorio sloveno ma le distanze dal confine italiano non sono grandi: 27 chilometri da Cividale, 44 da Udine, 50 da Gorizia e Tarvisio. Caporetto, simbolo di una catastrofe militare

La località principale, Caporetto, sede comunale, conta poco più di mille abitanti ma il comune è formato da ben 22 località: la più popolata è il centro omonimo, mentre quella con meno persone residenti è Magosti (Magozd), dove vivono in una sessantina. Caporetto forse sarebbe rimasta un’anonima località se non si fosse combattuta la più cruenta e decisiva delle battaglia sull’Isonzo, tra il 24 ottobre e il 26 ottobre del 1917.

La visita al Museo ci accompagna in questa storia, esposta in quattro grandi sale (quella del Monte Nero, la sala Bianca, quella delle retrovie e la sala Nera) e, al secondo piano, nella caverna. Nella sala Monte Nero si incontra il periodo iniziale degli scontri lungo l’Isonzo avvenuti dopo l’entrata in guerra dell’Italia, il 24 maggio del 1915. Gli alpini italiani conseguirono la prima brillante vittoria del fronte isontino con la conquista della cima del Monte Nero (2244 m.) strappato ai difensori ungheresi.

La sala delle Retrovie descrive la realtà della zona a ridosso del fronte: un vero e proprio formicaio di centinaia di migliaia di soldati e operai dislocati lungo la linea compresa tra il Rombon e il golfo di Trieste. Del resto, il congegno militare di ambedue gli eserciti richiedeva una ragnatela di postazioni, strade, acquedotti, funicolari, ospedali, cimiteri, officine, case di tolleranza e tanto altro ancora. “Retrovie” era quasi una parola magica che equivaleva a riprender fiato, dormire, bere acqua pulita, disporre di cibo, di godere una pausa dalla paura. Tutto in attesa di ritornare nel fango e nel fuoco delle trincee. Nella sala Nera – la sala del monito – si conclude la descrizione di questa guerra assurda con i ritratti degli alpini che pregano prima di andare in battaglia, dalla porta d’ingresso di una prigione militare italiana, dall’affusto di un cannone abbandonato su una rovina di sassi e rottami di ferro e dalle fotografie disposte nella parte superiore a rappresentare gli orrori di questa assurda carneficina. “Se tu verrai quassù fra le rocce…”

Al secondo piano è esposto il materiale riguardante l’evento conclusivo della 12° battaglia dell’Isonzo, consumatosi a Caporetto nello spazio di meno di quindici giorni, tra il 24 ottobre e il 9 novembre di centocinque anni fa. Da parte austro-ungarica fu il primo successo di una guerra-lampo (blitzkreig) nella storia bellica e l’azione di sfondamento meglio riuscita del primo conflitto mondiale.

Il prof. Branko Marusic, storico sloveno,conosce le vicende del ‘900 in queste terre come le sue tasche. Per ventidue anni ha diretto il Goriški muzej di Nova Gorica e ha contribuito all’allestimento delle sale storiche di Kobarid. “Il museo di Caporetto non è un museo di guerra, bensì dell’uomo e delle sue angustie”, ha scritto, aggiungendo che non si tratta di un museo della vittoria e della gloria, delle bandiere liberate o calpestate, della conquista e della vendetta, del revanscismo o dell’orgoglio nazionalistico. Per Marusic, “in prima fila sta l’uomo, colui che ripete ad alta voce oppure tra sé e sé, a se stesso oppure ai compagni di sventura esprimendosi nelle diverse lingue del mondo: Maledetta guerra! In questa concisa imprecazione sta la fondamentale testimonianza del museo di Caporetto, il suo successo ed il suo diritto e la necessità di esistere e progredire”. Fuori dal Kobariski muzej il cielo ci accoglie con il suo volto peggiore, rovesciandoci addosso una pioggia fredda e intensa. Tutt’attorno la vita scorre tranquilla all’ombra delle cime del Monte Nero, del Matajur e dello Stol, mentre scorrono le acque verde cupo dell’Isonzo e quelle un po’ torbide del Natisone nello stupendo paesaggio delle Alpi Giulie. Questa località oggi attira i turisti che rifuggono dagli affollati centri turistici, alla ricerca di un ambiente tranquillo che offra possibilità di passeggiate e attività sportive per il tempo libero. E ciò avviene all’ombra dei rilievi montuosi che furono taciti testimoni degli eventi che poco più di cent’anni fa resero noto nel mondo il nome di Kobarid–Caporetto-Karfreit. Settima puntata (continua) I precedenti articoli Trieste in https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2022/02/model_-trava-1.pdf La Risiera di San Sabba in https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2022/03/model_-trava.pdf L’Adriatisches Küstenlande in https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2022/03/model_-trava-3.pdf Il pozzo di Basovizza e le foibe in https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2022/03/model_-trava3.pdf Il Magazzino 18 e le sue memorie in https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2022/05/model_-trava3.pdf I centomila di Redipuglia in https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2022/05/model_-trava3-1.pdf

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