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Luoghi di lavoro e sicurezza: l’incognita della salute mentale

di Chiara Laura Riccardo e Emanuele Davide Ruffino |


La tragicità delle morti sul lavoro sono la punta dell’iceberg della sottovalutazione delle condizioni di lavoro che si sono andate a realizzare nel tessuto produttivo dei Paesi occidentali. Diverse sono però le cause che possono inficiare la salute dei lavoratori (problema etico) e, per assurdo, diminuirne le potenzialità, fino al punto di compromettere la produttività (problema economico).

Il labirinto tra risorse e sostenibilità

Questi aspetti però non trovano terreno di sviluppo se non c’è benessere sul luogo di lavoro, dando così attuazione a quello che le scienze economiche definiscono “welfare aziendale”: un benessere che la comunità (intesa, anche e soprattutto, come azienda e gruppo di lavoro) aiuta a costruire grazie all’ambiente, al clima e al senso di appartenenza. Iniziamo col “dare i numeri”. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che entro il 2030 i disturbi psichici, in termini di perdita di produttività sui luoghi di lavoro, avranno un costo di 16,3 milioni di dollari. In Italia solo il 3,5% della spesa sanitaria pubblica complessiva è destinato alla salute mentale (con punte del 7% nelle province di Trento e Bolzano e di poco più del 2% nelle regioni del centro-sud Marche, Basilicata e Campania). La Regione Piemonte che destina poco più del 3% della spesa complessiva della sanità alla salute mentale, si trova a metà strada. Il manicheismo che si sta sempre più affermando nel XXI secolo, porta a considerare il lavoro come “un’esistenza sociale”, un’opportunità di crescita, fonte di identità, di relazioni, una ragion d’essere; per altri, invece, esso non è luogo di realizzazione personale, ma bensì un “veleno quotidiano”, fonte di stress, che richiede capacità di resistenza per contrapporsi al culto della prestazione tipico della “società del vincitori”. Di fronte a questa estremizzazione di modi di concepire il lavoro, si è consapevoli del fatto che, nel lavorare, spesso “non sappiamo verso dove stiamo andando, ma comunque vi andiamo di corsa”, in una cornice di costante accelerazione e cambiamento, dove le parole come flessibilità, sostegno sociale e tutela della salute mentale dei lavoratori spesso vengono messe in disparte. La tutela del disagio psichico

Nelle dichiarazioni, la gestione del rischio per la salute e la sicurezza dei lavoratori, è da molti anni uno dei principali obblighi delle aziende e dei datori di lavoro. Il Coronavirus ha posto necessariamente l’attenzione sulla necessità di affrontare la salute mentale nei luoghi di lavoro parallelamente agli effetti causati dall’isolamento (il cosiddetto eremitaggio urbano ), dallo stress e dalla paura che ha generato. L’OMS ha sostenuto da tempo l’importanza di promuovere nelle aziende pubbliche e private una politica di investimento per la tutela della salute, anche mentale, dei dipendenti soprattutto in questa fase di ri-definizione di assetti organizzativi. Il messaggio dell’OMS, unitamente all’Organizzazione Internazionale del Lavoro, sottolinea come, di fatto, molte delle politiche progettate negli anni per supportare i dipendenti non hanno mai avuto un riscontro reale in termini di supporto al bilanciamento vita-lavoro, formazione, cura del clima dello staff, etc. Favorire dunque l’attivazione di progetti aziendali di tutela della salute del lavoratore porta, come già dimostrato in alcune realtà in cui questo è stato fatto, a registrare tra i lavoratori un aumento della percezione di lavorare in un ambiente di lavoro sano, salubre e sicuro (dove salute fisica e salute mentale sono interconnesse) e tra i dirigenti delle aziende un miglioramento della “salute finanziaria”. Tutto questo vale anche per i professionisti sanitari, sotto stress per la gestione del Coronavirus che, più di altri, sono chiamati ad un duplice ruolo: da un lato, quello di esperti che devono favorire modelli e strumenti per diffondere e rafforzare la cultura della promozione della salute nei contesti lavorativi, dall’altro quello di persone che, proprio perché impegnate professionalmente nei processi di prevenzione, cura e riabilitazione, necessitano di supporto per proteggere e promuovere il proprio benessere psicofisico. Coniugare i bisogni dal basso agli obiettivi dall’alto

Fondamentale in questo processo, atto a favorire e promuovere la salute nei luoghi di lavoro, è il ruolo della dirigenza e dei decisori che indirizzano l’allocazione delle risorse economiche. Questi dovrebbero oggi esprimere competenze di leadership e di performance management sempre più orientate a modelli operativi capaci di integrare l’approccio top-down con quello bottom-up accogliendo i bisogni che nascono dal basso e coniugandoli con gli obiettivi programmatici definiti dall’alto. Questo perché, nonostante le criticità finora delineate, il “lavoro” resta uno degli aspetti della vita positivi per la salute mentale e fisica delle persone, se i contesti sanno promuovere una cultura organizzativa con uno stile di direzione e di comunicazione che eserciti un impatto favorevole sull’impegno professionale dei lavoratori e che a sua volta determini benefici per l’azienda. E i vantaggi di questa politica riguardano, a cascata, anche la società in quanto vanno progressivamente ad aumentare i livelli di soddisfazione dei lavoratori e la loro partecipazione attiva alla crescita di un sistema che valorizza e riconosce, riducendo dunque i costi per il trattamento dei disturbi psichici conseguenti allo stress lavoro correlato. Oggi dobbiamo guardare alla dichiarazione fatta dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, in occasione del suo centenario nel 2019, la quale afferma che le condizioni di lavoro sicure e salubri sono imprescindibili per garantire una condizione lavorativa dignitosa. Questo è importante soprattutto nel contesto attuale nel quale la salute psico-fisica e la sicurezza sul lavoro sono fondamentali per la gestione della pandemia e per la ripresa di una sana vita lavorativa e dunque sociale.

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