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La Stanza del Pensiero critico. Capitalismo e democrazia: siamo arrivati al capolinea?

di Savino Pezzotta


Il Capitalismo non è solo un modello di gestione dell’economia, ma è sostanzialmente la modalità di gestione del potere. Ci siamo illusi che potesse convivere, vivere e svilupparsi solo con il modello della democrazia liberale, mentre la sua storia ci dimostra la sua capacità di adattamento anche ai regini autoritari che oggi vanno alla maggiore nel mondo. Una adattabilità anche a regimi fortemente statalistici come quello cinese. Con questo articolo tento a descrivere come il tecno-capitalismo delle statunitense della  Silicon Valley, oltre che ad essere un forte sostenitore di Donald Trump , tende a progettare un nuovo ordine politico.


Una figura di spicco, Peter Thiel

Ci sono figure che non si limitano a vivere nel proprio tempo, ma lo rivelano. Figure che, osservate da vicino, sembrano aprire una finestra su ciò che sta accadendo sotto la superficie del mondo. Peter Thiel è una di queste. Non è soltanto un imprenditore di successo, né un semplice investitore visionario. È un segnale, un sintomo, un prisma attraverso cui il nostro presente diventa leggibile. La sua biografia – PayPal, Palantir, il sostegno a Trump, la ricerca dell’immortalità – è solo la parte visibile di un fenomeno più profondo: la trasformazione della tecnica in destino, della politica in ingegneria del futuro, dell’umano in materiale da riforgiare.

Thiel nasce e cresce nella Silicon Valley, il luogo in cui la tecnologia ha smesso di essere un mezzo per diventare un orizzonte metafisico. Qui la tecnica non serve più a risolvere problemi, ma a ridefinire ciò che è possibile. Qui l’innovazione non è un settore economico, ma una promessa di salvezza. In questo ambiente, Thiel sviluppa una visione del mondo che non è solo economica o politica, ma ontologica: la convinzione che la tecnica sia la forza che deve rifondare il mondo, che la storia sia un ostacolo, che la democrazia sia un freno, che la finitezza dell’uomo sia un errore da correggere.

Questa visione non nasce dal nulla. È il prodotto di un’epoca che ha smarrito fiducia nelle istituzioni, che percepisce la politica come impotente, che vive la storia come un peso. Ma Thiel porta questa percezione alle estreme conseguenze. Per lui, la tecnica non è uno strumento nelle mani dell’uomo: è la struttura stessa del reale. È ciò che decide, ciò che ordina, ciò che apre il futuro. L’uomo, con i suoi limiti, appare come un materiale grezzo, un progetto incompiuto, un software da aggiornare. La tecnica non serve l’uomo: lo rifonda.


La proposta del transumanesimo

È qui che entra in scena il transumanesimo, non come fantasia futurista, ma come rottura dell’antropologia occidentale. L’idea di superare la morte, di congelare il corpo, di potenziare l’organismo, non è un capriccio tecnologico: è la negazione della struttura fondamentale dell’umano, fondata sulla finitezza e sulla vulnerabilità. Se la morte diventa un difetto tecnico, allora la condizione umana diventa un errore da correggere. E la disuguaglianza non è più economica o sociale, ma ontologica: alcuni potranno emanciparsi dalla carne, altri resteranno confinati nella fragilità. Il transumanesimo diventa così una nuova teologia dei salvati e dei sommersi, una religione secolare che promette la redenzione attraverso la potenza tecnica.

La visione del mondo di Thiel – ciò che potremmo chiamare Tielsofia – è un sistema di pensiero che non si presenta come filosofia, ma che opera come tale. Essa articola una ontologia della potenza, in cui la tecnica è l’unica forza capace di generare ordine; una antropologia selettiva, in cui solo pochi individui eccezionali meritano di guidare il destino collettivo; una politica post‑democratica, in cui la decisione è sottratta al popolo e affidata a élite tecnocratiche; e una escatologia secolare, in cui la fine del mondo non è un disastro, ma un varco attraverso cui instaurare un nuovo ordine. La Tielsofia è una filosofia del mondo che viene: un mondo in cui la libertà non è più un diritto, ma una funzione della capacità tecnica; in cui la vulnerabilità non è più una condizione condivisa, ma una colpa; in cui la politica non è più deliberazione, ma progettazione del dopo.


L’Apocalisse

L’elemento più radicale del pensiero di Thiel è il suo rapporto con l’Apocalisse. Non come catastrofe, ma come rivelazione. L’Apocalisse è il momento in cui il vecchio ordine – democratico, umano, limitato – crolla, e un nuovo ordine può emergere. È una categoria politica, non religiosa: la fine come condizione di possibilità del nuovo. In questa prospettiva, la tecnica è lo strumento che permette di attraversare la soglia apocalittica. L’Apocalisse non è un evento da temere, ma un’occasione da preparare. La politica diventa escatologia: gestione della fine, progettazione del dopo. La tecnica diventa il mezzo attraverso cui sopravvivere alla fine del mondo, o addirittura attraverso cui produrla per accelerare la nascita del nuovo.

Thiel, in questo senso, non è un profeta di sventura, ma un ingegnere della discontinuità. Egli pensa il futuro come un campo di battaglia tra forze salvifiche – l’intelligenza artificiale, l’immortalità, la colonizzazione di altri pianeti – e forze decadenti – la democrazia, l’uguaglianza, la fragilità umana. La sua immaginazione politica è apocalittica perché vede nella crisi non un pericolo, ma un varco. E questa immaginazione non è isolata: riflette la percezione diffusa di vivere alla fine di un ciclo storico, in un mondo che non sa più dove andare e che cerca nella tecnica una via di fuga.


C’è ancora spazio per l’umano?

Thiel è così una lente per leggere il presente. La sua ossessione per l’immortalità rivela la nostra difficoltà a pensare la morte. La sua fede nella tecnica mostra la nostra perdita di fiducia nella politica. Il suo elitismo radicale mette a nudo la crisi della democrazia. La sua visione apocalittica riflette la percezione diffusa di vivere in un tempo di transizione, in cui il vecchio non regge più e il nuovo non è ancora nato. Egli non inventa nulla: porta alla luce ciò che già abita il nostro tempo. È uno specchio, e ciò che riflette è un mondo che ha smarrito la misura umana e che cerca salvezza nella potenza.

La domanda che resta aperta è semplice e vertiginosa: quale idea di uomo sopravvive in un mondo costruito secondo la Tielsofia? Se la tecnica diventa destino, se l’umano diventa un limite, se l’Apocalisse diventa opportunità, allora ciò che è in gioco non è il futuro della tecnologia, ma il futuro dell’umano stesso. La politica, se vuole ancora esistere, deve tornare a interrogare ciò che la tecnica non può decidere: che cosa significa essere mortali, vulnerabili, finiti. In una parola: umani. È qui che si gioca la battaglia del nostro tempo: non tra progresso e conservazione, ma tra due idee dell’umano. Una che vede nella finitezza una condizione da superare, e una che vede nella finitezza la possibilità stessa della relazione, della cura, della comunità. La figura di Thiel ci obbliga a scegliere da che parte stare e a resistere a questo tipo di capitalismo.

 

 

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