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La mia storia comincia lì... il 25 Aprile. Storie collettive e storie intime

di Luisella Fassino


Dopo l’Armistizio di Cassibile, per molti uomini non ci fu più davvero una scelta. O forse, più semplicemente, ce ne fu una sola.

Giovanni, il babbo, tornò a casa da soldato sbandato, con addosso più domande che certezze. Davanti a sé aveva due strade, entrambe impossibili da percorrere: finire in un campo di concentramento o arruolarsi con i repubblichini della Repubblica Sociale Italiana. Nessuna delle due poteva appartenergli. E così scelse la terza via, quella che non era scritta, ma che tanti, come lui, stavano già tracciando: salire su, sulle montagne della Val Sangone e unirsi alle bande partigiane. Ancora oggi mi chiedo se lui fosse combattente per la libertà, ma una certezza ce l’ho, e che la libertà da difendere fosse prima di tutto la sua.

Da quel momento, la sua vita cambiò per sempre. E forse è proprio per questo che, anni dopo, ogni 25 aprile non iniziava semplicemente con una sveglia. Era come se quel suono arrivasse da lontano. Dalle montagne, dai sentieri percorsi di notte, dalle corse per salvarsi la vita, dalle decisioni prese quando non c’era più tempo per esitare. Dunque, il 25 aprile la sveglia in casa suonava sempre presto. Ma non era un risveglio qualunque: era una chiamata alla festa. Il richiamo di una scelta spesso presente nei suoi racconti.

In casa si respirava un’aria diversa, fatta di preparativi silenziosi e di un rispetto che non aveva bisogno di essere spiegato. Si partiva presto, perché bisognava esserci. Sempre. Il babbo quella libertà l’aveva conquistata davvero. Partigiano nella brigata “Sergio De Vitis” aderente a Giustizia e Libertà, sulle montagne della Valsangone, sentieri, boschi, dirupi e salite impervie che aveva imparato a conoscere passo dopo passo. Aveva partecipato anche all’assalto al Dinamitificio Nobel di Avigliana, insieme ad altri uomini, tra cui alcuni partigiani di origine cecoslovacca.

Ogni tanto tornavano anche loro per le celebrazioni, quando il loro Paese concedeva il permesso di partire, dopo la repressione sovietica seguita alla Primavera di Praga e il conseguente irrigidimento dei controlli sui movimenti dei cittadini. Arrivavano a piccoli gruppi, ma la loro presenza riempiva la festa di un significato ancora più grande, portando con sé il segno concreto di una libertà limitata e vigilata. Per noi erano volti amici; solo più tardi avremmo capito fino in fondo che cosa rappresentasse per loro poter tornare qui, fra queste valli, su queste nostre montagne, in questa nostra Italia liberata dagli angloamericani.

C’erano storie che Giovanni non raccontava tutte insieme, restavano sospese, come se le parole non bastassero a contenerle o forse bastasse il ricordo per riaprire ferite mai rimarginate Una di queste era quella del suo arresto. I fascisti lo avevano catturato a Torino, portato alle carceri Le Nuove e successivamente caricato su un treno diretto in Germania, verso i campi di concentramento. Faceva parte del progetto denominato “bagno di italianità”, ma per molti fu un viaggio senza ritorno in Italia.

Il suo non lo fu. Nei pressi della frontiera con l’Austria, un bombardamento degli Alleati colpì la linea ferroviaria. I tedeschi fecero scendere i prigionieri per riparare i binari, sotto la minaccia delle armi. Fu in quel momento che il babbo trovò lo spazio per fuggire. Scappò senza mai voltarsi indietro. Corse per un giorno e una notte, senza fermarsi mai, con la paura addosso e la libertà davanti. Lo raccontava con poche parole, ma bastava guardarlo negli occhi per capire che quella corsa per lui non era mai finita davvero.

Dunque, noi partivamo per Avigliana con l’emozione dei giorni importanti. Le celebrazioni riempivano la piazza: le orazioni dei partigiani — Nino, Gildo, Elio, la staffetta Marisa — la banda che suonava gli inni, i bambini delle scuole che cantavano le canzoni della Resistenza. C’era una commozione diffusa, discreta, che si sentiva nell’aria più che nelle parole. I nomi dei compagni caduti in battaglia o giustiziati dai tedeschi, venivano pronunciati uno ad uno, con profondo rispetto, e anche noi, pur senza capire tutto, percepivamo che era successo qualcosa di grande, e il ricordo del sacrificio di quei giovani ne immortalava la memoria rinnovando ogni anno la commozione.

Anche per noi bambini era un giorno speciale. I vestiti erano quelli della festa, cuciti con cura dalla mamma, come si faceva per le occasioni importanti. Accadde un anno: io indossavo un “taiurin” rosso, con i bordi scozzesi in tinta. Mi faceva sentire grande, all’altezza di quella giornata. Poi successe. Bastò un attimo. Il babbo, con la sigaretta tra le dita, si avvicinò troppo. La brace sfiorò la manica lasciando un piccolo buco. Per me fu un dolore enorme. Una ferita nel vestito e nella mia fierezza. Mi sentii improvvisamente fuori posto, come se qualcosa si fosse rotto proprio nel momento in cui volevo essere perfetta.

Forse nessuno se ne accorse davvero. Ma io sì. Eppure, era comunque festa, perché il 25 Aprile era più grande anche di quel piccolo dispiacere. La giornata si concludeva sempre allo stesso modo: tutti insieme, a tavola, al Lago Grande da Papà Italo. Era un luogo semplice, ma pieno di vita. Le voci si intrecciavano, le risate si allargavano, e anche i ricordi più pesanti sembravano trovare una forma più leggera attorno a un piatto condiviso. Con il Natale e la Pasqua, il 25 Aprile era una delle feste più belle dell’anno. Ma, dentro di me, con il tempo assunse un significato diverso. Più intimo. Crescendo, ho iniziato a guardare le date con occhi diversi. A fare conti semplici, quasi per gioco. E allora ho capito: la mia data di nascita cade nove mesi dopo il 25 aprile. Non è una certezza, naturalmente. Ma è un pensiero che ritorna, ogni volta, con una forza silenziosa.

Mi piace credere — e forse non è solo immaginazione — che proprio in uno di quei 25 aprile, dopo le celebrazioni, dopo i canti, dopo il ritorno a casa carico di emozioni e di memoria, sia iniziata anche la mia storia. Come se, mentre fuori si festeggiava la libertà riconquistata, nell’intimità dei miei genitori si fosse accesa un’altra forma di vita. La mia. Forse è anche per questo che sento il bisogno, ogni anno, di tornare a celebrare questo giorno. Non solo per ricordare ciò che è stato, ma per ciò che nei miei pensieri condivido con quella storia.

Il 25 Aprile, per me, non è mai solo una ricorrenza, è l’idea che sia un’origine. È il punto in cui la storia del Paese e credo la mia, in qualche modo, si sono incontrate.

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