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La Costituzione difesa in piazza

di Vice


Centinaia di persone davanti al Municipio di Torino nel pomeriggio di oggi, 18 giugno, per protestare contro la strategia del governo Meloni che mira a disarticolare l'unità del Paese con l'autonomia differenziata e a modificare la Costituzione con una prassi parlamentare che non ha precedenti nella storia repubblicana. La mobilitazione dei partiti dell'opposizione, da Pd, con i suoi vertici provinciali e regionali, a Movimento Cinquestelle e Alleanza Verdi e Sinistra, a gruppi della società civile e all'Anpi a Torino, come in altre città italiane, in primis nella capitale, dov'era in corso la discussione sul Premierato al Senato, ha raccolto l'adesione di più categorie di cittadini. Cittadini seriamente preoccupati anche per la svolta che l'esecutivo di destra ha deciso di imprimere alla Giustizia con la separazione delle carriere dei magistrati.

Più che una riforma, è l'opinione di magistrati ed ex magistrati, è un percorso che nel tempo è destinato ad asservire la magistratura inquirente al Potere politico peraltro privo di contrappesi con l'elezione diretta del Presidente del Consiglio e lo snaturamento del ruolo di garante del Presidente della Repubblica. Uno scenario riportato e ribadito nel dibattito pomeridiano in Senato dalle opposizione, che in buona sostanza si propone di sostituire la dialettica democratica, su cui si è retto finora il Paese, con il comando d'imperio.

Come è stato ripetutamente osservato in questi mesi, non si tratta di un piano inedito, ma simile o quasi al progetto di rafforzamento autoritario dell'esecutivo tracciato negli anni Settanta-Ottanta dal capo della P2 Licio Gelli con il famoso Piano di rinascita democratica. E, in effetti, gli eredi di Licio Gelli dovrebbero reclamare i diritti d'autore. Peraltro, alcune linee guida di quel piano, come l'abolizione delle Province e la riduzione del numero dei parlamentari, sono già stati assunte da precedenti governi; ora si prepara, hanno affermato gli esponenti dei partiti in piazza, la devitalizzazione del ruolo del Quirinale e la riforma della magistratura, preludio, è ipotizzabile, al superamento del bicameralismo perfetto (qui i diritti d'autore dovrebbero essere corrisposti a Matteo Renzi).

Corsi e ricorsi storici. Dalle premesse divisive nasce il decalogo dell'autoritarismo: chi ha le risorse se le tiene strette per sé e guai a contemplare la redistribuzione della ricchezza; chi vince le elezioni comanda e si arroga il diritto di legiferare per continuare a comandare perché è un diritto che spetta ai più forti; i magistrati devono stare al loro posto, cioè dietro ai potenti; ultimo ma non meno importante, la Costituzione non deve disturbare il manovratore.

Del resto, c'è da domandarsi se sia soltanto un caso che le donne e gli uomini che hanno deciso di "riformare" la Costituzione italiana, definita tra le migliori del mondo, abbiano alle spalle una storia personale di palese insofferenza, se non di autentico rigurgito, al fatto che sia stata architettata e, soprattutto, discussa da menti raffinate, colte e preparate. Menti che hanno rappresentato il prodotto di una severa selezione politica che guardava all'interesse e all'unità del Paese. Menti che nella disgrazia di essere perseguitate dal Regime fascista se non altro avevano avuto tempo di riflettere a lungo - nella migliore delle ipotesi ai margini della società e controllate dall'Ovra fascista o dall'esilio, altre dal confino, altre ancora in una cella, spedite in galera dal Tribunale speciale di Mussolini - per dare certezza democratica al Paese. E non soltanto una mera stabilità. A quella funzione assolvono benissimo i regimi autoritari.


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