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L'ultimo viaggio di Bruno Segre

di Marco Travaglini



Si apre alle 11, oggi 30 gennaio, all'Auditorium del Polo del '900, in piazzetta Antonicelli a Torino, la camera ardente di Bruno Segre, avvocato, giornalista, ex partigiano e presidente onorario all’Anppia (Associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti). Resterà aperta fino alle 14,30 e davanti al feretro si alterneranno figure istituzionali e delle associazioni, tra cui l'Anpi. Alle 15.30, la cerimonia di commiato al Tempio crematorio del Cimitero Monumentale di Torino.


Oggi accompagneremo un autentico combattente per la vita e per la pace nel suo ultimo viaggio terreno. Lo faremo con un grande moto di tristezza nell'animo. Lo scorso 4 settembre Bruno Segre aveva superato l'asticella dei 105 anni, per spegnersi dopo 145 giorni, sabato scorso, 27 gennaio, proprio nel giorno in cui si è celebrato la memoria della Shoah. Una coincidenza immediatamente rilevata, e non poteva essere altrimenti, che ha dato ulteriore spessore emotivo a una vita vissuta da protagonista attraverso il '900 e i primi vent'anni del Duemila. Una vita spesa senza mai rinunciare alle sue battaglie per la libertà, i diritti, la laicità, contro ogni autoritarismo e discriminazione. Un raro esempio di coerenza e forza che ha raccontato in "Non mi sono mai arreso". Il volume, a cura di Nico Ivaldi, riflette una vita straordinaria di avvocato e giornalista distintosi come una delle più limpide e coraggiose personalità dell'antifascismo italiano. Il racconto, sotto forma d'intervista, ripercorre la sua storia offrendo al lettore un ritratto lucido e appassionato di Segre dalla Torino degli anni Venti e del "lessico famigliare" della sua famiglia ai due decenni del fascismo con l'ignominia delle leggi razziali, la guerra, la Resistenza e il lungo cammino che ha visto impegnato per numerosi decenni il caparbio protagonista tra mille impegni e interessi.

Nato a Torino "quando ancora tuonavano i cannoni della Prima guerra mondiale", ha vissuto quegli anni in una casa di via Barbaroux con i balconi che "si affacciavano su piazza Castello". Laureato in legge, allievo di Luigi Einaudi, antifascista discriminato dalle leggi razziali in quanto figlio di genitore ebreo, durante il Secondo conflitto mondiale Segre conobbe due volte, nel 1942 e nel 1944, la costrizione del carcere fascista e partecipò alla Resistenza nelle file di Giustizia e Libertà. Un'esperienza sulla quale, nell'estate del 1946, scrisse un memoriale che pubblicò soltanto qualche anno fa, nel 2013, in un volume intitolato "Quelli di via Asti". Dalle pagine del libro e dal ritmo incalzante dell'intervista emerge il profilo di quest'uomo colto e intelligente, innamorato del concetto del movimento di Giustizia e Libertà, saldamente ispirato da quell'esprit républicain che ne ha sempre orientato le scelte, a partire dall'insopprimibile impegno a difesa dei principi di laicità e all'intransigente fedeltà ai valori di un socialismo capace di garantire i diritti individuali, ripudiando ogni settarismo e dogmatismo. La narrazione autobiografica offre un'infinità di spunti, suggestioni, aneddoti ironici. Giornalista e avvocato, negli anni del dopoguerra Segre si è impegnato nella difesa dell'obiezione di coscienza e nella battaglia per il divorzio. Come giornalista ha intervistato un'infinità di personalità importanti e ben pochi possono vantare come lui di aver potuto intervistare Joséphine Baker, la "venere nera" della Parigi degli "années folles" resi immortali da Hemingway nel suo "Festa mobile". E soprattutto di averla intervistata nel contesto che lui stesso descrive e che non è il caso di anticipare per non togliere al lettore la curiosità di scoprirlo da solo. Bruno Segre, oltre a collaborare a diverse testate (tra le altre L'Opinione, diretta da Franco Antonicelli e Giulio De Benedetti, Paese Sera, Il Corriere di Trieste e il Corriere di Sicilia) è stato il fondatore e direttore del mensile "L'Incontro", una esperienza editoriale più unica che rara durata settant'anni, trasformatasi in giornale online dopo aver cessato la pubblicazione cartacea.

Quel "periodico politico-culturale" stampato su foglio unico in formato grande e con la testata in rosso ha segnato più di un'epoca, accompagnando per ben quattordici lustri gli affezionati lettori con riflessioni e articoli dedicati alle battaglie contro l'intolleranza religiosa e il razzismo, per la pace, i diritti civili e la laicità. Quando il 4 settembre del 2018 l'avvocato Segre ha festeggiato i suoi cento anni ha voluto ringraziare tutti gli amici "che con me condividono ideali democratici, pensieri di libertà e di antirazzismo, di fedeltà a quelle che furono le conseguenze della Liberazione: cioè la fedeltà alla Costituzione e la fiducia nella Repubblica". E aggiunse: "l'auspicio che mi permetto di esprimere, in questo momento solenne per la mia vita, per il futuro e per l'umanità, è questo: viva la libertà!". Un breve, sintetico e chiaro messaggio da parte di un uomo che ha attraversato un intero secolo a testa alta e che non si è mai sottratto ai suoi doveri di democratico offrendo un lucido contributo sui temi a lui cari, iniziando dalla libertà di stampa anche in questi periodi difficili segnati da crisi, guerre ed enormi incognite sul futuro. Nelle ultime righe di quella sua intervista autobiografica affermava di voler essere ricordato come una persona che si è sempre opposta a tutti i tentativi di prevaricazione e d'imposizione forzata sia essa politica o religiosa. Con una punta di scaramantica civetteria aveva rivelato che sul suo sepolcro voleva fosse inciso un motto di Saul Bellow: "Qui giace un vinto  dalla morte  che non si è mai arreso". Ed effettivamente è stato così.

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