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L’ottimismo cura lo spirito, le vaccinazioni il Coronavirus

di Giuseppina Viberti e Germana Zollesi |


Le recenti e perduranti dichiarazioni del Direttore dell’OMS, del Presidente OMS Europa e dei responsabili politici alla salute del Governo Draghi, sono diventate a senso unico. In altri termini, lo storytelling è di rassicurare la popolazione che si è prossimi o molto vicini alla fine della pandemia. Ma la realtà non sempre si confà, come per magia, alle speranze.

Dati alla mano, bisogna tentare di fare un po’ di chiarezza. Il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della Sanità Tedros A. Ghebreyesus, nato ad Asmara (Eritrea),laureato in biologia all’Università dell’Asmara, specializzazioni e master su malattie infettive conseguiti in Inghilterra, non ha mai affermato che si è all’uscita del tunnel della pandemia. Le sue osservazioni sono state altre: all’apertura dell’Executive Board dell’OMS, ha confermato che è pericoloso presumere che la variante Omicron sarà l’ultima. Il “presenzialismo” di Omicron

Inoltre ha aggiunto che a livello globale vi sono le condizioni per l’emergere di nuove varianti se non si vaccina – e non è la prima volta che lo sottolinea -almeno il 70% della popolazione di ogni Paese, con particolare attenzione ai soggetti più fragili. Situazione che è ben lungi dall’essersi realizzata. In molti Paesi dell’Africa, Estremo Oriente, Sud America il tasso di vaccinazione arriva a stento sotto la soglia del 10%, quindi distanti dal target suggerito dall’OMS. E ciò lascia aperte le possibilità che si vadano a sviluppare nuove varianti. Guardando a casa nostra, non si può dimenticare come, senza un’ampia percentuale di vaccinati in ogni Paese, non si possono ridurre le ospedalizzazioni e, di conseguenza, ripristinare un accesso equo alle diagnosi, alle cure e ai servizi sanitari essenziali (condizione per tornare ad una vita normale). In un recente comunicato l’OMS-Europa ha ribadito che Omicron sta rapidamente sostituendo la variante Delta con una velocità incredibile: oggi rappresenta circa il 32% dei casi complessivi in tutta Europa con significative variazioni fra gli Stati.La pandemia è tutt’altro che finita, ma con la vaccinazione di almeno il 70% della popolazione di ogni Paese del mondo, con l’utilizzo di mascherine e distanziamento sociale (dove possibile), si potrebbe ipotizzare di uscire dalla fase di emergenza per affrontare tutti gli altri problemi di salute che richiedono attenzione. La posizione dell’Oms Europa

Non si può non ricordare l’aumento delle liste d’attesa, gli interventi chirurgici non urgenti posticipati sine die, i servizi sanitari essenziali ridotti. In Europa si calcola che oltre 4 milioni di persone sono state spinte sotto la soglia di povertà, stimata in 5,50 dollari al giorno. Anche se la Omicron sembra causare malattie meno gravi, con meno ricoveri in terapia intensiva, è ancora presente un tasso di ospedalizzazione molto elevato a causa del numero di infezioni; peraltro, l’impatto della Delta non è del tutto superato e la maggior parte di persone che necessitano di terapia intensiva sono non vaccinate.Nessuno conosce il futuro, ma… Sicuramente l’OMS è (e deve essere) il maggiore detentore di informazioni sullo sviluppo della pandemia, per cui ogni ragionamento non può non partire da questa sede. Con i milioni di infezioni che si verificheranno nel mondo nelle prossime settimane, insieme con il calo dell’immunità nella stagione invernale, è prevedibile lo sviluppo di nuove varianti, come sostiene il direttore dell’OMS Europa Hans Kluge. Tuttavia con la la terza dose di vaccinazione, l’accesso equo agli antivirali, le mascherine, il distanziamento, la sorveglianza e il monitoraggio attraverso test mirati, è ipotizzabile che un’ipotetica nuova ondata non richiederà il lockdown della popolazione. Non contempliamo, per non cadere nella sindrome da Apocalisse, il rischio sempre in agguato di ondate di inquinamento che minerebbero la salute delle persone più fragili o peggio le conseguenze di un conflitto armato in Ucraina, che ci porterebbe al freddo, se non anche alla fame. Secondo Kluge, se il 2021 è stato l’anno della produzione del vaccino, l’anno in corso dovrà diventare quello della distribuzione equa dei vaccini nel mondo, in quanto le persone non vaccinate causano un protrarsi della trasmissione, prolungano la durata della pandemia e la probabilità dello sviluppo di nuove varianti.

Ora la situazione è endemica

Se analizziamo gli ultimi dati disponibili, verifichiamo che l’obbligo vaccinale per gli over 50 non ha sortito finora l’effetto sperato e oltre 1 milione e mezzo di persone sono prive di vaccinazioni; ma il dato che deve far riflettere è la scarsa adesione dei bambini da 5 agli 11 anni. Attualmente solo il 7% dei 3,6 milioni di bambini in questa fascia di età hanno completato il ciclo vaccinale con due dosi e il 27% è stato immunizzato con la prima dose. Questa situazione contribuisce alla diffusione del virus nelle scuole con ripristino della DAD e contagi negli adulti che, pur vaccinati e asintomatici, devono restare a casa e non lavorare creando un cortocircuito di difficile gestione. Inoltre i dati della Società Italiana di Pediatria ci confermano che non è assolutamente vero che i bambini non hanno manifestazioni cliniche importanti, poiché nella fascia 5-11 anni sono state registrate nell’ultima settimana 400 ricoveri in ospedale su 834 ospedalizzazioni totali nella popolazione 0-19 anni. Le cifre ci inducono a ribadire che solo affrontando la pandemia a livello globale potremmo concretamente sostenere che il 2022 sarà l’anno della fine della fase di emergenza. Tra l’altro, a due anni dal contagio virale su scala mondiale, parlare ancora di pandemia e non di situazione endemica, pare non del tutto razionale, se non addirittura improprio. Alla “normalità” si potrà ritornare ad una sola condizione: quando tutta l’attività sanitaria “non urgente” non sarà sospesa per ricoverare i pazienti colpiti da una nuova variante della Covid-19.

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