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L'eredità di Darya Dugina e il panafricanismo

Aggiornamento: 13 ago 2023

di Germana Tappero Merlo


Un anno fa la morte violenta di Darya Platonova Dugina, figlia di quell’Alexandr Dugin fra le più autorevoli menti di una cultura politica dell’estrema destra e ultranazionalista russa contemporanea che fa del panslavismo, dell’euroasiatismo e della multipolarità internazionale gli obiettivi strategici della nuova Russia di Putin[1]. Nei mesi seguenti il 20 agosto, si individuarono nei servizi ucraini[2] i responsabili di quell’attentato, che fallirono l’obiettivo comunque perché, è ormai assodato, a morire in quell’esplosione doveva essere proprio Alexandr, di cui sembrerebbero ora perse le tracce, almeno quelle fisiche. Perché di fatto il suo pensiero è più che mai vivo e prospero e sta trovando una sua affermazione ben oltre l’intervento russo in Ucraina, e a migliaia di chilometri da Mosca e San Pietroburgo, ossia in Africa.

I fatti del Niger di queste settimane ne sono un chiaro esempio, là dove il multipolarismo e il messianismo russo si congiungono, e anche da parecchio tempo, con l’anti-occidentalismo (Francia e Stati Uniti, in particolare) e il panafricanismo estremo di esponenti politici e militari di quel continente, alcuni dei quali, e non a caso, protagonisti o ispiratori degli ultimi golpe militari[3]. D’altronde, l’interesse russo in Africa non è più un mistero da quando, nel 2019, vennero resi pubblici dal Dossier Center - un'unità investigativa con sede a Londra, finanziata da Mikhail Khodorkovsky, uomo d'affari russo e critico del Cremlino, in esilio – i tentativi di Mosca di sposare la sua nozione di multipolarità con la sua interpretazione di panafricanismo, ossia l’esclusione delle potenze occidentali dall’Africa, usando anche il pretesto della sovranità africana[4] ma soprattutto la Wagner di Prigozhin.


L'inossidabile presenza della Brigata Wagner

C’è infatti un filo rosso che lega i tumulti di parecchi stati africani a Mosca, e non solo per il supporto, presunto o assodato, dei mercenari wagnerini di Prigozhin, con relativi interessi economici (miniere, energia, sicurezza e basi navali[5]), pilotati e sostenuti dagli analisti dei suoi back office, che costituiscono l’ala politica delle sue imprese presenti in parecchie regioni di quel continente. L’Africa è, infatti, un richiamo, una miscela di analisi costi-benefici e politica estera della Russia, di cui la sua partecipazione nelle vicende belliche più recenti della Libia è stata solo una pallida anticipazione.

La stessa Darya, come ricercatrice politica del Movimento Internazionale Euroasiatista e caporedattrice dell’United World International, ossia l’agenzia stampa di Prigozhin, ne esaltava l’importanza. “L’Africa - affermava, nel giugno 2022, all’evento La Russia e il risveglio africano: prospettive di lotta contro il neocolonialismo del XXI secolo, promosso dalla Camera Pubblica della Federazione Russa – è entrata nella terza fase della decolonizzazione. La Russia, che ha sempre sostenuto un mondo multipolare, è interessata a fornire la massima assistenza possibile in questa terza fase. Il suo obiettivo è superare la completa dipendenza delle società africane in economia, cultura, tecnologia, ideologia, sicurezza dall’Europa, dalle ex capitali.

La Russia sostiene le idee di unità panafricana, il rafforzamento e la difesa dell’identità africana ed è pronta ad aiutare l’opposizione alle nuove forme di colonizzazione sottoforma di globalizzazione, sfruttamento economico ed egemonia culturale.”[6] In pratica, come in Ucraina contro la Nato, la Russia garante di un aiuto contro l’ingerenza occidentale del Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale nel continente africano, in un vasto ed unico progetto di multilateralismo e neo-euroasiatismo, ed anche di devoluzione sistemica di quei Paesi, ancora in via di sviluppo, verso le loro radici tradizionali.


Prigozhin e la destabilizzazione del Continente nero

Darya, quindi, come il nesso causale di Tolstoj fra idea ed evento, ossia il pensiero neo-euroasiatista e multipolare di Dugin e, nello specifico, l’operatività (e annessi interessi economici) di Prigozhin. Perché l’ideologia, da sola, è una storia senza pubblico. Affinché le idee guidino le azioni di un gruppo di persone, è necessario che l’ideologo trovi un ambiente ricettivo. E Dugin, con Darya a sua volta che ha trasformato le filosofie più mistiche di suo padre nel mainstream, così come i pensatori dell’estrema destra russa, fra i quali V. Zhirinovsky (ritorno all’impero russo e “corsa verso il Sud” per la stabilità, ossia controllo di Mosca dalla Turchia all’Afghanistan sino all’Oceano Indiano), o l’antisemita, antisovietico e antiortodosso S. Glazyev, con annesso l’ampio entourage di Prigozhin, ne sono ora i protagonisti[7]. Lo stesso Prigozhin, l’ex chef di Putin che ha fatto del catering di servizi per la sicurezza il suo piatto forte, autore della “marcia della giustizia” del 24 giugno scorso verso Mosca, per questo apostrofato come traditore da Putin, ed esiliato in Bielorussia, è miracolosamente ricomparso, senza ammonimenti e men che meno arresto o avvelenamento, al vertice russo-africano di San Pietroburgo (27-28 luglio), immortalato a stringere mani e certamente accordi di sicurezza e quant’altro, con leader del continente nero. E se qualcuno, analista o della stampa anche nostrana, lo dava per spacciato come “l’intoccabile” del regime putiniano, avrà modo di ricredersi.

Perché Prigozhin, nel suo sostenere leader autoritari e al contempo ribelli del continente nero, è lo strumento del caos più che della stabilità e dell’empowerment russo. Un caos attentamente coordinato con Mosca. È miscela di forza, brutalità e disinformazione che permea realtà come quei Paesi africani “quasi democratizzati” (Niger e Sudan, ad esempio) e li trasforma in banchi di prova nel passaggio da un mondo unilaterale di stampo anglosassone verso quel nuovo ordine mondiale multipolare che è a fondamento della Quarta Teoria di Dugin, ed ispirazione e sostegno delle ambizioni di Putin.

Per tutti costoro è perseguire spietatamente gli interessi russi nella sobrietà di una visione di realpolitik del mondo, in cui ben si inquadra la “nuova corsa” russa per l’Africa, avviata concretamente dopo il vertice russo-africano a Sochi già nel 2019[8]. È espressione anche di quella che il ricercatore I. U. Klyszcz, nel suo studiare la diplomazia della Russia in tempo di guerra con i paesi del "Sud globale", ha individuato, all’interno dei circoli di potere di Mosca e di San Pietroburgo, come la “resurrezione messianica”[9] in politica estera, non diversamente da quelle che sono da ormai due secoli le fonti ispirative dei rivali, ossia gli Stati Uniti con il loro destino manifesto e l’esportazione della democrazia, con connotazioni però marcatamente tradizionali russe, come un pervasivo pessimismo.


Il ruolo del Patriarca Kirill

Perché la visione di un mondo multipolare alla Dugin e per i realisti di Mosca presuppone un mondo in cui ci sono diversi Stati che agiscono come cardini di potere concorrenti, ognuno dei quali attrae altri più piccoli nella loro orbita. Il pessimismo è dato dagli inevitabili conflitti che ne derivano fra Stati più piccoli, impotenti contro quelli egemoni, più grandi: le “società tradizionali” – parole di Dugin – contro l’Occidente che ancora tenta di imporre i suoi valori globalisti e l’ordine unipolare e coloniale. Ecco che la Russia come grande potenza – riprendendo anche la tradizione di rapporti con l’Africa già propri dell’era sovietica[10] – ha il compito di unirsi alla resistenza dei più deboli e fragili Stati africani contro l’imposizione di valori globalisti decadenti. È l’assumere il ruolo del katechon che, nella visione più estrema propria di Alexandr e Darya Dugin, “trattiene le venuta dell’Anticristo”. Da qui, la santa benedizione del Patriarca di Mosca Kirill [11] al nuovo ordine mondiale multipolare, al neo-euroasiatismo e ai suoi artefici e, di conseguenza, alle avventure russe in Africa, dove si compierebbe l’idea messianica perché la Russia è l’ultimo baluardo dei principi morali, dei valori tradizionali, nazionali, culturali, religiosi e persino sessuali, persi invece dall’ Occidente[12].

Ma, appunto, l’ideologia deve avere un pubblico, e in Africa, la visione multipolare e messianica dei Dugin, incontra quel filone di panafricanismo più radicale del pensiero e dell’azione del franco-beninese Stellio Gilles Capochici, meglio noto come Kémi Séba, attivo da almeno due decenni e a capo di Urgences panafricanistes (Urpanaf), nonché membro dapprima della Nation of Islam[13], ed in seguito del New Black Panther Party (NBPP), un movimento nazionalista nero, antimperialista, antisionista e panafricano con sede negli Stati Uniti. Séba è, quindi, un esponente di spicco di un panafricanismo già presente negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso ed ora decisamente radicale ed afrocentrico, che esige la “separazione” dei neri dall’Occidente (come ad evitare quel rischio di “contaminazione” di razze che è proprio degli ambienti suprematisti bianchi), il rifiuto dell’uso della moneta CFA (“schiavitù monetaria”) e della lingua dei colonizzatori (il francese, in particolare), come pure della cultura e della religione cristiana che, nella sua visione, hanno fuso la società africana con nozioni eurocentriche, “desacralizzando l’Africa indigena”.


No servitori di Mosca, ma panafricanismo radicale

Lancia, poi, un richiamo globale alla diaspora africana, auspicando il ritorno fisico della gente nera in Africa, manifestando, quindi, una forte opposizione a qualsiasi forma di immigrazione della propria gente verso l’Europa. Nel suo predicare, ha individuato nella Russia e in particolare in Dugin con cui collabora dal 2017, e poi in Prigozhin e una discreta élite al potere in Mosca, l’ispirazione, i collegamenti e il sostegno alle sue idee. Soprattutto Prigozhin, attraverso azioni di troll e influencer panafricani sul web (oltre a Séba, anche Nathalie Yamb, non a caso “La Signora di Sochi”), garantisce a quel movimento radicale una camera d’eco su tutto il continente africano, promuovendo sia interessi locali russi che manifestazioni di piazza anche violente, comprese quelle che chiedono la rimozione dell’influenza e della presenza militare francese in tutto il Sahel.

Il riconoscimento pubblico russo di Séba è stato inoltre suggellato dal suo intervento alla Duma nel marzo scorso, in un vertice parlamentare Russia-Africa[14]. Ma non bisogna considerarlo come un proxy, un agente da procura russo: Séba non è al soldo di Mosca, quanto invece ne condivide appieno la visione multipolare, antioccidentale, messianica e fondamentalmente pessimistica che fa del suo panafricanismo afrocentrico una versione più radicale di quel movimento di unione di Stati e genti africane proprie di un P. Lumumba, N. Mandela, T. Sankara, S. Touré e K. Nkrumah. Una distorsione e una deriva più radicali di un panafricanismo al momento molto sottovalutato dagli analisti, in particolare occidentali che ancora si meravigliano della presenza di bandiere russe fra i rivoltosi e i manifestanti nigerini.

Tutto ciò è anche influenza di Dugin ed eredità di Darya, perché la posta in gioco, alla base dell’ideologia del Russki Mir di Putin, del multilateralismo e del messianismo della nuova Russia di costoro, così come dell’affarismo militare e di sicurezza di Prigozhin, è decisamente molto alta, e sono necessari studi, molta conoscenza e scarsa preclusione per poterla interpretare, affrontare e contrastare, dal cuore del territorio europeo sino al grande ed ora agitato continente africano.


Note

[1] https://www.laportadivetro.com/post/l-volto-prismatico-di-aleksandr-dugin [2] https://www.nytimes.com/2022/10/05/us/politics/ukraine-russia-dugina-assassination.html [3] Negli ultimi tre anni in Burkina Faso, Mali, Ciad, Guinea e Niger; tentati o falliti in Guinea Bissau, Sao Tomè e Principe, infine Sudan. [4] https://www.theguardian.com/world/2019/jun/11/leaked-documents-reveal-russian-effort-to-exert-influence-in-africa [5] https://apnews.com/article/politics-sudan-government-moscow-803738fba4d8f91455f0121067c118dd [6] https://www.geopolitika.ru/it/article/la-russia-e-il-risveglio-africano-prospettive-la-lotta-al-neocolonialismo-nel-xxi-secolo [7] A. Shekhovtsov, Russia and the Western Far Right: Tango Noir, Routledge, 2017. [8] https://summitafrica.ru/en/news/podvedeny-itogi-pervogo-sammita-i-ekonomicheskogo-foruma-rossija-afrika-roskongress-prodolzhit-rabotu-na-afrikanskom-treke-v-period-do-sledujuschego-foruma/ [9] https://ivanklyszcz.com/publications/ [10] L’URSS ha avuto un ruolo centrale nei processi di decolonizzazione di molti Stati africani, sostenendo diplomaticamente e militarmente, movimenti di liberazione in Angola (MPLA), Mozambico (FRELIMO), Namibia (SWAPO), Sud Africa (ANC) e Zimbabwe (ZAPU). [11] https://www.laportadivetro.com/post/l-editoriale-della-domenica-ucraina-i-perché-dell-operazione-pope-spioni [12] M. Shishkin, Russki Mir: Guerra o Pace?, Soliera (MO), 2022, p. 95. [13] A. Jonhson, The Nation of Islam: Dissecting Its Ideology, CreateSpace Indipendent Publishing Platform Publishing, 2017; G. Tappero Merlo, Dalla paura all’odio, Trento 2022, p.158. [14] https://www.wakatsera.com/kemi-seba-ou-le-panafricanisme-en-eaux-troubles/

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