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L'EDITORIALE DELLA DOMENICA. Europa alle soglie di nuovi e inquietanti scenari

di Mercedes Bresso


È passata una settimana dalle elezioni europee: finite le valutazioni sui risultati italiani,  legate essenzialmente ai nostri problemi interni, è giunto il momento di riflettere sui risultati complessivi e le loro conseguenze in Europa, oltre che su quello che potrà succedere nelle prossime settimane.

E non si può negare che, anche se sembra che tutto sia cambiato perché nulla cambi, secondo l'adagio del Gattopardo, in realtà i problemi ci sono e sono tanti. Le scelte elettorali hanno senza dubbio indebolito l’Europa sia al proprio interno sia nei confronti del resto del mondo, verso  il quale sarà sempre più difficile presentarsi con una voce unica. Chi sperava che le due guerre ai nostri confini avrebbero prodotto un soprassalto di dignità, di coraggio e di ricerca di forza e unità, è stato deluso: questo è purtroppo un nuovo momento nero per la storia d’Europa, speriamo solo che non sia davvero l’inizio della fine del nostro ruolo in un mondo che apparentemente non riusciamo più a capire e che fa paura ai nostri cittadini, che come spesso capita, si sono di nuovo rifugiati nelle loro piccole e sempre più insignificanti patrie.

Una prima considerazione: anche se è vero che i numeri ci dicono che qualunque maggioranza non può prescindere dalla presenza dei tre partiti che tradizionalmente hanno governato l’Europa (PPE, S&D, Liberali di Renew) tuttavia non c’è dubbio che è avvenuto un significativo spostamento a destra dell’asse politico in molti paesi a partire dai più grandi, Francia e Germania, ma anche in Austria, Olanda, Belgio e in altri paesi minori. Gli spostamenti a sinistra sono stati pochi (Romania, Malta, Portogallo, dove sono andati meglio i socialisti ),  Polonia dove la transizione verso un partito democratico ha favorito il PPE di Tusk, Ungheria anche, dove col proporzionale è riuscita la crescita di una formazione pro-europea. In Spagna ha tenuto lo Psoe pur con qualche perdita, in Grecia è rinata una sinistra estrema. In una valutazione globale va comunque notata una tenuta dei socialisti e della Left, un forte calo dei verdi e dei liberali (in entrambi i casi attribuibile essenzialmente al voto francese), un importante aumento del PPE e soprattutto la crescita dei due gruppi di destra. Anzitutto l’ECR (European Conservatives and Reformists Party) di Giorgia Meloni, che in origine era un gruppo moderato composto in larga parte dai Conservatori inglesi e che dopo la Brexit ha perso le originarie caratteristiche vista le presenze del nazional-conservatore PiS polacco, partito anti europeo, e di Fratelli d’Italia, partito che non ha una vera identità, perché i suoi membri parlano un chiaro linguaggio di destra e anti europeo, mentre la nostra presidente del Consiglio assume posizioni più moderate, il che crea grande diffidenza da parte degli altri gruppi. Va rilevato come l’ECR tenti disperatamente di presentarsi come un partito più moderato e come nell’ultimo anno, da quando Meloni è diventata presidente del Consiglio, abbia quasi sempre votato come il PPE, di solito senza motivazioni, in tutti i casi in cui ciò poteva servire a separarlo dagli altri partiti della maggioranza Ursula, in particolare su tutti i provvedimenti del Green Deal.

In secondo luogo il gruppo ID, identità e Democrazia, dove domina il Rassemblement  National di Le Pen, al quale aderisce la Lega di Salvini, contro il quale c’è da sempre il rifiuto totale di ogni contatto da parte dei partiti democratici. È da rilevare che anche questo gruppo sembra avere iniziato un percorso di “pulitura di immagine” con l’espulsione recente dell'AFD, il partito neo nazista tedesco.

Entrambi questi gruppi sono tuttavia più una accozzaglia di partiti e partitini di destra nei rispettivi paesi che  dei veri partiti europei e  spesso votano ognuno per conto proprio, più sulla base di interessi nazionali che di un comune progetto europeo che non riescono a esplicitare, se non nel rifiuto del percorso verso una Europa Federale. Recentemente i meloniani  hanno iniziato a parlare di Europa Confederata, ma per ora si tratta di una proposta senza contenuti chiari.

Va anche ricordato che è cresciuto il numero dei non iscritti (tra cui i nostri Cinquestelle) e si dovrà veder se prima della seduta inaugurale qualcuno di essi avrà trovato casa. Questo consistente “non gruppo” potrebbe avere effetti non trascurabili sui singoli voti.

Che succederà, allora, nelle prossime settimane? Anzitutto pochi hanno notato che nelle prime riunioni dei propri gruppi S&D, PPE e anche la più dubbiosa Renew (il gruppo politico liberale), hanno affermato di volere rispettare il patto dello Spitzen candidato, cioè di volere confermare come presidente della Commissione la candidata del gruppo arrivato primo, Ursula Von der Leyen. E sia i socialisti che Renew ma anche con il chiaro appoggio del PPE, hanno affermato che deve essere la stessa maggioranza a governare l’Europa. Si consideri che ciò non significa un patto di ferro, ma solo un accordo per varare la Commissione, eleggere il Presidente del Parlamento, spartirsi le Presidenze delle Commissioni e le altre cariche, approvare un documento  programmatico per la legislatura. Il patto non significa invece l’appoggio a tutti i provvedimenti che la Commissione varerà, sui quali come da prassi si dovranno cercare delle maggioranze volta a volta anche se spesso faranno perno sui partiti del patto.

Sarà interessante su questo tema vedere che cosa succederà al Consiglio Europeo, se cioè accetterà il volere del Parlamento o aprirà un conflitto come avvenne al tempo della nomina di Junker, quando il Parlamento si disse disposto a votare solo il candidato che aveva vinto le elezioni e i capi di Stato accettarono soltanto dopo lunghe esitazioni.

Sui singoli provvedimenti, soprattutto, si potrà notare l’effetto della mutata composizione del Parlamento e dell’ascesa delle destre: sarà ad esempio molto più difficile andare avanti con i provvedimenti ambientali o con quelli sui diritti o sulle migrazioni, mentre ci saranno probabilmente maggioranze più larghe, o diverse, sui provvedimenti in favore dell’industria o dell’agricoltura. Insomma saranno tanti i casi in cui si andrà caso per caso e in cui il risultato finale potrebbe essere diverso da quello desiderato dalla Commissione o dai partiti della maggioranza, con socialisti e Renew a chiedere l’appoggio dei verdi e della sinistra e il PPE a giocare con i partiti di destra. Cosa che era già iniziata in questa fine di legislatura con risultati spesso mediocri.

E poi naturalmente c’è l’ incognita del Consiglio (quello legislativo): molti governi stanno cambiando e quasi sempre vanno verso destra, quindi trovare la composizione sui testi come è quasi sempre avvenuto nei triloghi, potrebbe diventare molto difficile. Molto dipenderà dai risultati delle elezioni francesi, perché se sarà sempre Macron a partecipare al Consiglio Europeo, sono invece i ministri per materia a partecipare al Consiglio dell’UE dove si votano i provvedimenti. Se vincesse Le Pen si potrebbero creare inquietanti accordi fra ministri di destra di parecchi paesi, compreso il nostro, ma anche blocchi nazionalistici di parecchi testi. E questa è oggi la preoccupazione maggiore nei gruppi politici ma anche credo di molti cittadini europei: che ci si trovi davanti a una situazione economica sempre più grave, a provvedimenti che danneggino la nostra immagine nel mondo o, ancora, che di fronte all’aggressività dei paesi emergenti l’Europa sia bloccata da ridicole esigenze di stampo nazionalistico.

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