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Il "ritorno" della naja tra nostalgie e reali opportunità

Aggiornamento: 17 dic 2022

di Michele Corrado*


Le recenti dichiarazioni del presidente del Senato Ignazio La Russa [1] sul "ripristino" del servizio di leva militare hanno riaperto un serio dibattito[2] che a quasi vent'anni dalla soppressione dell'istituto sembrava sepolto per sempre o quasi. Invece... la questione si ripresenta sotto altre forme, anche se doverosamente contestualizzate con i tempi correnti.

La Leva obbligatoria era un istituto preunitario risalente al Regno di Sardegna. Lo scopo era quello di avere Forze Militari (all’epoca solo di terra - l’Armata Sarda), adeguate alle politiche espansionistiche del Regno. Successivamente questo sistema venne mantenuto invariato fino alla Seconda Guerra Mondiale.

Con l’avvento della Repubblica e la conseguente entrata nella Nato (l’Italia è Paese fondatore), per garantire il livello di Forze richieste (in questi caso appartenenti all’Esercito, alla Marina ed all’Aeronautica), si continuò con il medesimo sistema.

Con lo scioglimento del Patto di Varsavia, in seguito al crollo dell'Unione Sovietica, e con la conseguente caduta della minaccia del “nemico alle porte”, si è sempre più profilato un ridimensionamento numerico delle Forze necessarie. Nel 2005 si decise quindi il passaggio a Forze Armate professionali che prefigurava la sospensione della Leva obbligatoria e la realizzazione di un risparmio di costi sul bilancio della Difesa. Teoricamente si formalizzava così il passaggio da Forze Armate di quantità a quelle di qualità.


Concretamente, oggi, uno strumento militare, anche limitato nei numeri deve essere tecnologicamente avanzato e nulla costa più della tecnologia per la difesa applicata a reparti fondati sulla qualità del personale e dei materiali a disposizione. Pertanto, attualmente, abbiamo cinque Forze Armate (Esercito, Marina Militare, Aeronautica Militare, Carabinieri e Guardia di Finanza) dipendenti da tre Ministeri diversi (Difesa, Interni e Finanze), aggiungendo il Corpo Forestale dello Stato che è stato militarizzato ed inserito nei Carabinieri. In tale contesto, il Presidente del Senato in occasione delle celebrazioni degli Alpini (gli Alpini sono una specialità dell’Arma di Fanteria interna all’Esercito) ha proposto il reinserimento del Servizio di Leva della durata di quaranta giorni. Perché?


Proviamo a fare un passo indietro. Le Associazioni d’Arma dell'Esercito (Fanteria, Cavalleria, ecc.) e quelle di Specialità (Alpini, Granatieri, Bersaglieri, ecc.) sono quelle che hanno maggiormente sofferto nel passaggio al modello professionale dell’Esercito, con il crollo verticale dei propri iscritti. Reinserendo un modello di Leva a numeri e durata limitati, considerando che in 40 giorni nulla si può addestrare a meno delle operazioni di Incorporamento, Istruzione formale e Cerimonia di Giuramento, si verrebbe ad aver bisogno di almeno due/tre Reggimenti addestrativi dedicati (di Fanteria), che potrebbero essere sicuramente anche Alpini. In questo modo il personale al termine del periodo potrebbe essere “invogliato” all’iscrizione nell’associazione di Specialità.

Queste le motivazioni, a mio avviso. Ma da un punto di vista pratico, se si vuole reinserire e rendere appetibile la proposta si dovrebbe, in ordine:

- definire i numeri (ventimila posti, per esempio);

- accesso per tutti senza differenza di genere;

- benefit di fine periodo come posti riservati nei concorsi di Stato, pagamento di tasse universitarie, ecc.

Ovviamente i numeri dovrebbero essere ripartiti per Forze Armate (Esercito, Marina, Aeronautica, almeno).


Ricadute di immagine e di impiego:

- attraverso i corsi, dunque non un servizio di Leva vecchia maniera, si otterrebbe una promozione indiretta sul reclutamento permanente nelle Forze Armate;

- si potrebbero veicolare, attraverso i social dei partecipanti, aspetti specifici della vita militare poco conosciuti con ricadute per tutto il comparto;

- ai fini di un possibile impiego, però, tali corsi non avrebbero alcuna valenza pratica visti gli standard che un combattente Nato deve possedere ed i complessi scenari operativi nei quali dovrebbe essere impiegato.

Vi è poi la questione dei costi economici di una tale operazione, a cominciare dal personale e dalle strutture dedicate che verrebbero sottratti alle Forze Armate di provenienza.


Per concludere, questi gli aspetti fondamentali:

- se si vuole che una operazione del genere abbia successo e significato è necessario rovesciare l’ottica di approccio: opportunità (non per tutti) pagante e non obbligatorietà, unita a un formazione professionale che offra vantaggi (punteggio, corsie di merito) nell'impiego in attività civili;

- tale visione consentirebbe anche di distaccarsi completamente dalle logiche del Servizio Civile che non potrebbe più porsi come unica alternativa positiva al discusso (da sempre) Servizio Militare di Leva.



* Col. in Ausiliaria Esercito Italiano


Note


[2] Paolo Lambruschi, L'impegno che più serve, L'Avvenire, 15 dicembre 2022


Immagini sito del Ministero della Difesa Italiano

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