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Il fascino ritrovato: “Les rencontres de la photographie”/2

Aggiornamento: 4 set 2022

diTiziana Bonomo

Quante domande suscita questo Festival. Dopo Horvart sono rimbalzata sui temi dell’ecologia con “Ritual Inhabitual. Forets géométriques. Luttes en territoire Mapuche” con foto di Tito Gonzáles García e Floerencia Grisanti è un progetto che fa riflettere sulla natura e sui suoi riti. Così come Noemi Goudal con “Phoenix” (foto in basso) che attraverso la natura si interroga sull’umano e sul non-umano inserendo nell’esposizione effetti di movimento in una scura atmosfera dove il verde degli alberi e della natura disegnano una luce asimmetrica.


“Parc des Ateliers”, il recupero di uno scalo ferroviario dismesso

Quasi tutto Il secondo giorno invece è stato dedicato prevalentemente al campus di LUMA Arles al “Parc des Ateliers”, uno scalo ferroviario dismesso. Prima dell’intervento di Maja Hoffmann il Parco restituiva l’impressione del deserto sempre assolatissimo con i binari che ospitavano, nello sterrato, ancora alcune vecchie carrozze ferroviarie, un punto di ristoro con resti di muro e qualche vela in tessuto per creare ombra ai desiderosi di una fresca bevanda dopo aver camminato sotto il sole tra un edificio e l’altro per vedere tutte le mostre ospitate. Le mostre come delle oasi che premiavano i pellegrini “fedeli credenti” nella fotografia. Un meritato premio per essere riusciti ad arrivare ad Arles, ad andare fino al Parc des Ateliers e a camminare in mezzo al nulla se non per trovare l’”oro” nelle immagini guardate, rimirate, osservate come un prezioso tesoro da non dover mai più dimenticare.

I bambini che seguivano le mamme si divertivano sui binari e all’ombra delle immagini a farsi fotografare con scene impensabili di vita vera e di vita immaginata. Critici che assetati d’acqua sostavano per riprendere con parole, osservazioni, commenti l’energia per ritornare nelle stanze di un confortevole albergo della Camargue. Sentivi pulsare l’arte della fotografia nelle vene gonfie dal caldo, nello sguardo umido di sudore, nel suono delle cicale che invitavano a riflettere sul linguaggio che spesso non capivi o di cui avevi bisogno di tempo per memorizzarlo, interiorizzarlo come un affetto che non vuoi dimenticare.


I voleri... della mecenate Maja Hoffmann

Quando sono arrivata il Parco mi ha accolto con le sue piante magnifiche in un ordine inaspettato dove la torre di Frank Gery svetta brillante, moderna come solamente il ricco occidente può permettersi e con una pulizia che ha cancellato la memoria ferroviaria quella dell’officina motori de La Méchanique lasciando posto agli edifici tutti ristrutturati secondo la “beautè” culturale del momento compresi i bagni che farebbero invidia anche a quelli della villa di un attore hollywoodiano.

È tutto molto bello, lucido, pulito, con ampi spazi allestiti in maniera “impeccabile” per mostre di qualsiasi evento: oggi quello fotografico domani... da scoprire in base ai voleri di Maja Hoffmann che farebbe invidia a chiunque: mecenate, imprenditrice, figlia fortunata, donna di tendenza, intellettuale e soprattutto molto, molto ricca che si diletta con la fotografia, con l’arte in generale.

Gli spazi sono talmente ben disposti e realizzati che effettivamente lì dentro tutto è possibile come ospitare la collezione Hoffmann che merita la pena vedere per la straordinarietà delle opere contemporanee, così come le mostre del programma del festival. Due pezzi della collezione “The Student” di Tavares Strachan del 2018 (foto a destra) dove la domanda “How can someone be made invisible?” inserita nell’opera continua a perseguitarmi. Così come la scultura fatta di cera, pigmento e stoppino di Urs Fisher del 2011 “Untitled (The Rape of the Sabine Women)” sconvolgente per la sua incredibile drammaticità.




Da James Barnor a Arthur Jafa

Sono tante le mostre che ho visto al Parco come quella del simpaticissimo James Barnor nato nel 1929 – ospite ad una delle serate al Teatro antico di Arles Festival (nella foto in basso) – in esposizione con la mostra “Stories. Portfolio 1947-1987”, una ricca selezione dei lavori fatti a Racca tra la fine dell’epoca coloniale e l’inizio degli anni ’90. E poi la raccolta delle opere di “Dior Photography and Visual Arts Award for Young talents 2022”. E poi ancora “Une avant-garde feministe” con fotografie e performances tratte dalla collezione Verbund, Vienna” con più di duecento opere di oltre settantadue artiste per mettere in evidenza la situazione della donna negli anni ’70. Forse tante, forse troppe, forse esagerate.




Il rischio della sovra-abbondanza è di inseguire troppi temi: donna-madre, donna-sposa, donna-modella, donna-sesso, donna-società. Sarebbe divertente farla anche per l’uomo: uomo-padre, uomo-marito, uomo-lavoratore, uomo-politico, uomo-amante, uomo-licenziato. Nelle collettive troppo affollate, comunque, i grandi nomi non hanno la possibilità di farsi conoscere ma semplicemente di farsi citare.

A differenza di “Live Evil” una delle mostre che ho trovato più entusiasmante per l’espressività, la brutalità, la ricerca, la potenza visiva dell’immagine sulle pareti, negli schermi con la presentazione più ampia e completa del lavoro di Arthur Jafa, un grande artista contemporaneo alla pari di JR. “Riunisce una memoria emotiva che tocca temi come la storia degli Stati Uniti d'America, la violenza, la repressione, i metodi di sopravvivenza. Interrogandosi sulla loro esistenza nella produzione e diffusione di immagini, musica, suono e media temporali, Jafa riflette sull'ontologia della razza e dell'oscurità.”

Evidente che il linguaggio della fotografia può esprimersi in tanti modi ma questo è uno di quelli che più seducono anche per la possibilità di avere spazio, budget, materiale di alta qualità, come dentro a un film.

(segue)


Prima puntata in





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