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Enrico Fierro, l’addio a un coraggioso giornalista

Aggiornamento: 2 giorni fa

di Michele Ruggiero

Enrico Fierro, persona complessa e generosa, di professione giornalista impegnato, con tutto il rispetto che si deve all’attributo senza retorica postuma, è stato sconfitto da una malattia, breve e inappellabile, a pochi giorni dal suo settantesimo compleanno. Ma la parola sconfitta non gli è mai stata estranea, abituato a contemplarla quale effetto della sua coerenza per sfide coraggiose e pericolose. Come l’ultima: quella di continuare a vivere guardando il male nello specchio, senza paura di leggere le aggressioni al proprio corpo, pur di continuare a lavorare. Un combattente vero è stato Enrico Fierro. Pronto ad accettare la sconfitta con lo stesso pathos meridionale con cui si preparava alla rivincita, testardo nelle convinzioni che lo portavano sempre e inevitabilmente dalla parte dei più deboli e degli ultimi e, dunque, più esposto di altri alla solitudine in cui ti vuole relegare il conformismo. La sconfitta l’aveva provata più volte sulla sua pelle. E da persona sensibile ne aveva sofferto, soprattutto quando era il frutto amaro dell’ingiustizia e del bieco calcolo politico. Allora sapeva esprimere rabbia, mai autodistruttiva, ma viva testimonianza della sua capacità di battagliare, come era accaduto all’Unità, quando vi era approdato all’inizio degli anni Novanta, nello stesso periodo o quasi in cui si insediava ai vertici aziendali il suo grande amico Amato Mattia, amministratore delegato poliedrico, dalle grande visioni, precocemente scomparso. Una perdita grave per la sinistra. Fino alla fine degli anni Ottanta, Enrico aveva collaborato con più testate, ma era ancora alla ricerca della strada maestra che gli desse l’opportunità di esprimere la passione per il mestiere di giornalista e la scrittura, quest’ultima scoperta dopo anni di intensa e dura militanza e attività nel Pci di Avellino e della Campania, ricoprendo ruoli delicati e rischiosi che l’avevano esposto a minacce e intimidazioni della criminalità organizzata, e costretto a viaggiare anche sotto scorta. In quella dimensione politica e giornalistica, Enrico Fierro si era ritrovato a vivere il decennio della Ricostruzione marcia post sisma dell’Irpinia, decennio contrassegnato dell’irruzione invasiva e spietata della Nuova camorra organizzata (Nco) di Raffaele Cutolo, del sequestro dell’assessore Ciro Cirillo da parte delle Br, dell’inchiesta del giudice Alemi sulle trattative tra terroristi, servizi segreti, faccendieri, piduisti complici dello stesso Cutolo, e di altre storie da cui affiorava insieme al degrado del costume e della politica, la reazione della società civile.Passaggi che Enrico aveva documentato con articoli e inchieste su "La Voce della Campania" diretta a Andrea Cinquegrani e in "O ministro. La Pomicino story", un corrosivo instant-book sul potere e l'influenza accumulati da Cirino Pomicino, scritto insieme con lo stesso Cinquegrani e Rita Pennarola, aveva peraltro visto gli autori inseguiti da una "temeraria" causa miliardaria (in lire) intentata dall'allora ministro al Bilancio. Gli inizi all'Unità non furono facili e piuttosto inquieti sotto il profilo umano, e non gli fu risparmiata nello stesso periodo anche una tragedia famigliare.

Il vecchio Pci era al tramonto e con esso anche le generazioni che al quotidiano, attraversato da forti tensioni interne, avevano assicurato valori e principi su cui Enrico Fierro aveva fondato il suo credo politico e la sua etica. Ma da via dei Taurini, all'epoca sede del giornale comunista, cominciò la sua seconda vita, caratterizzata da uno slancio ammirevole e dal desiderio umanamente comprensibile e mai nascosto di recuperare velocemente posizioni, innestando la sua esperienza politica nel giornalismo. La crisi e le successive chiusure dell'Unità (perché rimane ancora un grosso punto interrogativo) misero in moto progressivamente la terza vita di Enrico Fierro che lo ha portato negli anni, e nella successiva collaborazione con il Fatto Quotidiano e con il Domani, a diventare uno dei migliori interpreti del giornalismo d'inchiesta, di denuncia e attento osservatore del costume italiano. Mirabile in proposito, il duetto su "Nord e Sud" con Leonardo Coen dalle colonne de Il Fatto Quotidiano. Caro Enrico, il saluto è quello di un sodale di tante serate in una Roma che divertiva e che guardavamo divertiti per tutto ciò che ci offriva, vissuta con la speranza di avere sempre qualcosa di buono da dire e da scrivere. E tu ci sei riuscito.


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