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Domenico Carpanini e il senso del suo "andiamo a vedere..."

  • Vice
  • 27 feb
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 27 feb

di Vice


Aneddoti, ricordi, istantanee, flash di memorie collettive diffuse e tramandate a chi non lo ha conosciuto, come il sindaco di Torino Stefano Lo Russo, che nel suo discorso introduttivo, seguito a quello della presidente del Consiglio comunale Maria Grazia Grippo, ha annunciato il completamente dei lavori di ristrutturazione della Sala dedicata a lui, Domenico Carpanini. Così la Sala Colonne del Municipio di Torino ha raccolto oggi pomeriggio, in un incontro voluto dall'Associazione dei Consiglieri emeriti comunali, una punteggiatura a tutto tondo sulla figura di Domenico Carpanini alla vigilia della ricorrenza del venticinquesimo dalla sua morte, avvenuta il 28 febbraio del 2001.[1]

Il chi era stato Carpanini per la politica e chi era il candidato sindaco dell'Ulivo per le elezioni che si sarebbero tenute il 13 maggio 2001, si riassume in un passaggio dell'allora sindaco Valentino Castellini che lo aveva avuto, scelto, come vice nella consigliatura precedente: "un uomo che ha segnato la storia recente di Torino e che Torino non potrà mai dimenticare". E non è retorica. Perché le sue capacità di amministratore derivavano dall'empatia che sapeva conquistarsi entrando nella pelle, nel cuore, nei sentimenti della città. Una qualità umana rara, seguita da una qualità altrettanto non comune: quella di non fermarsi all'ascolto, ma di sapere immediatamente tradurre concretamente i bisogni, filtrando anche le lamentele, anche a volte astiose e pelose, in qualche caso strumentali e non meritevoli di vicinanza, ma che servono sempre e comunque a sentire il polso politico di un insieme.

Era uno sperimentatore tenace, ha detto ancora Valentino Castellani, accreditandogli una visione pregna di autenticità nel suo rapporto con i torinesi. Un rapporto che passava soprattutto dalla sua sete di conoscenza della città. E, quindi, che implicava una sincera generosità non solo politica nel darsi, nel concedere una parte rilevante di sé alla res pubblica, al servizio dei cittadini. Un esserci sempre - oggi si direbbe H24 - che si specchiava nella sua frase più tipica "andiamo a vedere...", con cui esercitava anche un magnetismo contagioso sugli stessi suoi collaboratori, da cui era arduo sottrarsi.


C'è un fotogramma, come ha ricordato Adriana Romeo, per 16 anni Presidente del Comitato Associazioni riunte di Porta Palazzo, che più di altri imprime nella memoria la continuità della sua presenza: un uomo con gli stivali, in mezzo al fango, a Borgo Dora, con l'orecchio, la mente e il cuore prestati a chi era attonito e disperato per l'alluvione del 2000.

Da Giovanni Sarlo, ex alto dirigente della Questura a Torino e Questore in più città d'Italia, è rimbalzata nella Sala Colonne una confidenza privata, anche per il tono emozionato della voce, che non poteva non toccare le corde emotive dei presenti nella Sala Colonne: "Domenico è stato un grande amico che non ho mai più avuto". E un grande amico Domenico lo è stato anche per la città, ma con quel rigore e quella sobrietà che sono richiesti a chi si assume importanti responsabilità, senza scaricarle sugli altri o cercare alibi dinanzi alle strettoie dei problemi. Ecco, in quell'amico mai più ritrovato che Giovanni Sarlo con estrema sincerità ha reso pubblico, c'è il valore di essere guida di una comunità e c'è un senso d'appartenenza ideale che nel tempo la politica ha smarrito. Ma non in toto, ci auguriamo, ripensando alla lezione che ci ha lasciato in eredità Domenico Carpanini.


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