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Destini incrociati: le “gioie” della Corona e la memoria di re Carlo Alberto

di Dunia Astrologo|

Che gli eredi di casa Savoia si distinguano per urbanità di modi, raffinatezza di costumi e alto senso dell’onore era già un fatto piuttosto noto. Oggi viene sottolineato dal riemergere di un’annosa querelle, di cui sentivamo particolarmente il bisogno, mentre siamo stremati da due anni di pandemia, con 145.000 morti e milioni di contagiati, guidati da un governo che più improbabile di così non si può, e mentre sotto gli occhi attoniti degli elettori si svolge una caccia alla “figura istituzionale di garanzia e sopra le parti”, ovvero di un candidato alla Presidenza della Repubblica, che per varie ragioni tende a diventare sempre più surreale. La querelle, come ci illustrava Michele Ruggiero (Il giorno della memoria: le leggi razziali e i gioielli dei Savoia in https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2022/01/model_-ruggiero-1.pdf) riguarda la richiesta allo Stato Italiano da parte dei legali dei signori Savoia di restituire un cospicuo gruzzolo di “gioielli della Corona”, che immediatamente dopo la sconfitta della monarchia al referendum del 2 giugno 1946 furono consegnati in custodia alla Banca d’Italia dai Savoia medesimi, per mano dell’ineffabile Falcone Lucifero, loro rappresentante legale. La questione può essere giuridicamente interessante in quanto sembrerebbe che “le gioie di dotazione della Corona del Regno” non siano state confiscate ai Savoia, bensì proprio date in custodia alla Banca Nazionale “per essere tenute a disposizione di chi di diritto”. Non ho competenze in materia, ma mi chiedo come possa essere identificato il “chi di diritto” visto che la Corona del Regno non esiste più, non esiste più il Regno e i signori Savoia, che hanno riconquistato il diritto a rientrare in Italia, dopo circa 75 anni di esilio costituzionalmente stabilito, sono oggi soltanto cittadini al pari di chiunque di noi, con pari diritti e altrettanti pari doveri. Né so valutare se sia stato giusto tenere chiusi e mai più visibili al pubblico quei gioielli che – probabilmente molto meno affascinanti di altri tesori di teste coronate – potrebbero comunque rappresentare oggetto di interesse storico e artistico. Ma non è certo solo in punta di diritto che si può esaurire il contenzioso. Non può, credo, essere trascurato il contesto storico, che consta di almeno due fatti. Da un lato la vergogna di una monarchia che affida il Paese a una manica di scellerati che forzando le leggi dello Stato sopraffanno il Parlamento e soggiogano i cittadini al loro regime dittatoriale; e che, a scempio fatto, solo di fronte alla ineluttabile sconfitta militare si arrendono all’evidenza – e agli Alleati – abbandonando il Paese al suo destino, in piena guerra civile e alla vendetta degli ex alleati tedeschi. Dall’altro lato, la più prosaica considerazione del fatto che tutti quei gioielli (valutati oggi 300 milioni) non furono certo accumulati nel tempo sulla base di oculati investimenti dei risparmi di una o più vite di lavoro, bensì frutto dei tributi dei cittadini, più o meno equamente riscossi durante il Regno d’Italia retto dai Savoia. Forse a qualcuno dei discendenti dai magnanimi lombi del primo Re d’Italia sarebbe potuto venire in mente di venderli, quei preziosi, per contribuire alla ricostruzione del Paese devastato dalla guerra. Ma tant’è, questo non è avvenuto e non immaginiamo che possano concretizzarsi altri possibili atti di risarcimento parziale, dopo tutti questi anni, dell’onore perduto dalla famiglia Savoia. Per curiosa coincidenza, la querelle dei gioielli della Corona è spuntata proprio nei giorni più vicini al Giorno della Memoria, come è stato fatto notare. Questo non può che rendere più grottesca la vicenda e più amaro il ricordo della condiscendenza della monarchia verso il regime fascista anche nel ‘38, quando venivano promulgate e messe in atto le leggi razziali, che privavano gli italiani di religione e discendenza ebraica dei loro diritti di cittadinanza e che portarono all’arresto, deportazione e morte di circa 10.000 di loro per mano sia dei nazisti che dei fascisti italiani. Un’altra coincidenza stravagante, che tiene insieme monarchia sabauda e destino degli ebrei italiani, scorgo in queste ore in un fatterello che mi è capitato sott’occhio.

Una non meglio nota Associazione per la valorizzazione delle tradizioni storico-nobiliari, detta VIVANT, ha lanciato in queste ore un appello sulla piattaforma social Change.org, intitolata “In loving memory of King Carlo Alberto stay and death in Porto” (In memoria affettuosa della permanenza e della morte di Re Carlo Alberto in quel di Porto; nella foto a lato la Basilica di Superga, dove la sua salma fu tumulata). Sì, si tratta proprio dell’Italo Amleto, il re dei verdi anni di Carducci, cui la sorte prospettò, dopo la fatal Novara del 1849, la mèta ultima, Oporto, dove morì il 28 luglio dello stesso anno. Il caso questa volta riguarda la possibilità che la città portoghese decida la rimozione dei mobili dalle stanze di Villa Entre Quintas, “nonostante il breve, ma impressionante soggiorno e la morte di Re Carlo Alberto, e la prevista sostituzione con un insieme di immagini e illustrazioni”. I firmatari della petizione non ci stanno, poiché credono “fortemente che i segni del soggiorno e della morte di Re Carlo Alberto a Porto meritino uno status speciale, in quanto appartengono congiuntamente alla storia portoghese e italiana.” Beh, al di là del tono un po’ patetico, da orgoglio monarchico ferito, con cui si chiede di non rimuovere i pochi arredi che ricordano il passaggio di Carlo Alberto a Porto, per interesse storico e non per difesa dei valori aristocratici promossi dall’Associazione VIVANT, penso sia giusto difendere dalla rimozione della memoria una tessera del mosaico della nostra storia e del ricordo di un Re (nella foto in alto palazzo Carignano, dove nacque il 2 ottobre del 1798) che non demeritò del suo ruolo e che, per primo in Europa, con il suo Statuto, concesse, tra l’altro, l’emancipazione nel Regno Sabaudo dei Valdesi e degli Ebrei, che poterono da allora fino appunto al 1938, fino alle infamanti leggi firmate dal suo bisnipote Vittorio Emanuele III, godere di tutti i diritti civili, negati loro da almeno sei secoli.

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