America First: il disumanesimo di Trump e dei tecnocrati
- Marcello Croce
- 2 mar
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di Marcello Croce

A mio modo di vedere, ci sono almeno due osservazioni importanti, che indirizzano la comprensione di ciò che sta accadendo nell’Iran; e poi un commento conclusivo.
Una premessa
La prima osservazione riguarda la storia del regime iraniano in relazione agli interessi petroliferi occidentali. Vengono in luce tre fasi distinte. La prima attraversa tutta la prima metà del 1900 (comprese le due guerre mondiali) con il dominio britannico, che ha dato l’avvio e ora possiede e controlla le immense risorse petrolifere del territorio.
La seconda, nei primi anni Cinquanta (1951-53), con l’erompere del breve e drammatico avvento di Mohammad Mossadeq, leader costituzionalista persiano, che divenuto Primo ministro al tempo dello Shah Reza Palhavi. Mossadeq procedette alla nazionalizzazione della Anglo-Iranian Oil Company. Lo scontro con la monarchia filo-britannica e l’embargo imposto dalla Gran Bretagna, allora guidata da Churchill e Eden, fecero fallire il disegno indipendentista e popolare di Mossadeq.
La terza fase comincia nel 1954, dopo l’estromissione di Mossadeq, allorché l’intero settore petrolifero iraniano (che ora aveva preso nome BP) venne affidato a un consorzio internazionale dominato da compagnie britanniche e statunitensi, con l’appoggio dello Shah, il cui governo antipopolare si avvaleva della collaborazione della CIA e del Mossad israeliano.
In questa dimensione – una spinta popolare di emancipazione post-coloniale solamente sospesa col rientro nel quadro direttivo occidentale – si può capire il senso della rivoluzione khomeinista del 1979.
La rivoluzione del 1979
L’avvento dell’Ayatollah Khomeini (febbraio 1979) diede avvio alla fondazione della repubblica islamica. Per capire la svolta dell’Iran in quel periodo, proviamo a pensare al ruolo che ebbe nell’Italia postbellica la Democrazia cristiana. Il clero sciita aveva in Iran la stessa presenza pedagogica e politica popolare che aveva nell’Italia di allora (a cavallo tra le due guerre, come testimoniarono Gramsci e Togliatti) il nostro clero cattolico, quando portò la Dc alla vittoria del 1948.
Il clero sciita iraniano era percepito come difensore della giustizia sociale e della comunità popolare contro l’arbitrio del potere, oltre che come guardiano del costume. Fu il principale oppositore delle potenze coloniali e della politica dello Shah Reza Pahlavi.
Ora, il consorzio internazionale creato nel 1954 (BP, compagnie statunitensi, Shell, Total) operava in Iran solo grazie a contratti firmati con il governo dello Shah. Con il crollo della monarchia i contratti persero validità politica e le compagnie occidentali ritirarono il personale, con il disegno di lasciar precipitare la produzione. L’abbandono delle compagnie occidentali determinò la nascita della National Iranian Oil Company, che attuò di fatto quel processo di nazionalizzazione che nel 1953 era stato solo formalmente enunciato.
Ma un avvenimento ancor più drammatico fece seguito a questo.
Nel clima di estrema tensione che accompagnò il trionfo di Khomeini, nell’ottobre di quell’anno 1979 studenti armati presero d’assalto l’ambasciata americana a Teheran, tenendo in ostaggio in quei locali 66 civili americani che li occupavano. Essi ebbero il destino di restarvi trattenuti per oltre un anno intero (ben 444 giorni!). Ad aggravare, e anche a determinare, questo fatto impressionante fu nel novembre di quell’anno un tentativo di invasione da parte delle forze aeree americane (analogo, per intenderci, a quello compiuto recentemente a Caracas), fallito però ancor prima di raggiungere Teheran. Presidente degli Usa era Jimmy Carter.
Chiaro, tali eventi segnarono per sempre la relazione fra Iran e Usa. Nel gennaio 1981 tuttavia fu stipulato un accordo ad Algeri, con la mediazione del governo algerino, che portò al rilascio degli ostaggi contro un impegno di non-ingerenza da parte degli americani negli affari dell’Iran. Presidente allora, negli Usa, era Reagan; e questo significò pure la rottura permanente delle relazioni fra i due Stati sovrani.
Se ne videro gli effetti subito dopo, quando le potenze occidentali sostennero l’Iraq di Saddam Hussein (sì, quello stesso che poi liquidarono nelle due “guerre del golfo”), quando l’Iraq invase le frontiere iraniane nel 1980. Quella guerra, che durò fino al 1988, per molti aspetti presenta un’impressionante analogia con quanto sta avvenendo, dal 2022, sui confini russo-ucraini, con le potenze occidentali interessate soprattutto a prolungarne il conflitto in una interminabile guerra di logoramento, allo scopo di ottenere profitti e vantaggi strategici.
Le guerre americane di Trump
Ma vengo alla seconda osservazione. L’attacco condotto dalle forze aeree americane e israeliane contro le città dell’Iran, attualmente in corso, conferma che l’oggetto della politica di Trump è segnatamente, in prospettiva, l’accumulo delle risorse energetiche del mondo, concepite come un diritto della forza. Il fatto che la terra diventi oggetto di conquista e occupazione non più per semplice necessità o volontà di espansione di uno Stato, ma per il possesso del diritto esclusivo di sfruttamento del suolo abitato da altri popoli è praticamente una forma americana di neocolonialismo. Ma c’è qualcosa di nuovo, in questo: oggi tutti i popoli della terra hanno assunto la forma di autocoscienza storica ereditata dalla cultura europea.
Oggi Trump è la punta di un processo di sconvolgimento del mondo, che consiste nella distruzione sistematica di ogni forma di civiltà tradizionale, allo scopo di annientare le condizioni culturali dei popoli che vivono nella propria storia. Tale distruzione è resa necessaria dall’opposizione di ogni resistenza culturale alla trasformazione della terra in uno sterminato bacino di produzione energetica.
Cos’altro rappresenta lo Stato islamico dell’Iran, o la cultura ispanica dell’America centro-meridionale, se non il debole, disperato tentativo di mantenere – nonostante tutto – il culto della propria civiltà, il legame col proprio passato (mi colpisce l’irrisione all’uso del velo femminile)? È in gioco la distruttività della tecnica.
Evidentemente il mondo oggi si trova davanti a una scelta. Da una parte c’è l’America: e a questo riguardo sono convinto che non vi sia alcuna sostanziale differenza tra l’utopia tecnologica dei centri californiani e dei finanzieri affamati di transumanesimo, e il gradasso che oggi occupa la Casa Bianca promettendo di far grande l’America ripulendola della povertà.
Non c’è differenza, perché entrambi hanno infilato la strada dell’eversione mondiale assegnata alla tecnica, intesa come traguardo dell’umanità: poco importa se i primi lo perseguano attraverso la via tortuosa dell’utopia e il secondo attraverso la diretta iniziativa militare. In questa direzione destra e sinistra, democratici e repubblicani non sono che le due facce della stessa medaglia. È l’America, questa, e basta; quella che nel 1917 invase l’Europa sostenendo di salvare la democrazia, che nel 1945 ha usato due bombe atomiche, che oggi rappresenta il disegno di trasformazione della terra in un nibelungico rivolgimento del sottosuolo, indipendentemente dal significato delle civiltà umane che lo abitano nel tempo. Altro che conservatori, altro che tradizionalisti! Oggi tocca all’Iran.
Il ruolo di Israele
Che lo Stato di Israele, oggi, rappresenti la riproduzione speculare dell’America di Trump è inquietante, poiché richiama il patto che nel 1939 si stabilì fra la presidenza americana e i fisici che produssero le bombe atomiche. A un fatto come questo si addice il procedere per simboli, in certo senso al di sopra della storia. E oggi che altro c’è al di sopra della storia, se non la tecnica?












































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