Dalla Biennale di Venezia alla Striscia di Gaza, il filo del coraggio che non c'è
- Marcello Croce
- 22 ore fa
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di Marcello Croce

Solleva interrogativi l’aspro confronto che da qualche anno vivacizza la Biennale di Venezia, culminato nel marzo scorso, quando il ministro della cultura Alessandro Giuli pretese (senza ottenere) le dimissioni di Tamara Gregoretti, accusandola di aver ratificato la riapertura del padiglione storico della Russia, chiuso dal marzo 2022. Il vero obiettivo era il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco.
Allora occorre ricordare, prima di tutto, che lo Statuto storico della Biennale non ammette alcuna esclusione di nazioni: i padiglioni, infatti, non sono mostre predisposte dai vertici della Biennale. Sono rappresentanze legittime degli Stati sovrani nel mondo, sorta di ambasciate culturali di carattere temporaneo. Va aggiunto poi che il padiglione russo venne chiuso dallo stesso governo russo, dato che i suoi curatori di allora si erano dimessi per testimoniare il loro dissenso dopo l’invasione dell’Ucraina (il principale responsabile aveva nazionalità lituana). Quelle dimissioni furono sostenute e approvate dall’allora capo di governo Draghi e dal ministro Franceschini, segnando così un primo passo di intromissione.
E comunque, in conseguenza, la decisione di riaprire il padiglione ora non poteva che venire dallo stesso governo che lo aveva chiuso, quello russo.
Ma c’è stata una seconda intromissione. Nell’aprile scorso il ministro Salvini protestò pesantemente quando la giuria internazionale della Biennale (esclusivamente femminile) decise l’esclusione dai premi – i famosi “Leoni di San Marco” – della Russia e di Israele, appellandosi all’accusa di crimini contro l’umanità rivolta ai capi di governo dei due Stati.
Le proteste levate dal rappresentante leghista però erano unicamente a favore di Israele. Così come l’ostilità di Giuli nei confronti di Buttafuoco aveva come causa unicamente il rientro della Russia.
S’è trattato, perciò, di una duplice intromissione governativa smaccatamente partigiana. Israele sì, la Russia no. Si dirà che sono queste le scelte di politica estera dell'attuale governo. È invece un conflitto tra politica e cultura. Ha avuto gioco Buttafuoco a contrapporre ai calcoli meschini della politica il superiore peso dell’arte.
Ora però la domanda è questa: fino a che punto questa forbice tra politica e cultura, o per meglio dire fra una destra “istituzionale” e una destra “movimentista” rappresenta gli italiani che hanno votato l’attuale maggioranza nell’ottobre del 2022?
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Mi riferisco all’unico partito della coalizione governativa che possieda una storia (i due altri sono schegge vaganti dell’esplosione del 1989, come quasi tutto quello che oggi si trova a destra e a sinistra). Il partito rappresentato dalla Meloni (o quello che ne restava) invece si era sfilato via incontaminato oltre il cataclisma, per la semplice ragione d’essere sempre stato escluso dal gioco istituzionale: così escluso, che negli anni '70 venne formalizzato dai partiti un cosiddetto “arco costituzionale”, che non solo ne legittimò l’esclusione, ma si tradusse in un processo penale che sottopose l’intera classe dirigente del Msi all’accusa di violazione della legge Scelba (con sentenza però assolutoria). Non fu nemmeno un caso che dopo la fine dell’ordine di Jalta (1989) la meteora di Berlusconi determinasse la riemersione mimetica di quel partito.
Qual è ora il fondamento ideale del partito che, col nome eloquente di “Fratelli d’Italia”, dovrebbe rappresentare la continuità storica – dopo la grigia esperienza di Fini all’ombra di Silvio Berlusconi – con il partito guidato da Almirante nello “splendido isolamento” del lungo dopoguerra (quando, sia detto per inciso, il mondo pareva sospeso nel tempo, nel corso di anni che lo storico Ernst Nolte riassunse bene con l’espressione Die Vergangenheit, die nicht vergehen will!)? [1]
In effetti, la rappresentanza politica di una maggioranza che governa un Paese dovrebbe esprimere una ragione storica per governare, che non può certo essere ridotta al semplice calcolo quantitativo post o pre-elettorale. La generazione politica di cui fa parte la cerchia meloniana, temporalmente staccata dalla catastrofe europea del trentennio 1914-1945, è indubbiamente soggetta a quella rimozione della memoria storica che fu, dopo il 1945, l’evento dominante della nostra cultura nazionale, e che si manifestò nella forma imponente di conversione alla civiltà atlantica (evento peraltro di portata mondiale, esattamente proporzionato al significato abissale di quel trentennio di conflitti).
Il segno eloquente di questo oggi è rappresentato dal pervicace rapporto di soggezione del nostro governo all’asse maligno che lega gli Usa allo Stato colonialista di Israele.
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Non c’è dubbio che il nostro governo abbia ereditato le responsabilità di un Paese uscito dal 1989 con le ossa rotte, a causa degli sconvolgimenti prodotti dalla fine dell’ordine di Jalta. Ci furono il crollo del sistema dei partiti e la dissoluzione dello Stato sociale, voluti dal progetto mondiale di globalizzazione, corrispondenti alla visione neo-liberista del mondo e dell’uomo. Alla delocalizzazione seguì la graduale liquidazione del mondo industriale (caso Fiat per tutti). La tecnologia dette luogo all’imponente fenomeno del solipsismo digitale di massa, che a sua volta determinò la dissoluzione dei confini, non solo quelli territoriali, ma soprattutto quelli culturali. E ora l’avvento della I.A.
In Italia Silvio Berlusconi inaugurò una nuova concezione della rappresentanza politica, non più basata sulle “ideologie”, bensì sul consumismo (e oggi, si badi, soprattutto consumo di merce feticistica).
Ma quello che più colpisce, appunto, è la vistosa contraddizione di un partito che ieri predicava il sovranismo nazionale e oggi di fatto, a fronte alle nefandezze e alle offese inferte ai popoli della terra da due cinici personaggi come Trump e Netanyahu, persiste in un atteggiamento ambiguo, mellifluo, e in una sostanziale reticenza; mostrando così non solo una malcelata complicità, ma altresì la distanza dalla popolazione che solo a parole sostiene di rappresentare. Ci vorrebbe più coraggio. Ma il coraggio, sosteneva un celebre personaggio del Manzoni, “il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare…!”.
Note
[1] Ernst Nolte, “Il passato che non vuole passare”, in La guerra civile europea 1917–1945. Nazionalsocialismo e bolscevismo. Il libro, che dal 1987 aprì il cosiddetto Historikerstreit, significativamente fu tradotto in Italia solo nel 1917 (Rizzoli).













































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