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Caso Elena e suicidio assistito, no ai "pendii pericolosi"

di Enrico Larghero


La democrazia – affermava Winston Churchill – è la peggior forma di governo ad eccezione di tutte le altre. La provocazione del grande statista inglese rivela alcune verità, ovvero ad esempio, che la necessità di dar voce a tutti i particolarismi porta con sé il rischio di perdere la visione d’insieme, dei principi fondativi su cui basare la vita comunitaria ed il bene comune. Possiamo pensare che uno stato di diritto dia prova della sua esistenza soltanto nella promulgazione delle leggi? È pensabile che la molteplicità del reale possa essere codificata da norme giuridiche ed infine la grandezza dell’uomo passi attraverso disposizioni di leggi?


Queste riflessioni generali, forse ridondanti ed eccessive, sono tuttavia il giusto preambolo ad un fatto di cronaca di questi giorni che in Italia ha catturato l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica. È di questi giorni, infatti, la notizia di Elena, affetta da cancro ai polmoni, la quale, non essendo possibile in Italia, è stata accompagnata in Svizzera per essere sottoposta a suicidio assistito in una clinica di Basilea.


La sentenza in materia (n. 242 del 25 settembre 2019) della Corte Costituzionale ha definito “Non punibile, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile”. Questo documento, che si richiama all’Art. 580 del Codice Penale sembrava avesse riscritto le regole del fine vita in Italia. Molti invece sospettavano che quello che sembrava essere la fine di un problema, ponesse altresì le condizioni per dare l’avvio a casi analoghi, come puntualmente si è verificato.


Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, artefice dell’iniziativa, si è detto consapevole che quanto fatto possa costargli 12 anni di carcere, ma spera nell’assoluzione, in analogia a quanto avvenuto per il precedente caso del Dj Fabo. La storia di Elena infatti entra in conflitto con quanto affermato nella sentenza del 2019 essendo la malata non sottoposta a “trattamenti di sostegno vitale”. È un comportamento discriminatorio contro un certo tipo di malata rispetto ad altri – ha affermato Cappato – che almeno hanno questa faticosa, tenue possibilità di ridurre le proprie sofferenze nella fase terminale della propria vita.


Ora, senza entrare in merito alla diatriba filosofico-teologica, ovvero se ciascuno di noi sia padrone della propria esistenza, oppure viva il suo percorso umano come un dono, la vicenda di Elena e la sua voluta spettacolarizzazione, inducono ad alcune riflessioni. Dai tempi di Ippocrate i medici accompagnano i pazienti durante l’iter della loro malattia e da sempre prestano le loro cure per guarire o perlomeno per lenire le sofferenze. Tuttavia la rivoluzione degli ultimi decenni ha aperto nuovi scenari, nuove condizioni per le quali è inevitabile porsi delle domande. Il pericolo è che determinate situazioni possano prestare il fianco a campagne eutanasiche, a scelte arbitrarie su quali debbano essere i pazienti da curare e quali no.


Vi sono determinati ambiti, i cosiddetti “stati di confine” che debbono far riflettere sul significato e sul ruolo della Medicina. Realtà quali i gravi deterioramenti cognitivi, gli stati vegetativi, il recente epilogo del dodicenne inglese Archie, richiedono una profonda riflessione, pongono in essere questioni sul significato dell’accanimento terapeutico e della proporzionalità della cura, ferma restando la salvaguardia della vita umana. Altri contesti, quali ad esempio, i malati oncologici e tutte le malattie croniche altamente invalidanti, non possono in ogni caso essere inglobate in strumentalizzazioni inerenti ad eutanasia e suicidio assistito.


Il rischio, il cosiddetto “pendio scivoloso” può portare a vere discriminazioni, ad allargare la forbice, includendo demenze, morbo di Alzheimer, malattie neurologiche, quali sclerosi, multipla e SLA, ma anche, perché no, sindromi di Down. La vera democrazia è libertà, rispetto dell’altro, ma anche fiducia e responsabilità. Il rapporto medico-paziente è profondamente mutato, passando dal paternalismo al principio di autonomia ed autodeterminazione, tuttavia non vi sarà mai tra medico e paziente un consenso informato che possa prescindere dall’alleanza terapeutica. Un medico è eticamente e deontologicamente portato a tutelare la vita, ad accompagnare con le cure palliative, non a procurare la morte. In ogni caso, comunque, non sarà una legge a poter regolamentare l’inviolabilità della vita umana e la dignità della persona, ma un codice morale condiviso di comportamenti.




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