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C’era una volta la SuperLega di calcio

Parafrasando il Bollettino della Vittoria del maresciallo Armando Diaz, viene da scrivere che “i resti di quella che fu la Superlega più potente del calcio europeo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza”. In effetti, i “12 apostoli” che volevano tradire Uefa e Fifa, cioè il Sancta santorum del calcio, si sono dissolti come vapore acqueo. In meno di ventiquattr’ore dall’annuncio di voler costituire una SuperLega, una parte di essi ha alzato bandiera bianca: i club inglesi. Quelli da cui ti aspettavi la maggiore determinazione per via della loro storia. Il che stona e contraddice, appunto, la storia di un popolo ammirato soprattutto per la tenacia. Evidentemente le basi dell’accordo che vedeva in prima fila Arsenal, Chelsea, Liverpool Manchester City, Manchester United e Tottenham, non era così solido. O resistente alla politica, quella di peso, anche nel senso letterale del termine. Non appena l’inquilino di Downing Street 10, il premier Johnson, ha cominciato a ringhiare come il migliore Churchill della Seconda guerra mondiale, i dirigenti di quelle squadre hanno subito cercato una via di fuga, cospargendosi il capo di cenere. Sulla scia si sono accodati anche Inter e Milan che hanno accantonato il progetto, lasciando nelle sabbie mobili il deus ex machina bianconero, cioè il presidente della Juventus Andrea Agnelli, patrocinatore, insieme al presidente del Real Madrid Florentino Perez, della SuperLega. L’assalto al Potere e ai miliardari dividendi dell’azienda calcio, insomma, è fallito, come in tutti i film di marca hollywoodiana. Forse Agnelli e Perez hanno sbagliato i tempi. O forse i modi. Ma la questione rimane aperta. Il sistema di una revisione del calcio-spettacolo in Europa è ineludibile. La struttura della Champions League è obsoleta e affascina sempre meno. Né Uefa e Fifa possono continuare a gestire il pallone da padre padrone. Né possono usare la manfrina demagogica dell’appello ai tifosi ogni qual volta si profila all’orizzonte il “predone” di turno con il coltello tra i denti per depredare i ricchi carovanieri del pallone. Anche gli ascari e le truppe cammellate della curva sud hanno la loro dignità. E alla lunga, anche il grido d’allarme del “calcio dei ricchi” da propinare alle masse rischierà di trasformarsi in un anemico e vuoto “al lupo, al lupo”. In altre parole, l’ipocrisia di Uefa e Fifa non può continuare a rimanere un “non luogo a procedere” per conservare, insieme allo status quo, privilegi e ricchezza. Del resto, la pandemia si sta rivelando un vaso di Pandora per tutti. Sarebbe ipocrita immaginare di tenerne fuori il pianeta calcio.

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