Agguato Borsellino: "Fuori la mafia dallo Stato", condizione per la verità su via D'Amelio
- Vice
- 20 lug 2024
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 23 lug 2024
di Vice

"Fuori la mafia dallo Stato": in una frase, la richiesta che da trentadue anni cresce e si reclama per conoscere la verità sulla strage di via D'Amelio a Palermo, in cui morirono il magistrato Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Nel pomeriggio di ieri, 19 luglio, nella via in cui una autobomba ridiede nuovamente corpo alle peggiori nefandezze di cui si può fare interprete il potere dello Stato, stracciando i valori democratici e i principi su cui si basa la nostra Costituzione, la partecipazione dal basso ha riproposto al Paese il suo corale muro invalicabile all'omertà e alla menzogna istituzionalizzata. Omertà e menzogna che hanno reso possibile la più grande e inquietante rete di depistaggio della storia repubblicana, su cui si regge da un tempo infinito la difesa dell'indifendibile.

In via D'Amelio, durante la manifestazione, tra mani che hanno sventolato l'Agenda rossa, simbolo dell'ostinata caparbietà di Paolo Borsellino nel voler cercare a tutti i costi la verità sulla morte nell'agguato di Capaci dell'amico e collega Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e degli agenti Antonio Montinaro, Vito Schifani, Rocco Dicillo, la commozione si è rapidamente diffusa davanti alle testimonianze dei parenti delle vittime di mafia e dei collaboratori dei magistrati uccisi. Certo, c'è chi ha espresso la preoccupazione di essere sempre meno e di vedere vuoti i balconi dei palazzi della via. Preoccupazione legittima se si tiene conto esclusivamente della variabile numerica.



Ma se si osserva la presa di coscienza che dal 1992 ad oggi si è diffusa in un crescendo civico nel Paese, se si guarda alle migliaia di associazioni che formano il tessuto connettivo della società civile che quotidianamente si batte per la legalità e che fa da argine a ogni fenomeno delinquenziale, e all'impegno dei mezzi di informazione e comunicazione, si può scoprire che la certezza e la convinzione di non essere soli procedono nella stessa direzione mano nella mano. Anche a dispetto delle riforme sulla giustizia di chi governa, come ha denunciato dal palco Salvatore, fratello di Paolo Borsellino, l'ultimo della famiglia, dopo la morte delle sorelle Rita e Adele, riforme che sono "la realizzazione del Piano di rinascita nazionale" del capo della P2 Licio Gelli, cioè della stessa figura che ritorna prepotente in prima fila nelle inchieste sullo stragismo in Italia.

La verità sembra che sia sempre un ospite indesiderato nella nostra storia, preferibilmente da nascondere in qualche armadio, indifferente alla vergogna che ne deriva e che procura alle persone per bene che credono ancora nel bene comune. Dalle stragi nazifasciste, con i responsabili o ignorati o "alloggiati" in confortevoli celle nel carcere di Gaeta e poi aiutati a fuggire o liberati con stucchevoli accordi diplomatici, ai silenzi sui crimini dei vertici delle nostre forze armate nei territori occupati e nelle colonie africane durante la dittatura fascista e nelle numerose guerre di aggressione, il Paese rivela ancora un deficit morale nell'inquadramento storico di quegli eventi e, dunque, nel fare i conti con sé stesso.
Una condizione che si perpetua sui crimini del dopoguerra, con l'aggravante della perdita a pezzi e in misura variabile rispetto alle contingenze e situazioni, della sovranità nazionale. A cambiare sono soltanto le vittime e la ragione di Stato, diventata di conio internazionale, immenso lenzuolo sotto il quale è risuonata la prima nota dello spartito musicale che prevede un solo "accordo" dalla madre di tutte le stragi: Portella della Ginestra, Piana degli Albanesi, Palermo, autore il bandito mafioso, il "re" di Montelepre, Salvatore Giuliano, sotto dettatura ai più mani, alcune anche straniere.
Da Portella della Ginestra si arriva in via D'Amelio, e prima ancora alla strage di Capaci e, a ritroso, il lungo e funereo elenco: braccia, teste, corpi offesi dal tritolo e da proiettili devastanti di Kalashnikov e pistole automatiche che si ritrovano nei titoli della Stazione di Bologna, del Dc9 caduto a Ustica, di piazza della Loggia a Brescia, delle bombe sui treni, di piazza Fontana, della Strategia della tensione, dei tentati o minacciati golpe, della morte sospetto del presidente dell'Eni Enrico Mattei, del presidente della Dc Aldo Moro, di servitori dello Stato, poliziotti, carabinieri, magistrati uccisi in Sicilia e in Calabria insieme con coraggiosi giornalisti, industriali, commercianti, politici. E nella memoria di delitti eccellenti: il prefetto di Palermo, generale Carlo Alberto dalla Chiesa e sua moglie Emanuela Setti Carraro, il segretario regionale del Pci Pio La Torre e il suo uomo di fiducia Rosario Di Salvo, il presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella.
E' il libro dei misteri che fanno capo a un unico mistero, nel quale ci sono i nomi di centinaia di vittime che il tempo ha reso anonime, per le quali la giustizia dovrebbe essere un credito esigibile per diritto, se non fosse che la stessa giustizia ha come fondamento la verità, merce nobile, che all'opposto si tende a far avariare per meglio nasconderla.

Elementi, tra l'altro e com'era prevedibile, che sono emersi nel dibattito, moderato dal caporedattore di AntimafiaDuemila Aaron Pettinari, "Dietro le stragi: verità nascoste, verità negate" che ha concluso il pomeriggio della manifestazione, con il senatore ed ex magistrato Roberto Scarpinato, il magistrato Nino Di Matteo, il giornalista Saverio Lodato, l'avvocato Fabio Repici e Salvatore Borsellino (tra gli interventi Il duro attacco di Scarpinato al centrodestra: "Stragi '92-'93 fatte per dare spazio a Forza Italia" (youtube.com) e del procuratore Nino Di Matteo La rabbia di Di Matteo: "Berlusconi dipinto come il padre della Patria, siamo un Paese al contrario" - YouTube).
Alle 16,58, un minuto di silenzio ha ricordato quel tremendo boato che trentadue anni fa risuonò sinistramente in tutta Palermo. E fu proprio da quel boato che cominciò il depistaggio sul chi e, non secondariamente, sul come "menti raffinatissime", come per l'attentato mancato dell'Addaura a Giovanni Falcone, avessero concepito la strage anche nel tipo dell'esplosivo usato. In via D'Amelio come a Capaci. Tout se tient, soprattutto i legami geopolitici, i più inconfessabili, che sono tali perché cementano complicità e collusioni attraverso il segreto di Stato e accordi tra servizi segreti mai ratificati dal Parlamento, legami che si possono permettere il lusso di sterilizzare inchieste e rendere vana la sete di giustizia delle sentenze perché dispongono di un'assoluta libertà d'azione. Un cancro contro il quale non si è ancora riusciti a trovare la terapia appropriata e che continua a produrre metastasi, segno che c'è qualcosa di più e di peggio che non è soltanto spiegabile con la collocazione internazionale. E via D'Amelio ne fa parte.












































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