SETTIMANA FINANZIARIA. Wall Street non crede a Trump
- a cura di Stefano E. Rossi
- 31 lug 2025
- Tempo di lettura: 3 min
a cura di Stefano E. Rossi

Dazi ancora fermi al palo, ma il palo si avvicina. L’ostentata prudenza delle dichiarazioni ufficiali cede talora il passo all’isteria per qualche residua incertezza. Il tempo è scaduto, ma forse no. Di proroga in proroga, stavolta di un’ulteriore settimana, fino al 7 agosto, viene prolungata l’agonia di un continente sotto scacco da una fasulla contrattazione condivisa. Il risultato finale parrebbe ben delineato: introduzione di una tariffa a tutte le importazioni negli Usa dall’UE del 15%. Faranno eccezione l’acciaio e l’alluminio, regolati al 50%, oltre ad altre merci che erano già precedentemente soggette a dazi maggiorati, come i semiconduttori. Infine, Deo gratias!, qualche esenzione, come per alcuni prodotti agricoli e medicinali.
Ford all'attacco sui dazi
Ma in America si parla già d’altro. Borse a picco non solo per il lamento degli industriali statunitensi per i masochistici contraccolpi dei dazi. L’aveva denunciato, da ultima, anche la Ford, che stima maggiori costi industriali per 3 miliardi di dollari l’anno. Wall Street ha trascinato giù tutti sia per i deludenti dati macroeconomici Usa, sia per le resistenze di Jerome Powell a ritoccare i tassi all’ingiù.
Vediamo dapprima i dati, fino a metà settimana piuttosto interlocutori. Il Pil Usa del secondo trimestre sale del +3,0%. È buono, specie se confrontato con il primo trimestre (-0,5%). Ma è il frutto di un rimbalzo, che segue il crollo delle importazioni del -30%. Viene perciò considerata una performane una tantum. Poi, arriva anche il report sull’occupazione di luglio. I dati sono estremamente più deboli del previsto e condizionano subito i mercati azionari, che flettono verso il basso.
Sul fronte della politica monetaria, le pressioni del Presidente producono i primi risultati sulla Federal Reserve, dove si apre uno scontro con pochi precedenti. Per la prima volta da oltre tre decadi, nella riunione di mercoledì del FOMC, il Comitato della FED, che ha deliberato il mantenimento dell’attuale tasso di sconto (4,25-4,50%), sono stati espressi ben due voti contrari. Non capitava dal 1993. A settembre, però, se l’inflazione non darà sorprese per Powell sarà più difficile resistere, dato che l’economia sta segnalando i primi scricchiolii.
Italia, carrello della spesa più oneroso
Inflazione stabile in Europa, +2% annuo. In Italia resta al +1,7% annuo, ma non su tutti i beni del paniere Istat. Il carrello della spesa accelera ancor più velocemente rispetto al mese precedente, da +2,8% a +3,4%. A farlo correre sono gli alimentari, che passano dal +3,5% di giugno al +4,1% di luglio. È inevitabile constatare come anche l’inflazione percepita dal ceto medio sia, a ragione, ben più alta del valore medio annuo pubblicato. E le aspettative degli economisti sulla fine dell’anno sono di una graduale risalita, sulla spinta dei prodotti energetici.
Male il Pil del secondo trimestre in Europa, +0,1%, dopo un pallido +0,6% della prima frazione d’anno. Ancor peggio fanno Germania e Italia, entrambe a -0,1%.
Ferrari arranca anche in Borsa
Piazza Affari sonnecchia per tutta la settimana. Ma poi, nel pomeriggio di venerdì scivola giù malamente.
Il rosso di addice alla Ferrari, che però piace molto meno quando questo colore si associa a un pesante -10% in borsa. La causa di alcuni accanimenti che si registrano negli ultimi giorni alla borsa di Milano sono da imputare alla pubblicazione dei dati di bilancio semestrali. Ma, stavolta, non sembrerebbe essere questo il motivo. Infatti, i ricavi di Ferrari sono saliti del +4,4%, le consegne nei primi sei mesi dell’anno sono state di circa 3.500 unità e la generazione di liquidità netta è stata di 232 milioni di euro. Però, il Cavallino proveniva da una stagione di rialzi in borsa e, considerate le attese negative per le consegne di auto in America, complici i dazi di Trump, probabilmente qualche broker ha fatto uno più uno. E ha venduto per realizzare i guadagni.
Per una semestrale sotto le attese, i giudizi spietati degli analisti hanno penalizzato Amplifon. Giovedì mattina, all’apertura di borsa, non è nemmeno riuscita a quotare un prezzo. Lo trova infine, ma dopo aver perso ben un quarto del suo valore. Da inizio anno il titolo si è quasi dimezzato (-40%). Ma, secondo il CEO Enrico Vita, le stime per il futuro sono confortanti, il modello di business è solido e le aspettative per il settore hearing care si mantengono profittevoli. Rassicurazioni arrivano dal dipartimento ricerche di Barclays, che riprende e conferma le medesime considerazioni.
Il Borsino della settimana – rassegna dei migliori e dei peggiori titoli del listino FTSE MIB
I Tori: Bper Banca +5,71%, Banco Bpm +5,23%,
Gli Orsi: Amplifon -26,52%, Ferrari -13,97%
FTSE MIB: -1,93% (valore indice: 39.942)
I presenti commenti di mercato rivestono un esclusivo scopo informativo e non intendono costituire una raccomandazione per alcun investimento o strategia d’investimento specifica. Le opinioni espresse non sono da considerare come consiglio d’acquisto, vendita o detenzione di alcun titolo. Le informazioni sono impersonali e non personalizzate.











































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