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Nei luoghi storici del confine orientale: Trieste

di Marco Travaglini |

“Mediterranea e insieme nordica, i colori smorzati come sul Baltico ma d’improvviso sfavillanti più che nel sud; scogliosa, ventosa, selvatica”. Trieste, sul finire degli anni ’50, venne così descritta da Guido Piovene nel suo Viaggio in Italia. Città con un passato tormentato e battuto dai venti della storia, fin dall’antichità ha sempre rappresentato un importante e strategico porto ( oggi il più grande d’Italia mentre ai tempi dell’Impero austro-ungarico fu il principale sbocco marittimo degli Asburgo). Trieste, città irredenta e contesa, “pensosa e schiva” per Umberto Saba, ha saputo nel corso dei secoli mescolare con fascino ed eleganza i caratteri mediterranei con quelli mitteleuropei. Per l’Italia si tratta del confine orientale, più volte immaginato e vissuto come un confine “mobile”, sottolineando la complessa dinamica di conflitti e contese nazionali che, a partire dall’Impero austro-ungarico e attraverso la Grande guerra, si intrecciano poi con il fascismo, il nazismo e il comunismo jugoslavo. La notte dei cristalli triestina

“Sulla via Commerciale non era scesa la sera, l’incendio sopra i tetti sembrava venire dal sole che liquefacendosi sanguinava nel crepuscolo. Il tram per Opčine si era fermato, gli alberi nel giardino dei Ralli apparivano immobili nell’aria color porpora. Loro due correvano tenendosi per mano e nell’aria, sopra le loro teste, volavano le scintille che salivano da piazza Oberdan. […] Piazza Oberdan era piena di gente che gridava in un alone di luce scarlatta. Attorno al grande edificio invece c’erano uomini in camicia nera che ballavano gridando: “Viva! Viva!” Correvano di qua e di là annuendo con il capo e scandendo: “Eia, eia, eia!”. E gli altri allora di rimando: “Alalà!”. Improvvisamente le sirene dei pompieri cominciarono a ululare tra la folla, ma la confusione aumentò perché gli uomini neri non permettevano ai mezzi di avvicinarsi. Li circondarono e ci si arrampicarono sopra, togliendo di mano ai pompieri le manichette”. Così, nel suo “Il rogo del porto”,lo scrittore Boris Pahor racconta la “notte dei cristalli” di Trieste quando, il 13 luglio 1920, dopo un comizio in piazza Unità d’Italia, estremisti fascisti e nazionalisti attaccarono una ventina di attività gestite da slavi (caffè, negozi, banche,imprese), il consolato jugoslavo e, soprattutto, diedero fuoco al Narodni dom, la “casa nazionale” del popolo sloveno a Trieste. Ospitata nel palazzo di via Filzi, nei pressi della stazione e del tram di Opicina che congiunge il centro città all’altopiano carsico, venne divorata dalle fiamme che ridussero in cenere gli ambienti modernamente arredati, i libri, gli strumenti musicali, gli archivi, e con essi gran parte del patrimonio culturale degli sloveni triestini. Il rogo del Narodni dom e quelle violenze furono tra i primi segnali che anticiparono i venticinque anni di crescente oppressione e persecuzione nei confronti degli sloveni. Il Regno d’Italia e soprattutto il regime fascista li privarono del diritto all’uso della lingua madre e, con la chiusura delle scuole, i confinamenti e le deportazioni, misero a rischio la sopravvivenza stessa della comunità slovena a Trieste. Cent’anni dopo, il 13 luglio 2020, il Narodni Dom, è stato restituito ufficialmente alla comunità slovena della città che lo gestisce ora attraverso una fondazione. Prima puntata

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