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Luigi Bettazzi, profeta di pace e ultimo testimone del Concilio Vaticano II

Aggiornamento: 16 lug

di Luca Rolandi e Michele Ruggiero

La storia di un uomo prossimo ai cento anni è impossibile da raccogliere in poche righe. Luigi Bettazzi, nato il 26 novembre del 1923 a Treviso, che lascia dopo un secolo questo mondo, è stato un gigante del nostro tempo. C’è una vita lunga di seminatore di speranza nel segno di Gesù e il Vangelo con i passaggi cruciali della vita della società e della Chiesa nella storia contemporanea: da Treviso a Bologna, da Roma ad Ivrea, dall'Italia al mondo. La sua vita è stato un colloquio, corale, disteso e famigliare nella logica del noi e non dell’Io, cercando di risolvere nel migliore dei modi, e sempre accanto agli altri, quella sua naturale timidezza che si esprimeva con la freschezza del sorriso.

Una vita nella quale emergono alcune parole chiave, realtà e domande, speranze e sofferenze, spesso inevase. Un viaggio introspettivo nella memoria di un uomo di fede che ha saputo, fino all'ultimo, e noi ne siamo stati semplici e silenziosi ascoltatori il mese scorso nel suo eremo di Albiano, condividere il suo pensiero di speranza per l'umanità e la sua fede in Dio. Una fede con la quale riusciva a sorprendere il suo interlocutore nel parlare di Cristo e della sua Parola di salvezza in un mondo plurale, diviso, spesso indifferente, ma sempre alla ricerca di un senso della cose e soprattutto del vivere. Monsignor Bettazzi ha amato vivere con l'amore che discende dell'altruismo e ciò era di per sé sufficiente a renderlo un uomo controcorrente e mai convenzionale in questa società spietatamente dedita al consumismo.

Fiumi di parole sono stati spesi per raccontare la nostra società liquida e globalizzata dove confini e riferimenti sociali si perdono e si ricompongono in modo fluido e precario, mentre il potere si allontana dal controllo delle persone. Eppure, da tutta questa generale indefinita struttura sociale, ecco materializzarsi e moltiplicarsi in tutto il mondo solidi muri di pietra o di filo spinato, vigilati dagli uomini e dalla tecnologia. Monsignor Luigi Bettazzi racconta e si interroga, spera e prega e continua a domandare e a domandarsi come si possa essere uomini e donne del proprio tempo. La famiglia, le sue città e poi le speranze e gli orizzonti: il Concilio Vaticano II, la pace, il dialogo sono queste le parole chiave di un libro intenso e semplice nella sua profondità. Nella linearità e nella dolcezza felice, ma mai banale delle parole del vescovo del Concilio.

Rimane significativa la stagione dell’impegno culturale nella Fuci vissuta a Bologna, città rossa per antonomasia, stretta nell’antinomia tra il sindaco comunista Giuseppe Dozza e il cardinale Lercaro, e gli anni del post-Concilio, in cui Bettazzi si confronta con il mondo nel suo microcosmo locale e nello stesso tempo attratto e plasmato dalla sua dimensione globale. A Ivrea, in una chiesa interna a un tessuto industriale e sociale che ancora resiste dalla morte dei suoi fondatori, Camillo e Adriano Olivetti, si apre il campo d’azione pastorale, spirituale e politico del giovane vescovo. E più della paura, Bettazzi mette sul piatto della bilancia il coraggio della speranza, il coraggio del pluralismo democratico e della rottura di uniformità calate dall’alto. Sospinto dalla «Spes contra spem», una locuzione latina cara a Giorgio La Pira, Bettazzi osava l’attraversamento del guado, accompagnato da una Chiesa in ascolto dei segni dei tempi, inciampi e ritardi compresi.

Del resto, il suo sacerdozio non è mai arretrato dinanzi alle situazioni complesse. Dall’Italia del post-Concilio alle trasformazioni sociali, dal terrorismo alla criminalità organizzata, dalla mutazione profonda della società nazionale alla secolarizzazione, dalla politica all’economia, dal globale al glocale, Bettazzi non ha mai rinunciato ad essere in prima fila, anche quando la sua esposizione rischiava di essere fraintesa o, peggio, strumentalizzata. Come accadde nel 1976, quando inviò una lettera ad Enrico Berlinguer, segretario generale del Pci, il più grande partito comunista dell’Occidente, protagonista di una grande avanzata elettorale in quello stesso anno e in quello precedente alle amministrative, che aveva immediatamente allertato i potenti oltre Oceano e oltre Manica.

Quella missiva suscitò un’eco profonda nel mondo politico e della chiesa. Berlinguer confidò privatamente e poi pubblicamente il suo interesse ad aprire la finestra di un dialogo inedito con un vescovo di Santa romana Chiesa, nel momento in cui era maturato nel Paese il “compromesso storico” tra il Pci e la Democrazia Cristiana guidata dal pensiero di Aldo Moro. Il vescovo di Ivrea rifiutò. Ma la sua non fu una scelta personale. Dalla Curia romana gli era arrivato l’ordine perentorio di fermarsi. Berlinguer aveva risposto nell’ottobre dell’anno successivo assicurando, in estrema sintesi, che il suo partito non era contro la religione e la Chiesa. Bettazzi ricordava spesso la lettera aperta al segretario comunista e come essa avesse potuto pregiudicare la sua carriera all’interno della Chiesa cattolica.

Poco male il dialogo era tra due uomini veri: «Il rapporto con Berlinguer, che aveva espresso a un sacerdote toscano la volontà d’incontrarmi, non ebbe seguito per l’intervento pubblico del cardinale Albino Luciani. Il futuro papa Giovanni Paolo I era stato severamente esplicito nel ricordare che io, monsignor Bettazzi, non potevo parlare a nome della Chiesa. Seppi poi la ragione di questa sorta di ammonimento. Incontrai una volta sul treno per Assisi il cardinale Luciani, che m’intrattenne per un’ora sull’esigenza di non turbare la serenità dei fedeli».

Bettazzi è stato definito «progressista» in un quadro di riferimento novecentesco per il suo impegno sociale, politico e, non ultimo, pastorale. Tuttavia, il suo camminare nella vita, si è sempre lasciato alle spalle un ingombrante e polveroso passato ispirandosi al Vangelo e non alle incrostazioni della storia e della tradizione che mutano. Non a caso, tra le sue affermazioni preferite, ve ne è una ripresa da Norberto Bobbio: «La vera distinzione non è tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti». Una frase diventata drammaticamente attuale negli ultimi decenni. Oggi più che mai attuale e angosciosa dinanzi alle acrobazie politiche e militari di pochi Potenti sulla Terra per giustificare la non volontà di una soluzione di pace in Ucraina. Una rigidità mentale che papa Francesco combatte con infaticabile resistenza in un mare di ostilità preconcette. Quella stessa rigidità mentale, con un richiamo indiretto a "pensanti e non pensanti" in uno scenario geopolitico di violenta contrapposizione e sorda indisponibilità al dialogo, che monsignor Bettazzi aveva messo in discussione alle radici anche in uno dei suoi ultimi interventi pubblici, la sera del 24 marzo a Chivasso, nel teatro dell'Oratorio "Beato Angelo Carletti", davanti a un centinaio di persone. Fedeli e non fedeli convenuti lì per ascoltare una parola autentica e coraggiosa fuori dagli schemi e dal conformismo. E anche in quell'occasione non ha deluso il suo gregge. Come non l'aveva mai deluso negli anni di presidenza al vertice di Pax Christi.

Don Luigi è stato un profeta del nostro tempo, un coraggioso testimone. Le sue paure e le sue debolezze, “non sono un leader”… “a volte ripenso alla mia lunga vita e mi rammarico per aver pensato troppo, mi sento più studioso che pastore” diceva agli amici e a chi ha avuto l'onore e il piacere di ascoltarlo più volte e di entrare in punta di piedi in un cerchio di familiarità dialettica. Ma le sue parole erano sempre seguite dal sorriso di quei accecanti occhi azzurri. “La morte… è un fatto biologico e naturale, ma io provo a dire per fede che cosa significa nella sua dimensione più tragica e gloriosa. Fuori dal peccato originale eravamo in uno stato edenico. Quando uno giunge al termine della vita dovrebbe affermare “me ne vado”. Il che non significa la distruzione totale, ma un arrivederci, in una dimensione diversa: “Io vado di là e poi arriverete anche voi”.

L’uomo moderno è troppo aggrappato alla dimensione della vita terrena. La nostra società, poi, ha perduto il senso della fine e del limite, dunque della morte”, affermava nel lungo colloquio che nel volume “Ricordi. Vita e pensiero di Luigi Bettazzi” realizzammo nel 2017. Una prospettiva, che diventa speranza di quello che sarà: “in fondo noi siamo come i bambini del grembo della madre. Stiamo bene qui ma è una casa diversa che ci attende per sempre”. Una realtà fuori dal tempo e dalla dimensione umana, la casa di Dio per ogni uomo.



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